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Ue: il futuro e i nodi non risolti

 

di Marco Mazzoli (professore di Politica economica, Università di Genova)

A sessant’anni dai trattati di Roma, si continua a discutere del “deficit democratico” dell’Unione europea, che purtroppo non è ancora riuscita a mettere in pratica il modello classico di democrazia: un governo federale democraticamente eletto che risponde del proprio operato a un’opinione pubblica europea.

L’ultima ricorrenza dell’anniversario del Trattato di Roma del 1957 è stato celebrato con meno enfasi del solito… Non c’è da stupirsi, dato che in molti Paesi dell’Unione soffiano da alcuni anni venti anti-europeisti, xenofobi, quando non esplicitamente autoritari e razzisti.

Eppure, quelli della mia generazione si ricorderanno che agli inizi degli anni ’90, poco prima che il Trattato di Maastricht venisse firmato, il processo di integrazione europea godeva di ampia popolarità presso l’opinione pubblica…

Poi, negli anni a seguire, i primi segnali di allarme: il progetto di “Costituzione europea” redatto nel 2003 e bocciato dai referendum tenuti in Francia e Olanda. I commentatori politici dell’epoca non mancarono di far notare che tra gli oppositori del progetto vi erano molti che sottolineavano l’assenza di riferimenti alle politiche sociali (sostanzialmente per l’opposizione delle forze di orientamento neoliberista), anche se, in quegli anni, il modello di welfare europeo era spesso citato ad esempio in contrapposizione al modello statunitense, frutto della parentesi reaganiana.

Forse, per capire le tante difficoltà che oggi mettono a rischio l’esistenza stessa dell’Unione europea (il problema della ripartizione dei migranti tra i Paesi aderenti, l’assenza di coordinamento e persino di semplice armonizzazione delle norme fiscali che per molti Paesi sono contrastanti, la crescente popolarità, in molti Paesi, di partiti che propugnano l’uscita dall’Unione europea) bisogna soffermarsi sui nodi non risolti fin dall’origine dell’Unione europea.

Il primo, macroscopico aspetto è la limitatezza dei poteri del Parlamento e la concentrazione del potere decisionale nella Commissione europea, un’entità percepita come distante e burocratica. Il Parlamento europeo non ha il potere di proporre le leggi (questo spetta alla Commissione) ma solo di approvarle e la Commissione europea non è un vero e proprio Governo, costituito da forze politiche che si presentano all’opinione pubblica con un programma, ma è un’entità frutto di complesse mediazioni tra i vertici politici dei vari Paesi. È democrazia questa?

Qualcuno è in grado di spiegare (anche solo vagamente) quale sia il programma del gruppo “popolare” o del gruppo dei “socialisti e democratici” o dei “liberali” al Parlamento europeo? Anche le persone più colte e più attente avrebbero molta difficoltà a farlo. Per il semplice fatto che i vari partiti nazionali aderenti a questi gruppi hanno programmi diversi, a volte persino contraddittori.

L’Unione europea non ha messo in pratica il modello classico di democrazia: un governo federale democraticamente eletto, che risponde all’opinione pubblica europea della realizzazione o mancata realizzazione del proprio programma elettorale né, come si diceva, un vero potere di proporre leggi. E non esiste una vera e propria opinione pubblica europea alla quale un ipotetico governo europeo potrebbe rispondere, dato che esistono solo varie opinioni pubbliche nazionali, sempre più prese dai loro particolarismi e sempre più diffidenti verso l’Europa.

Anche chi, come il sottoscritto, era stato ed è tuttora favorevole (sia pure molto criticamente) all’integrazione europea non può nascondere la gravità di questi problemi, non può limitarsi ad inveire contro il “populismo” e non può non rendersi conto che la stessa sopravvivenza dell’Unione europea è oggi a rischio.

Ma come si è arrivati a questo punto? E perché l’Europa si è data solo una moneta e non un vero e proprio governo investito di poteri di politica fiscale? E la cosiddetta “Europa a due velocità” rappresenta una minaccia per il nostro Paese e per altri Paesi?

Il motivo per cui l’Europa si è data una moneta ma non una politica fiscale comune né una politica sociale e di welfare non è tecnico né economico: è di natura ideologica. Negli anni in cui sono stati predisposti i trattati che hanno dato vita all’architettura istituzionale europea, si creò (come unico vero centro decisionale di politica economica a livello europeo) la Banca centrale europea, specificando nel suo statuto che la politica monetaria avesse come scopo prioritario quello di controllare l’inflazione e, solo subordinatamente e in seconda battuta, quello di promuovere lo sviluppo economico.

Persino la Federal Reserve statunitense, più pragmatica, ha uno statuto in cui lo sviluppo economico è almeno posto sullo stesso piano del controllo dell’inflazione. L’influenza dell’ortodossia neoliberista e la sua scarsa considerazione nell’uso attivo della politica fiscale (che ha per oggetto la struttura del prelievo, il grado di progressività della tassazione, il welfare e la politica sociale) è stata tale da trascurare non solo l’esigenza di creare una politica fiscale federale europea, ma addirittura di trascurare totalmente la necessità di armonizzare le varie politiche fiscali nazionali. Tutto è stato demandato ai vincoli del patto di stabilità, in termini di rapporto debito/Pil e di rapporto deficit/Pil.

I movimenti socialisti e socialdemocratici europei (che, insieme ai popolari e ai liberali hanno guidato l’Europa in tutti questi anni) hanno veramente adempiuto al proprio compito storico? L’Europa di oggi ha veramente l’aspetto di un’istituzione creata da movimenti socialisti e cristiano sociali?

Ma gli statisti italiani, francesi, tedeschi che hanno costruito l’architettura istituzionale, perché hanno creato una moneta unica senza il minimo coordinamento della politica fiscale? Perché non hanno incluso nei trattati alcuni fondamentali principi di welfare? Forse questo poteva e doveva essere fatto prima dell’allargamento a Est, tra i primi 9 o 12 Paesi che, almeno condividevano largamente alcuni principi fondanti del welfare. Il clima politico-culturale di questi tempi è testimoniato anche da una recente misura allo studio del Governo italiano, che prevede una flat tax di 100mila euro per i miliardari che decidessero di venire a risiedere in Italia: questo genererebbe una fortissima disparità di trattamento per questo ristretto gruppo di soggetti avvantaggiati. Per quale motivo? Per sudditanza verso la loro ricchezza?

L’Unione europea sarebbe l’entità economica più grande del mondo. La sua dimensione è tale per cui non potrebbe essere “tagliata fuori” dai grandi investitori internazionali (si tratta di soggetti che diversificano il loro portafoglio a livello internazionale, per cui non potrebbero escludere dal loro portafoglio titoli di un’entità economica così grande), quindi l’Europa potrebbe, se ne avesse il coraggio, coordinare le politiche fiscali e creare una forma di welfare europeo. Potrebbe, ad esempio, introdurre una vera Tobin tax (non quella ridicola e facilmente aggirabile introdotta in Francia qualche tempo fa), perché una tassa di piccola entità (0,1% o 0,2%) sui capitali in entrata e in uscita incide pochissimo sugli imprenditori veri, che investono in capitale fisico, impianti industriali e aziende. Inciderebbe invece sugli speculatori finanziari di professione, ossia i soggetti che effettuano settimanalmente parecchie migliaia di transazioni. Il risultato sarebbe una minore incidenza degli speculatori “puri” tra gli investitori finanziari (dunque una maggiore stabilità dei mercati finanziari e azionari, dato che a creare instabilità sono gli investitori speculativi, che hanno un’ottica di brevissimo periodo) e la possibilità di tassare soggetti che facilmente riescono ad eludere il fisco in modo perfettamente legale.

Certo, le resistenze sarebbero molto forti da parte di vari Paesi e molte forze politiche di impostazione neoliberista. Ma una nuova “integrazione virtuosa” all’interno dell’Ue potrebbe essere avviata, in futuro, anche se solo un gruppo limitato di Paesi decidesse di darsi regole condivise e più orientate al sociale. Potrebbe essere un modo diverso e alternativo di interpretare “l’Europa a due velocità”. E potrebbe essere un obiettivo per cui battersi, anche sapendo che si tratterebbe di una battaglia molto, molto difficile. Ma senza questa battaglia l’Europa potrebbe non sopravvivere come istituzione sovranazionale.

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