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Cona, vite sospese

 

La morte di Sandrine Bakayoko, nel CPA di Cona ha scatenato grande attenzione su come si vive in un luogo come questo. Una sorta di campo profughi in mezzo alla campagna veneta, isolato e lontano da tutto e tutti. Se si è proprio costretti a passare di li, tra la provincia di Padova e Venezia con vista su quella di Rovigo, ci pensa di solito la nebbia a coprire con la sua coltre quello che nessuno vuole vedere. I campi profughi mostrati nei telegiornali o sul web, sono in luoghi lontani, ma averceli a un passo da casa fa tutt’altro effetto. In delle tensostrutture, quelle che si usano nei festival e nelle feste delle birra, sono stipate centinaia e centinaia di persone, perché di questo si tratta. Una attaccata all’altra. Una distesa di letti a castello. Anche volendo, qui ora ci “vivono” circa 1200 persone, è impossibile dare loro un servizio di accoglienza degno di questo nome. E’ una enorme ex base dell’aeronautica militare, che fino al giorno dopo la morte di Sandrine, conteneva 1400 persone. Circa duecento sono trasferiti o allontanati. Molti di questi sono coloro che hanno dato vita a proteste che la morte di Sandrine ha reso inevitabile. Ma non c’è stata una sommossa e neppure una tensione tale da giustificare termini come “rivolta” o addirittura il “sequestro di persona” di cui tanto si è parlato, ai danni del personale della cooperativa che gestisce il CPA. Le persone lì, ogni volta che ce n’è stata l’occasione, hanno cercato di farsi sentire. Dopo tutto c’è chi è a Cona da più di un anno. Sono vite sospese. E’ vero che, se si vuole si può uscire, questo non gli viene negato. Ma è dove andare è il problema. C’è chi per sentirsi un po’ libero passeggia per le campagne, chi si è procurato una bicicletta e si muove anche fino a centri distanti, ma alla fine è a Cona che deve tonare. E’ nell’aria che, a giorni si cominci a parlare di situazioni limite che si sono venute a creare, dove chi è solito sfruttare la disperazione sa approfittare. Soprattutto quando si tratta di donne. Nelle visite che avevo fatto prima del drammatico fatto avevo potuto constatare quanto dura fosse la vita lì dentro. Pochi bagni e malfunzionanti, l’acqua quasi esclusivamente fredda, pochissimi servizi e attività. Indumenti non consoni alla stagione che è sempre più rigida, per persone che a questo clima non sono proprio abituate. La maggior parte neppure delle scarpe hanno. Nei giorni di massima esposizione mediatica di Cona, ha fatto discutere il commento sicuramente fuori luogo di una operatrice che da dei “macachi” agli ospiti. Ripreso da tutti i siti web e i media più importanti come fosse la vera prova di chi lo sa che. Che il termine, di uso comune in Veneto, abbia un retroterra razzista, è indubbio. Ma è una parola talmente utilizzata che è entrata nel linguaggio comune da non sortire, per chi vive a nord est, chi lo sa che scandalo. Sono altre le cose inaccettabili, verrebbe da dire. Borile, il responsabile della cooperativa che gestisce questa come altre hub in Veneto, è sotto inchiesta dalle procure di Padova e Rovigo. Fa discutere il sistema di attribuzione degli appalti e la costante che vede sempre Ecofficina, la cooperativa in questione, vincere questi bandi. Di sicuro l’operato di Borile è tutto fuori che limpido, ma anche qui si rischia di non centrare il problema. E’ il sistema di accoglienza che ha delle falle tali che è solo la conseguenza, il fatto che qualcuno poi possa trovare terreno fertile per approfittarne.

Ma non è criminalizzando l’operato di una struttura che si risolve il problema. Anche chi è armato di buone intenzioni finirebbe per fallire in condizioni di questo genere. In questi giorni di appassionate discussioni sulla post verità e sul valore delle notizie, non stupisce certo che sia il fatto di cronaca ad attirare l’attenzione, e gli eventuali scandali che probabilmente seguiranno. Il rischio che l’informazione corre però, è quello di intestardirsi a voler cavalcare delle tesi, come quella di un privato che ha approfittato di una situazione a lui favorevole, rischiando però di perdere di vista il punto, ossia che è inaccettabile, in un Paese come l’Italia, fare e chiamare “accoglienza” questo modo di operare.

*Articolo21 – Veneto

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