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Reporters sans frontières, nel 2016 uccisi 74 giornalisti ed è record di arresti e di colleghi presi in ostaggio

 

Il 2016 è stato un anno infausto per la libertà di stampa, anche se il dato dei colleghi morti durante lo svolgimento del proprio lavoro appare ridimensionato: 74 a fronte dei 101 del 2015.
Restano comunque tanti, troppi. Come evidenzia Reporters sans frontières, che annualmente stila il rapporto sulle condizioni in cui si svolge la professione e sulle repressioni e limitazioni messe in atto in tutto il mondo nei confronti degli operatori dell’informazione, c’è poco da festeggiare.
Se le vittime diminuiscono, aumentano gli arresti e i sequestri. Ad oggi infatti sono 348 nel mondo i giornalisti in carcere o presi in ostaggio, con un aumento del 6% rispetto al 2015.
Nella classifica spicca il caso della Turchia, dove il numero di professionisti incarcerati è cresciuto del 22%, quadruplicando dopo il fallito golpe del 15 luglio: sono 100 i giornalisti e i collaboratori dei media reclusi nelle carceri del paese, per 41 dei quali – secondo l’organizzazione – si può stabilire un legame diretto tra l’arresto e l’attività giornalistica.
Oltre al paese del presidente Erdogan, Cina, Iran ed Egitto concentrano da soli i due terzi dei giornalisti incarcerati. Sono 52 invece quelli rapiti, tutti nelle zone di conflitto in Medio Oriente.
Non sorprende che Siria e Iraq siano tra i paesi più pericolosi, dove l’Isis ne detiene 21.
Per Rsf il calo delle vittime è conseguenza dell’impossibilità per molti giornalisti di restare sui luoghi per documentare quanto stesse avvenendo e di non avere avuto altra scelta se non lasciare i Paesi in cui stavano lavorando, come è avvenuto in Afghanistan, Burundi, Yemen, Iraq, Libia e Siria.
Il passaggio del rapporto che desta maggiore preoccupazione è quello in cui si evidenza come “la gran parte dei giornalisti uccisi erano vittime mirate”.
“La violenza contro gli operatori dell’informazione è sempre più consapevole” ha sottolineato Christophe Deloire, segretario generale di Rsf.
I nostri colleghi che lavorano in contesti di guerra o in realtà dove i diritti fondamentali vengono costantemente violati sono sempre più esposti a ritorsioni e uccisi per il lavoro che fanno.
Tra le 74 vittime, 57 erano giornalisti professionisti, 8 collaboratori dei media e 9 tra free-lance e blogger non professionisti.
Il posto più pericoloso resta la Siria, dove si contano 19 vittime fra il 1 gennaio e il 10 dicembre. Tra i paesi in cui non è in corso un conflitto ma che risultano letali per gli esponenti della stampa è il Messico, con 9 cronisti uccisi.
Il dato che emerge con chiarezza è che in realtà come Afghanistan, Iraq e Yemen “i giornalisti sono costretti a convivere con la censura e il terrore, oppure a scappare” condizione che ha determinato un vero e proprio buco nero dell’informazione.
Il rapporto pone l’accento sulle difficoltà crescenti della categoria a svolgere la professione nel migliore dei modi: sono sempre meno le testate disposte a mandare inviati in paesi dove i pericoli sono troppo elevati.
In effetti la percentuale dei giornalisti locali uccisi nel 2016, il 95%, conferma che le redazioni sono ormai riluttanti a esporre i colleghi al rischio della perdita della vita.
“Questa situazione allarmante riflette il fallimento evidente delle iniziative internazionali per la protezione dei giornalisti” ha denunciato Deloire.
Il segretario di Rsf presentando il rapporto è apparso particolarmente sconfortato, ha rimarcato più volte che i dati raccolti nell’ultimo anno “condannano a morte l’informazione indipendente” nelle zone in cui la censura e la propaganda, in particolare in Medio Oriente con i gruppi estremisti, vengono imposte con tutti i mezzi.
Per questo appare sempre più urgente la nomina di un rappresentante speciale per la protezione dei giornalisti. E il 2017, con l’arrivo di un nuovo segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, potrebbe essere l’anno della consapevolezza su questa inderogabile decisione.
“Le cifre allarmanti del rapporto di quest’anno si traducono in una violenza sempre più deliberata” e dimostrano “il fallimento delle iniziative internazionali a favore della protezione dei giornalisti” è l’amara conclusione di Deloire.
Nel corso degli ultimi dieci anni sono stati uccisi in totale 780 giornalisti: quest’anno due terzi di loro si trovavano in zone di conflitto, “una dinamica inversa a quella del 2015, quando gran parte dei giornalisti erano stati assassinati in zone di pace, come nell’attacco contro Charlie Hebdo a Parigi”.
Fra i 57 giornalisti morti quest’anno vi sono 5 donne, fra cui le afgane Mariam Ebrahimi, Mehri Azizi e Zainab Mirzaee, che hanno perso la vita a gennaio a Kabul in un attentato suicida.
Colleghe coraggiose, come la nostra Maria Grazia Cutuli, uccisa nel 2001 in Afghanistan, sulla strada che da Jalalabad porta a Kabul.
Con lei vogliamo ricordare anche Raffaele Ciriello, Enzo Baldoni, Vittorio Arrigoni, Simone Camilli e Andrea Rocchelli.
E proprio per il caso di Andy, per il quale insieme ai genitori Elisa e Rino e alla Federazione nazionale della stampa, ci auguriamo che il 2017 possa essere l’anno della verità, rinnoviamo il nostro impegno che non avrà fine fino a quando dall’Ucraina non arriveranno le risposte che finora sono state negate.

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