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Kharid, Mohammed, Hassan e quelle penne a quattro colori. Dove vanno i bambini migranti non accompagnati dopo lo sbarco

 

Alice, Eddie, Maria, Sarah, giocano sul ponte di poppa gonfiando palloncini e soffiando bolle di sapone. Kharid , Mohammed e Hassim sono al coperto nella “Shelter Room” della nave: guardano su un portatile di Medici Senza Frontiere il cartone animato delle Ninja Turtle. Sono tutti ivoriani dai 12  anni in giù fino alla più piccola che ne ha solo due. I primi quattro sono accompagnati gli altri tre, di 12, 10 e 8 anni, viaggiano da soli.

Da quando siamo saliti a bordo abbiamo passato parecchie ore insieme dopo il trasbordo nelle acque internazionali al largo della Libia e quando mi rendo conto che stiamo arrivando al porto di sbarco a Catania, decido di lasciare qualcosa in regalo a ciascuno di loro. Cerco nello zaino e trovo le mie penne a quattro colori, quelle che compravamo decenni fa nelle cartolerie e ora son tornate di moda. Ne faccio quasi collezione e me ne trovo cinque che regalo ai più grandi mentre alle due più piccole metto due elastici arricciati come braccialetti ai polsi. Senza saperlo, quelle penne saranno il mio “gancio” per ricostruire il percorso che fanno i minori che affrontano da soli il tremendo viaggio nei barconi della speranza e per capire che fine fanno una volta terra.

Le stime delle organizzazioni umanitarie parlano chiaro: tra le quasi 37mila persone scomparse in Italia tre su quattro sono migranti, il 77 per cento sono al di sotto dei 18 anni. E la regione dove si segnalano più migranti di cui si perdono le tracce è la Sicilia, terra di approdo, dove sono 7.700 le persone di cui non si ha più notizie. Tra loro anche bambini molto piccoli: per questo agli sbarchi e nelle strutture assegnate, l’attenzione su quelli al di sotto dei 12 anni non accompagnati è altissima. La nostra ricerca parte dalle organizzazioni umanitarie  che li accolgono allo sbarco, poi dal comune che ha la tutela dei piccoli attraverso gli assistenti sociali, con le prefetture che assegnano le strutture adeguate e con il controllo del tribunale per i minori.
Mentre cerchiamo i tre sbarcati con noi il 12 ottobre, a Catania arrivano altre navi cariche di migranti nella settimana che segna il 2016 come l’anno record di arrivi: 153.000 nei primi 10 mesi. Ma è anche l’anno in cui sono sbarcati più minori: 20.000 di cui 12.500 non accompagnati. E soli scendono sempre a Catania altri 4 fratellini dai 10 anni in giù  che –  ci raccontano i mediatori delle Ong – dicono di aver la mamma in Italia. Forse, come sempre più spesso capita, è partita prima per pagare in qualche modo il debito con i trafficanti che hanno tenuto in ostaggio i figli finché lei non lo ha estinto. Uno dei piccoli , quello di otto anni,  è particolarmente fragile: alterna dolci sorrisi a occhi pieni di pianto. Li guardo e penso che nessuno gli avrà regalato penne a quattro colori e mi si accende la lucina rossa: chiamo l’assistente sociale del comune di Catania e le spiego che sto cercando questi bambini e che uno dei segnali per riconoscerli, oltre alla data dello sbarco, sono le penne a quattro colori che gli ho regalato. Alla fine, li abbiamo trovati e  – su promessa di mantenere la loro privacy – ci consentono di incontrarne tre dei sei bambini conosciuti nel nostro viaggio a bordo dell’Aquarius: per vederli dobbiamo percorrere qualche chilometro fuori  da Catania. L’unica immagine concessa è una foto delle manine con le penne a quattro colori regalate a bordo, quelle che il dirigente di turno sulla banchina ci ha raccontato di avergli trovato in tasca allo sbarco chiedendosi chi mai gliele avesse regalate. Abbiamo visto i loro occhi: sono tristi ma sono insieme affidati ad una famiglia accreditata. Famiglia alla quale vengono erogati dal Ministero dell’Interno 45 euro a giorno a bambino (1.350 euro al mese)  di fondi europei per l’emergenza immigrazione: i soldi arrivano con il contagocce ma alla fine arrivano e non sono pochi se si pensa che i bambini affidati alla stessa famiglia  in questo caso sono tre. Il sospetto che anche in questo caso ci sia dietro un business c’è. Ma i bambini sembrano ben tenuti e comunque sicuro. La situazione però nei nostri sistemi di accoglienza sta superando il livello di emergenza. Quante strutture e famiglie saranno ancora in grado di accogliere bambini come Kharid , Mohammed e Hassim soprattutto ora che nel rifiuto degli italiani verso gli immigrati –  come nel caso di Goro – si insinuano anche i bambini?

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