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Catania. Tutti i cittadini sono uguali, ma…

 

Una giornata particolare
“Riservato. In occasione visita Eccellenza Capo Governo et Duce Partito della Nazione prevista correnti giorni, V.E. provveda at piu attenta vigilanza elementi antinazionali et sovversivi come da acclusa lista. D’ordine Gabinetto Particolare Ecc.za Starace, firmato Bocchini”

Riccardo Orioles

– Ma io sono un cittadino, questa è casa mia!
– Cittadino, cittadino! – ha detto il primo guardiano – Vi pare che siamo ancora ai tempi della repubblica!
Intanto, il secondo agente ascoltava qualcosa al cellulare: “Ah… signorsì, Eccellenza… la bandiera… Gramsci… e La Torre? La Torre chi, proprio quello? Sissignore”.
E mentre il povero Iannitti cerca di convincere il milite che la villa è diritto di ogni cittadino, il graduato ha posato il microfono e, serio e severo, gli ha piantato un dito davanti alla bocca.
“Guardi. Lei, il venticinque aprile 1995, è stato visto pubblicamente esporre una bandiera rossa, chiaro simbolo comunista. Il 28 dicembre del precedente anno, all’incrocio fra via Etnea e via Sangiuliano, ci risulta che lei abbia citato parlando confidenzialmente con un conoscente una frase di Gramsci Antonio noto sovversivo. E infine, in data uno maggio due zero uno quattro, lei ha pronunciato la frase: Aveva proprio ragione Pio La Torre! La Torre, comprende? Non voglio aggiungere altro. Noi siamo padri di famiglia, e per stavolta facciamo finta di non averla vista. Ma stia attento!”.
“Ma io…”.
“Circolare, circolare!”. Ai muri, i manifesti del Blocco Nazionale con un gran “Sì” verde e rosso, sui giornali “le nostre truppe in Africa”, musichette, soldati. Tutto normale.
Insomma, Matteo Iannitti alla villa Bellini non ce l’hanno fatto entrare. Gli è andata bene, perché una volta – quando i treni arrivavano in orario: i bus, perlomeno a Catania, non si sa – non solo non l’avrebbero fatto avvicinare al palco del Duce, ma l’avrebbero precauzionalmente messo in guardina con tutti gli altri schedati, da una settimana prima a una settimana dopo l’arrivo delle Loro Eccellenze.
Che dire? Ci concediamo la battuta per cui a sorvegliare le macchine dei gerarchi hanno messo cumpari Buda? O che le Loro Eccellenze, a sera, verranno condotte a ballare in qualche discoteca mafiosa? Ma no. Le barzellette sul duce non sono il nostro genere. La realtà è molto più comica – tragicamente comica – di ogni barzelletta. I catanesi a piedi (gli autobus se li sono magnati un po’ per sindaco, da Scapagnini a Bianco) e i mafiosi a cavallo. Vietato fare processi sui mafiosi, sui mafiosi importanti, perché qui la giurisprudenza di Falcone è stata ufficialmente abolita. Affari fra politici e sindaci (tanto per non far nomi, fra Ciancio e Bianco)? E che ci inchiestiamo a fare, che vogliamo scoprire? È tutto pubblico, se ne vantano per telefono, alla faccia di finanza e carabinieri. Qua non siamo in Italia, siamo a Catania.
Avevamo avuto la buffa idea, con Iannitti e pochi altri, di portare la gente in piazza per mettere “fuori la mafia dal comune”. Cretini. “Fuori gli onesti dal comune”, avremmo dovuto dire invece: si farebbe prima.
Ce ne sono, di onesti? Sì che ci sono. Fuori i nomi: D’Agata, assessore, socio di CittàInsieme, è persona perbene. Licandro, assessore, latinista e comunista quondam, è persona perbene (ancorché, come il collega, sordo e cieco). Che ci fanno là dentro? Si tolgano il prosciutto dagli occhi, se ne vadano oggi stesso. Sono le uniche dimissioni che chiediamo. Per gli altri, non dimissioni, ma carabinieri.

Da isiciliani

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