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Jacques Hamel e Paolo Dall’Oglio. Uomini di fede e dialogo. Quello che odiano i terroristi

 

Padre Jacques Hamel, parroco francese, è stato barbaramente trucidato dai terroristi dell’Isis poche ore prima che ricorra domani, 29 luglio 2016, il terzo anniversario del sequestro di padre Paolo Dall’Oglio. Cosa lega queste due disgraziate circostanze? E’ evidente: si tratta di due uomini di fede impegnati per e nel dialogo interculturale e interreligioso.

I terroristi, tutti, odiano il dialogo, lo vogliono sabotare, distruggere, vogliono convincerci che esista davvero una guerra di religione, e non, come ha detto papa Francesco, “una guerra per il dominio dei popoli”: è di questo dominio che i  loro ispiratori sognano di essere protagonisti.    Per questo è auspicabile che il 29 luglio, anniversario del sequestro di Paolo, sia dedicato “a padre Paolo e padre Hamel, apostoli del dialogo”.

Il dialogo che padre Paolo ha incarnato per tanti anni a Mar Musa, il suo monastero nel deserto siriano, non era un dialogo astratto, teorico, tra dotti. Era un dialogo che, proprio come quello vissuto da Jacques Hamel, entrava nella vita di tantissimi di noi. In particolare quello di Paolo sapeva raggiungere migliaia e migliaia di giovani, donne, anziani, turisti, uomini in carne e ossa, che saliti gli scalini del suo monastero cercavano e trovano un altro modo per vedere questo nostro mondo. Ecco perché oggi il nunzio apostolico in Siria, monsignor Mario Zenari, può dire che constata “con piacere che tanti, anche in Siria, riscoprono oggi l’importanza e il valore di questo padre gesuita, del suo impegno per il dialogo  islamo-cristiano. Mi fa piacere che accada sempre più spesso che il suo impegno e la sua testimonianza per la pace sia riscoperta e che interessi.”

Certo, il tempo passa, ma non è mai difficile attualizzare quanto Paolo diceva, quanto ha detto. Forse perché il suo rientro in Siria, rientro disperato e innamorato di quel Paese, di quel popolo, rimasto solo a fuggire  da una terra dove arrivano da tutto il mondo a combattere, è in sé un gesto capace di dare volto e storia ai 20mila siriani inghiottiti nel buio siriano. 20mila persone, forse di più,  sequestrate, arrestate, e delle quali altrettante famiglie, come la famiglia di Paolo, non sanno più nulla, da anni. Il tempo passa e il suo nome sembra dimenticarsi, ma non per questo popolo di famiglie torturate dai cantori dell’odio, o degli odi, vittime di sparizioni forzate. Questo popolo ferito, offeso, schernito dal sorriso beffardo dei suoi numerosi aguzzini, sa che Paolo ne porta il messaggio di umanità e pace nei cuori di tanti, senza discriminazione di sesso, età, religione, razza, ceto sociale.

E’ sempre bello e doloroso rileggere la lungimiranza con cui Paolo aveva previsto la portata globale della catastrofe siriana, sperando di aprire gli occhi a noi europei con i suoi appelli per la solidarietà, e ai siriani, con i suoi appelli in arabo per la consapevolezza. E’ come se lui avesse saputo tenere due registri paralleli, per noi europei e per loro cittadini di Siria, nel disperato  tentativo di comunicare a entrambi quel che vedeva, capiva, temeva.

Io amo sempre rileggere le parole che  disse   pochi giorni prima del sequestro quando vi rientrò  dalla Turchia. Lì, , ha raccontato Michel Weiss sul “Daily Beast”, incontrava regolarmente una rifugiata siriana, cristiana di rito ortodosso, Hind Aboud Kabauat: “Mi diceva sempre: “Hind, non possiamo starcene seduti a casa a fare le nostre lezioni. Dobbiamo andare incontro alla gente. Perché questo è il significato di libertà e democrazia, “dalla gente alla gente”. Questo è esattamente ciò che Gesù vuole e ciò che Gesù faceva. Non se n’è rimasto seduto a casa sua”.”

Con lei dunque era solito parlare di Chiesa in uscita e giunto al confine turco-siriano, a Gazantiep, rilasciò a un giovane giornalista siriano, Rami Jarrah, un’intervista, che è riapparsa solo recentemente sul web. Lì dentro, forse, c’era il cuore di questa visione in uscita: “Cari amici siriani, – si leggeva nell’intervista – se ciascuno di noi chiude la mente e crede che le cose andranno come vuole,  resterà deluso: procedendo così le cose andrebbero come vuole il diavolo, noi tutti perderemmo il Paese e ciascuno perderebbe l’altro. Cari miei, pensiamo invece a cosa fare per mettere il paese sulla strada della comprensione, della convivenza, della fratellanza, della democrazia matura e del superamento del regime tirannico.”

Partiva di qui, dallo sforzo di porre termine alle derive tiranniche comprendendo che esse vengono facilitate dalla paura dell’altro e quindi invitando a scegliere un metodo razionale e scoprire così in ogni comunità non più un pericolo, ma un reciproco arricchimento: “L’unità nazionale che abbiamo avuto era calata dall’alto, come nello stato napoleonico. Questo è il passato, che non funziona più: ora vogliamo un’unità che parta dal basso, dalla volontà dei cittadini, e quindi foriera di buoni rapporti con tutti i nostri vicini: i turcomanni porteranno rapporti privilegiati con la Turchia, i curdi ed i drusi con i loro fratelli della regione, gli sciiti ci porteranno relazioni privilegiate con gli sciiti del sud del Libano, dell’Iraq e dell’Iran. Perché no? Ognuno di noi ha la sua appartenenza, io sono cattolico e appartengo a Roma, che problema c’è in questo? E se l’altro è cristiano ortodosso avrà e porterà rapporti privilegiati con Istanbul, la Grecia e la Russia.”

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