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Silvard Atajian, 104 anni, una delle poche sopravvissute al massacro armeno

 

Un milione e mezzo di alberi, un milione e mezzo di morti. Ogni pianta, intorno al Memoriale del genocidio degli armeni sulla collina delle rondini di Yerevan, visitato oggi da Papa Bergoglio, rappresenta una vita strappata per mano dell’esercito turco tra il 1915 e il 1922. Ma i morti di quel genocidio non si possono contare, molti cadaveri non sono mai stati ritrovati: migliaia di armeni furono condotti nei deserti della Mesopotamia per essere definitivamente sterminati. A Deir ez Zor, in Siria, la destinazione finale: anche lì c’è Memoriale – identico a quello di Yerevan – a testimoniare il primo genocidio del Novecento.
Lo ha ribadito più volte, in questi giorni, Papa Francesco, durante il suo viaggio in Armenia. È tornato a pronunciare la parola “genocidio” riferendosi al massacro patito dagli armeni durante l’impero ottomano, anche oggi, da Khor Virap, a poche centinaia di metri dal confine turco. “Edifichiamo ponti”, ha detto, firmando una dichiarazione congiunta con il patriarca Karekin. Parole di pace interpretate come una provocazione da parte di Ankara, indice – secondo il vicepremier turco Canikli – di una “persistente mentalità da Crociate”. Già lo scorso anno, quando il Papa parlò per la pirma volta di genocidio, Erdogan aveva ritirato il suo ambasciatore in Vaticano. La Turchia, a distanza di 100 anni, non è ancora disposta a riconoscere quello stermino, nonostante sia stato definito un crimine contro l’umanità dalle Nazione Unite già nel ’48, poi, nell’87, dal Parlamento europeo e dai parlamenti di vari paesi, l’ultimo, quello tedesco, poche settimane fa.
A Yerevan, il mese scorso, abbiamo incontrato Silvard Atajian, una delle poche sopravvissute a quel massacro di massa. Oggi ha 104 anni, ne aveva soltanto tre anni quando i turchi raggiunsero il villaggio in cui viveva con la sua famiglia, ai piedi del monte Mussa Dagh, sulla costa mediterranea orientale. “Ero molto piccola, ma di quegli anni ricordo la paura, le fughe, le deportazioni, la preoccupazione di mio padre che ci doveva difendere”, racconta mentre apre uno scrigno incastonato di conchiglie che le regalò il marito 85 anni fa. Ci mostra le foto del padre e dello zio che hanno combattuto fino all’ultimo, contro l’esercito ottomano, per portare in salvo la loro famiglia.
I “quaranta giorni del Moussa Dagh” furono uno dei pochi episodi di resistenza attiva da parte degli armeni. Mentre il Movimento dei Giovani Turchi aveva iniziato ad attuare il suo piano di sterminio, la famiglia di Silvard si era organizzata per resistere: “Si sapeva perfettamente che l’esercito turco sarebbe arrivato per deportarci, e non per aiutarci, come aveva fatto credere inizialmente. Da più parti arrivavano voci di come i turchi stavano uccidendo i nostri fratelli armeni. Per questo ci si era attrezzati. Hanno resistito finché non ci venne a salvare una nave francese che ci portò in Egitto. Siamo rimasti lì 5 anni, ma poi abbiamo tentato di tornare in Armenia. Ogni volta che siamo stati costretti a scappare, non è passato un giorno senza che desiderassimo ritornare. È un’istinto, un richiamo profondo che rimbomba sempre nelle orecchie”, continua a raccontare, “Io avevo solo quattro anni, ma ho nitido il ricordo di tutte le deportazioni: prima in Egitto, poi in Siria, ad Aleppo, poi il rimpatrio in Armenia e lì l’esilio sovietico. Anche quelli sotto l’Urss furono anni difficili: Stalin ci considerava pericolosi e ha attuato contro di noi una grandissima repressione. La nostra famiglia fu abbastanza fortunata perché non venne esiliata in Siberia, come accadde invece a molti armeni”.
A Yerevan, pur nelle difficoltà, Silvard ha costruito la propria casa e fatto nascere i suoi cinque figli. Racconta che soltanto uno oggi vive in Armenia, gli altri sono tra l’Europa e gli Stati Uniti. “Se mi guardo indietro non riesco a trovare nessun bel ricordo – dice – ho passato la mia vita a scappare. E nemmeno oggi so in quale parte del mondo siano dispersi i miei cari”. Ad occuparsi di lei, ancora lucidissima, nella piccola casa nella capitale armena, la nipote Nune, che racconta: “Ogni giorno prende tra le mani le foto dei suoi cari, uccisi dall’esercito turco sotto i suoi occhi. Mia nonna sta ancora aspettando la vittoria della giustizia. Vedrà un raggio di sole soltanto quando la Turchia ammetterà le sue colpe e un giorno tutti gli armeni potranno tornare nella loro madre terra”.

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