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Una Casa famiglia per detenute madri. A chi fa paura?

 

Meglio la criminalità organizzata come vicini di casa che sei bambini e le loro madri ospitati in una casa famiglia per detenute madri. Succede a Roma, nel quartiere dell’EUR, dove un gruppo di cittadini appoggiati da Casa Pound, si oppone all’apertura della prima Casa famiglia per detenute madri che si riesce ad aprire dopo anni di battaglie, dichiarazione, impegni. Una casa dove le donne detenute nella sezione nido del carcere di Rebibbia possano crescere i loro figli fuori dal carcere, senza sbarre, senza celle, senza porte blindate. Una casa dove le donne scontino la loro pena ai domiciliari e i bambini restino bambini, con il diritto al gioco, alla scuola, alla vita libera, a vedere gli amici e i fratelli, a festeggiare i compleanni come tutti gli altri e non con agenti, educatori e direttori.

Succede a Roma, come accadde vent’anni fa per l’apertura della prima casa per malati di Aids della Caritas nel parco di Villa Glori nel quartiere Parioli. Anche allora si disse che bisognava tutelare i bambini del quartiere, che quella casa avrebbe ridotto il valore delle case, che se proprio volevano fare una struttura per i malati di aids che la facessero più in là, lontani dalle loro case, dai loro figli, dalla loro vista. Sono passati vent’anni e quella struttura nel parco continua a esserci, a dare accoglienza, cure e affetto a persone malate spesso sole e tra poco un’altra area dell’edificio aprirà per diventare un centro diurno per malati di Alzheimer. Nessuno ha più paura e nessuno ne chiede la chiusura.

Oggi a fare paura sono sei bambini con le loro madri. Fanno più paura dei criminali che negli anni passati hanno costruito e abitato quella stessa villa. Nessuno diceva e nessuno sapeva. Contro la loro presenza è partita un’interpellanza parlamentare firmata anche da Renato Brunetta e un ricorso al TAR. Il carcere e i suoi abitanti sono considerati un pericolo, anche se hanno pochi anni di vita. Meglio che non frequentino i nostri figli, potrebbero contagiarli, portarli sulla cattiva strada.

Togliere i bambini dal carcere era stato uno degli obiettivi che l’allora assessore alle politiche sociali e abitative del Comune di Roma Francesca Danese si era data. Oggi questo è possibile, ma l’apertura della casa famiglia viene osteggiata. E in tempi di campagna elettorale tutto questo assume un altro sapore e un’altra enfasi. Vent’anni fa la battaglia di civiltà fatta dalla Caritas e dal Comune di Roma per dare cure e dignità ai malati di Aids è stata vinta. Oggi che ne sarà di questi bambini?

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