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Occhetto: gli ottant’anni di un comunista liberale

 

Strano profilo di comunista quello di Occhetto, che compie ottant’anni con la stessa discrezione, lo stesso garbo e gli stessi modi da galantuomo sabaudo con i quali ha sempre vissuto e interpretato la sua attività politica.

Mi piace qui ricordare un nostro incontro, avvenuto nell’ottobre del 2013, alla vigilia delle primarie del PD che avrebbero incoronato Matteo Renzi. Ricordo lo spaesamento di entrambi, l’incredulità al cospetto di una vicenda drammatica come quella degli oltre cento grandi elettori democratici che avevano affossato la candidatura di Prodi al Quirinale e però ricordo anche, in quella mattina d’autunno, la saggezza di un uomo che, dall’alto della sua esperienza, assaporava il gusto di confrontarsi con un ragazzo, di informarsi, di cercare di comprendere come la pensano i giovani, di insegnare e di imparare al tempo stesso, con la curiosità dei grandi, con il brio degli uomini che hanno sempre interpretato la vita senza pregiudizi, con la saggezza di chi sa coltivare la passione per la cultura e per il sapere, per la bellezza e per la conoscenza nel suo insieme, con quel misto di eclettismo e di follia che è proprio di chi arriva a tarda età e non sembra mai vecchio.

Perché Occhetto è così, come una buona bottiglia di vino rosso: più va avanti, più migliora, più al politico si sostituisce l’intellettuale e allora confrontarsi con lui è un viaggio nel tempo: dalla Torino azionista dell’immediato dopoguerra, fra Bobbio, il crogiolo intellettuale della casa editrice Einaudi e la scuola operaia di Mirafiori, all’ultima estate di Cesare Pavese, la cui morte segnò una cesura nel panorama culturale italiano e ferì, forse irrimediabilmente, lo spirito di una generazione costretta all’improvviso a interrogarsi sul senso del destino e sull’orizzonte tragico della malinconia elevata a carattere dominante dell’esistenza; senza dimenticare gli incontri con Togliatti e Berlinguer, i loro funerali, le tante storie che si intrecciano nell’arco di una vita lunga e ricca nel corso della quale la politica, prima ancora che un mestiere, è stata una scelta, una colonna sonora, un dovere che non scaturiva dalla ricerca di una poltrona ma dalla necessità di andare alla ricerca del prossimo e, probabilmente, di se stesso.

Sfogliando le pagine della sua auto-biografia, polemicamente intitolata “La gioiosa macchina da guerra”, si coglie fin da subito il senso di una vicenda personale e collettiva, di una commedia umana dagli aspetti talvolta gioiosi, talvolta tragici ma sempre colmi di dignità, di impegno, di concezione nobile della cosa pubblica.

E si entra nelle pieghe di un’avventura corale, a tratti esaltante, a tratti ricca di sofferenza e di dolore, che, nel bene e nel male, ha segnato la storia di questo Paese, di un comunismo inteso in maniera diversa rispetto ai dogmi sovietici e delle nazioni appartenenti al Patto di Varsavia; un comunismo che già ai tempi di Berlinguer, ma forse addirittura da prima, in quanto le svolte non maturano mai dall’oggi al domani, aveva le caratteristiche di un azionismo applicato, di un passaggio dalla teoria alla pratica degli ideali di quel gruppo di intellettuali che diede vita al movimento “Giustizia e Libertà” e che, successivamente, fu in prima linea nella lotta partigiana contro il nazi-fascismo.

Non a caso, nel corso del nostro colloquio, più volte Occhetto mi disse di essersi ispirato, ai tempi della Bolognina, al clima culturale nel quale era stato piacevolmente immerso da ragazzo, con il confronto franco, leale e costruttivo fra visioni del mondo diverse ma complementari che, di fatto, nel dopoguerra sarebbero andate a comporre il cosiddetto “arco costituzionale”.

Il suo intento, all’epoca, non era quello di dar vita ad un mostro indistinto, ad un Partito della Nazione, a un miscuglio senz’anima di tutto e il contrario di tutto bensì ad una sinistra che si mondasse definitivamente degli eccessi del sovietismo e prendesse le distanze dal suo fallimento storico per perseguire fino in fondo quella via italiana al socialismo che già Berlinguer aveva tentato di percorrere, prima attraverso il “compromesso storico” e poi con l’intuizione dell’“alternativa democratica” ad una Democrazia Cristiana ormai in evidente affanno.

Anche Occhetto, in fondo, ai tempi della Bolognina non aveva in mente solo un cambio di nome ma un cambio di paradigma culturale e politico, che è cosa ben diversa. Come Berlinguer aveva intuito che fosse ormai esaurita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre, così Occhetto si rese conto per tempo che, al termine delle ideologie novecentesche, segnato nell’immaginario collettivo dalla caduta del Muro di Berlino, la sinistra potesse sopravvivere solo riunendo le culture riformiste che fino a quel momento erano state divise, senza imbarcare – e so che ci tiene a questa precisazione – il peggio delle une e delle altre.

Con la Bolognina Occhetto gettò un seme che nei vent’anni successivi non è stato innaffiato, costruì un ponte che non è stato percorso, pose una sfida che non è stata raccolta e, al contrario, è stata svilita, accantonata, utilizzata strumentalmente per affibbiargli un marchio d’infamia a causa della sconfitta rimediata nel ’94 contro il Polo delle libertà guidato da Silvio Berlusconi. Una “damnatio memoriae” che, di fatto, ha posto fine alla sua carriera politica e ha indotto i suoi successori, e ovviamente anche la nuova classe dirigente formatasi dal ’94 in poi, non solo a dimenticarlo ma a considerarlo una sorta di “acchiappanuvole” inconcludente, un romantico, un sognatore destinato a perdere in eterno, un uomo privo di visione tattica e strategica quando, in realtà, è noto che le sue intuizioni, al pari di quelle di Ruffilli e Andreatta sul versante democristiano, sono state essenziali per la nascita del progetto ulivista che, guarda caso, gli avversari di Occhetto, al pari di quelli di Prodi, hanno sempre contrastato.

Allo stesso modo, non sorprende la grande ammirazione del compagno Akel per Carlo Azeglio Ciampi, in cui, con ogni evidenza, egli vedeva un simbolo, un rappresentante, forse l’incarnazione stessa dei suoi ideali di gioventù nonché la prospettiva di una sinistra dotata di una cultura di governo autonoma e autorevole, scevra da compromessi al ribasso, trattative estenuanti per applicare pedissequamente il manuale Cencelli, orizzonti ristretti e incapacità di imprimere al Paese lo slancio di cui avrebbe avuto bisogno dopo la tempesta di Tangentopoli.

Quando parliamo di Occhetto siamo, dunque, al cospetto di un comunista liberale, di un uomo che ha interpretato il comunismo non come una sorta di scienza esatta, intrisa di tabù, ma come un viaggio per il mare aperto, come un procedere inquieto, come un costante interrogarsi, come un avanzare nella storia animato da innumerevoli dubbi ed incertezze, con lo spirito, al contempo, di un poeta e di un architetto, in grado di riflettere sulle ragioni esistenziali dell’uomo e di progettare un edificio al passo coi tempi, senza lasciarsi sedurre dalle mode né confondersi nel gregge.

Parliamo di un uomo che ha saputo guidare la sua comunità senza trasformarla in massa, che ha provato a fondere la dottrina collettivista tipica del pensiero socialista con il riscatto dell’uomo tipico delle culture cattolica e liberale, che è uscito di scena troppo presto ma è rimasto comunque un protagonista discreto della nostra vita pubblica, che ha abbracciato la politica da ragazzo e non ha mai smesso di amarla, che ha avuto molti nemici che gliel’hanno giurata e pochi amici veri che lo stimano per ciò che ha fatto e, soprattutto, per ciò che gli è stato impedito di fare, rendendosi conto di quanti passi avanti avrebbe compiuto la sinistra se alcune delle sue intuizioni si fossero concretizzate al momento opportuno.

E noi, figli di un tempo senza passioni, di una non politica annegata nel cinismo, di istituzioni screditate, di leggi elettorali pessime, di partiti inesistenti e di accozzaglie prive di respiro, noi, figli di una stagione egoista e individualista fino al parossismo, facciamo nostra la memoria di quest’uomo antico e modernissimo, nella speranza – come ha scritto Michele Serra nella prefazione de “La gioiosa macchina da guerra” – “che tutto ricominci, e qualcosa, finalmente, finisca”.

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