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Quell’umiltà con cui la meglio gioventù nutre il pianeta: un atto politico

 

Si sono concluse il 6 Ottobre le 4 giornate di Terra Madre Giovani – We Feed the Planet, l’incontro organizzato da Slow Food e Slow Food Youth Network che ha riunito a Milano, nello spazio Superstudio Più, 2500 giovani agricoltori, piccoli produttori, pescatori, allevatori, casari e cuochi di 120 paesi uniti da una coscienza e da una responsabilità comune. Molti di loro sono laureati in ingegneria, tecnologie alimentari, chimica, biologia, scienze zootecniche, agraria o scienze della nutrizione e insieme si è toccata la complessità dei temi che ruotano intorno al cibo e alla produzione alimentare. Agricoltura e allevamento, salute dei suoli, sovranità e sicurezza alimentare, povertà, diritto al cibo e sprechi alimentari, produzione biologica, tradizionale e biodinamica, politiche alimentari, cibo e finanza, biodiversità, land e ocean grabbing, gli squilibri tra produzione e distribuzione, i paradossi della fame e del mancato accesso al cibo che oggi colpiscono principalmente i contadini, l’importanza dell’educazione all’alimentazione e all’agricoltura.

Ma anche cibo e religione, l’accesso alle terre e al mercato per i piccoli produttori, quadri normativi e sistemi di sussidi alla produzione alimentare, agricoltura urbana, tecnologia, scienza e innovazione, la minaccia delle multinazionali alle comunità locali e alla produzione di piccola scala (quando quest’ultima sfama tra il 70 e l’80% della popolazione mondiale), il ruolo dei migranti nel sistema alimentare, l’impatto dei chimici sulla composizione e sulla produttività dei suoli, cause ed effetti della deforestazione, della diminuzione delle risorse idriche e della desertificazione, la molteplicità valoriale del cibo, la salvaguardia delle tradizioni: questi i problemi e le sfide oggetto di analisi approfondite, conferenze, workshop e dibattiti a cui – oltre ai 2500 giovani, ai delegati Slow Food International dai 5 continenti e ai rappresentanti delle comunità indigene e locali con le loro testimonianze – hanno partecipato docenti universitari, ospiti importanti come Serge Latouche, Raj Patel, Alice Waters, Moni Ovadia, Nicola Gratteri, Yahya Pallavicini (solo per citarne alcuni) e rappresentanti di istituzioni quali l’Ifad e la Fao. Sono state quattro giornate intense passate a contatto tra coetanei (tutti sotto i 35 anni) che condividono gli stessi valori e le stesse preoccupazioni, la stessa consapevolezza, la stessa urgenza e le stesse lotte, declinate secondo una miriade di pratiche ed esperienze che per la prima volta questi piccoli produttori – piccoli eroi della Terra – hanno potuto condividere incontrandosi, conoscendosi e parlando in mille lingue diverse, mangiando, cucinando e progettando insieme: così quel concetto a volte liquido o un po’ astratto di “rete” ha preso corpo prendendo mille volti e mille voci; ha preso luogo trovando una localizzazione nell’incontro che porta il nome di Terra Madre, ovvero di ciò che ci rende tutti fratelli. Lo ha detto Carlo Petrini, fondatore e presidente di Slow Food, il movimento orizzontale che sin dalla nascita nel 1989 enunciava tra le sue priorità proprio quella di rivolgersi ai giovani, che hanno il compito di portare avanti la battaglia che la generazione dei più grandi non è riuscita a vincere: ridurre le disuguaglianze garantendo un universale diritto al cibo.

Durante le quattro giornate la presenza di Carlo Petrini è stata costante e instancabile, generosa nella forza dei messaggi che ha voluto trasmettere e coraggiosa nelle parole, ma anche nei numeri. Un esempio per tutti: la produzione alimentare attuale basterebbe a sfamare 12 miliardi di persone, eppure circa 1 miliardo è ancora colpito da fame e malnutrizione, con uno spreco di cibo pari a circa il 40%. Ecco allora perché la questione di fondo è una questione politica. Ed ecco perché l’incontro di questi 2500 giovani e delle realtà che rappresentano è un atto politico, un atto di resistenza. È lo stesso Petrini a parlare di spirito partigiano nella ricerca congiunta di soluzioni e gesti concreti che vengano dalla società civile e che mirino a una gestione democratica delle risorse primarie. Gli ostacoli da superare sono molti, è evidente; ma contro l’indifferenza o i gruppi di interesse, la soluzione può venire proprio da quella dimensione orizzontale su cui insiste Carlin e da cui vengono proposte e azioni concrete: è l’orizzontalità della rete grazie a cui si stanno mettendo sempre più in contatto diretto i produttori e i consumatori abolendo gli intermediari; è l’orizzontalità di produttori locali e piccole cooperative che dalla Bretagna ai paesi dell’Africa si stanno mettendo insieme per comprare terreni su cui produrre in modo sostenibile evitando che siano le multinazionali a metterci le mani; è l’orizzontalità di iniziative come i 10.000 orti in Africa, attraverso cui le comunità locali tutelano sementi e saperi antichi , coinvolgendo gli anziani, le donne, i giovanissimi nelle scuole primarie e i giovani laureati anche all’estero che poi fanno ritorno nel loro continente per coltivare prodotti tradizionali con metodi sostenibili. È l’orizzontalità che fa intersecare le conoscenze delle vecchie e delle nuove generazioni, per riorientare il potenziale tecnologico e innovativo alla cura della terra e alla tutela di un’eredità (di sapere e di biodiversità) che stiamo perdendo. Una rete orizzontale in grado di supportare le comunità indigene dall’Asia all’America Latina, che dopo aver sperimentato i danni alle persone e ai suoli causati da fertilizzanti e prodotti chimici o GM dei grandi gruppi multinazionali tornano ai metodi tradizionali o biologici senza avere l’adeguato sostegno dei governi, a cui magari chiedono macchinari e non sussidi alla produzione. La rete orizzontale che attraverso un’importante raccolta fondi (300.000 euro) ha organizzato il viaggio di queste sentinelle del pianeta, questi ragazzi che Petrini ha definito “la meglio gioventù”, aggiungendo un aggettivo non casuale: “umili”, perché è dell’humus – la terra che nutrendoci ci tiene vivi – che i contadini di oggi hanno intelligenza, consapevolezza, amore e cura. Ebbene sì, è anche di questo che si è parlato, oltre che della portata politica e geopolitica, ecologica, nutrizionale, economica e finanziaria di tutto quanto ruota intorno al cibo e alla sua produzione: e allora il “prendersi cura” è la cifra della relazione tra l’uomo e la terra così come della fratellanza, la terza sorella sempre dimenticata della rivoluzione francese senza la quale però – ricorda Petrini – la libertà e l’eguaglianza non possono essere. E si è parlato dell’amore e dell’amicizia, perché senza di questi, e senza il lavoro delle famiglie, dei fidanzati, amici e colleghi di chi tutti i giorni deve occuparsi della terra e degli animali, quei 2500 non avrebbero potuto lasciare i loro campi, e non sarebbero potuti esserci.

I messaggi, le proposte avanzate e le esperienze condivise sono state numerose e potenti, tutte all’insegna della necessità di cambiare i paradigmi della produzione alimentare – e i giovani presenti hanno già iniziato a farlo – e dell’impellente urgenza che stride con lo slow, perché non c’è più tempo.

L’evento si è concluso in una festosa sfilata dell’esercito dei 2500 lungo il decumano di Expo, dove è emersa una certa distanza tra il discorso sul cibo come prodotto commercializzabile e quello sulla produzione e sui produttori di cibo.  Poco prima gli interventi del sindaco Pisapia, del commissario unico Sala, dei Ministri Gentiloni e Martina e naturalmente di Carlo Petrini, per poi lasciare la parola ai delegati di Slow Food International. Mentre i discorsi più istituzionali hanno celebrato il successo di Terra Madre Giovani – We Feed the Planet come conferma del successo di Expo, il messaggio di Petrini, commosso da quel pubblico così giovane e compatto, ha posto l’accento su come la risposta al tema di nutrire il pianeta sia venuta proprio dall’incontro di questi giovani eroi. Ed è stato altrettanto bello ritrovare nelle parole finali del Ministro Martina la nota di appoggio indirizzata a dei coetanei, quando ha ringraziato i 2500 e la loro presenza ad un evento che forse, un po’, è anche in opposizione ad Expo.

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