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Ponti per il dialogo

 

Il governo ungherese costruisce muri contro i migranti e i rifugiati. La polizia ceca marchia con un pennarello le loro braccia con un numero, rievocando scene e rituali che l’Europa civile sembrava aver archiviato per sempre. Un parlamentare europeo in camicia verde invoca il filo spinato “elettrificato” per respingerli, donne e bambini compresi. Gli industriali della paura, quelli che gettano benzina sul fuoco pur di acchiappare un voto in più, non esitano ad aizzare i peggiori istinti che albergano in ciascuno di noi. Quando il Papa invita a realizzare i ponti del dialogo, dell’accoglienza, della inclusione, i costruttori di muri, fisici, culturali, psicologici, replicano con insolenze, lo invitano a stare zitto, forse senza neppure saperlo, rievocano quella “ Chiesa del silenzio” che aveva segnato la non gloriosa storia del socialismo realizzato proprio in paesi quali l’Ungheria, la Cecoslovacchia di allora, la Macedonia… I costruttori di muri non sopportano ostacoli, perché, dentro il recinto, vorrebbero confinare non solo i migranti, ma ogni forma di diversità politica, religiosa, sociale che sia. L’onda della intolleranza, se non arrestata subito, non potrà che divellere non solo “le radici cristiane” dell’Europa, ma anche quelle che affondano nell’ebraismo, nell’umanesimo laico, nell’illuminismo, quei muri sono i comuni avversari di chi non vuole cadere nella trappola della “guerra tra civiltà”. Per altro, alcuni di coloro che oggi invocano le muraglie, sono stati tra i responsabili di quei conflitti e di quelle miserie dalle quali scappano siriani, libici, eritrei, somali, etiopi, nigeriani, sudanesi.

Il realismo della politica, oggi invocato, dovrebbe consigliare di rafforzare l’Onu, di stabilizzare quello che abbiamo destabilizzato, di ridistribuire la ricchezza, di “aiutarli davvero a casa loro”, esportando sementi e tecnologie e magari smettendola di vendere armi e finanziare guerre e terrorismo. Nella sua enciclica Laudato si’, Francesco non si limita ad indicare la via della virtù, della generosità, della accoglienza, ma indica il sentiero di una politica meno asservita alla finanza, della diplomazia, dell’intervento diplomatico ed umanitario, che riparta dalla necessità, essenziale ed esistenziale, di andare oltre i muri di un sistema fondato sulla moltiplicazione ed emarginazione di quelli che Francesco, con parole terribili e pietose definisce “scarti umani”. Ad innalzare i muri contribuisce anche quella parte dei media che invece di raccontare paure e malessere sociale, che pure esistono e non vanno demonizzate, concorrono ad eccitare gli animi, amplificando, per esempio, ogni episodio di cronaca nera che veda coinvolto lo “straniero” e oscurando, invece, le tantissime esperienze di integrazione, di condivisione, di arricchimento culturale, sociale ed economico. Sappiamo tutto sui “rumeni che delinquono”, ma non sappiamo che da questa comunità viene il più alto numero di lavoratori morti nei nostri cantieri. Ci indigniamo per la foto del bimbo siriano, ma poco sappiamo delle ragioni per le quali la sua famiglia scappava e sognava di trovare asilo, per non parlare delle migliaia e migliaia di bambini morti affogati durante i viaggi della disperazione. Forse è giunto il momento, anche nelle redazioni, di aprire una discussione, di opporsi ai muri linguistici dell’odio e della propaganda, di non accettare più di fare da cassa di risonanza, anche su blog e siti, a chi vorrebbe usarci come docile strumento di trasmissione dei suoi livori e dei suoi lager mentali. Così ha scelto di fare il sito de La Stampa, così ha deciso la tv tedesca Ard, così ha proposto la Carta di Roma, composta dalle associazioni dei giornalisti e della società civile, che ha lanciato la campagna #Nohatespeech, prontamente condivisa e rilanciata dal sito della rivista San Francesco e da Articolo 21.

Forse sarà proprio Assisi ad ospitare i promotori di questa campagna per farne il cuore della iniziativa “Illuminare le periferie del mondo” con l’obiettivo di ridare voce, visibilità e dignità ai tanti mondi cancellati dai “muri immateriali” e che, spesso, sono ancora più insidiosi di quelli costruiti con le pietre e con il filo spinato.

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