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La Costituzione modificata da indagati e condannati

 

Non si può modificare la Costituzione, frutto di sacrifici e di morti, come se si trattasse della modifica di un regolamento condominiale! Strangolare il dibat­tito su una riforma così importante che dovrebbe essere votata con una mag­gio­ranza ele­vatissima ragio­nata e con­di­visa, per di più, è davvero un’aberrazione. Non è questo lo spirito della nostra Costituzione. Siamo, di fatto, di fronte ad una modifica costituzionale imposta dal Governo umiliando le prerogative del Parlamento e generando in tal modo un’altra aberrazione. Il Governo si è impa­dro­nito di tutte le peculiarità del Par­la­mento e ora s’impos­sessa anche del procedimento di revi­sione costi­tu­zio­nale. Que­ste for­za­ture scaturiscono dal fatto che non si vuole consentire il dia­logo e allo scopo di evitarlo si ammette qualsiasi tipo di alleanza anche con soggetti indagati e condannati.

Dunque che demo­cra­zia è questa? Perché il Presidente della Repubblica non interviene? Prima il patto Berlusconi-Renzi, poi Verdini-Renzi, che cosa rappresentano? Sono patti fra sog­getti dei quali uno non aveva e non ha fun­zioni poli­ti­che isti­tu­zio­nali e l’altro è un condannato in primo grado. Sono questi i costituenti che vogliamo? Mi chiedo siamo ancora un popolo che crede nella democrazia o siamo complici consapevoli di questi scempi? Questo tipo di riforme non sono e non possono essere domi­nio della mag­gio­ranza e soprattutto non possono togliere la parola al popolo sovrano. Si vuole arrivare ad una Camera inte­ra­mente domi­nata dai due par­titi dell’accordo, par­titi che poi sono pra­ti­ca­mente uno per­ché lavo­rano insieme, in stretto accordo, quindi, siamo al par­tito unico! Una cosa che mi fa venire i brividi solo a pensarla.

La demo­cra­zia costi­tu­zio­nale è neces­sa­ria­mente plu­ra­li­sta, eliminare il pluralismo vuol dire snaturare la democrazia. La strategia egocentrica del Governo ha previsto anche la deci­sione d’innal­zare da 500 a 800 mila le firme neces­sa­rie per pro­porre un refe­ren­dum abrogativo: il popolo di fatto conta sempre di meno! Dalle notizie che leggo in questi giorni vedo il trionfo dello spirito gregario e del mercato dei voti. La Costituzione degradata e deteriorata è davanti agli occhi di tutti in fase di decomposizione. Pur di mantenere lo scranno ci si sottomette all’assenza d’idee, alla disponibilità nei confronti dei potenti, alla codardia interessata, alla propria carriera o peggio all’autorizzazione ad avere mano libera nei propri affari.

Pensiamo soltanto per un minuto al fatto che i nostri padri costituenti furono persone dello spessore morale, politico ed istituzionale di Calamandrei, Moro, Croce, De Gasperi, Pertini, Togliatti.

Oggi mettono le mani sulla Costituzione condannati, indagati e coinvolti a vario titolo in inchieste giudiziarie per reati come associazione per delinquere, corruzione, frodi, voto di scambio, bancarotta, concussione, abuso d’ufficio, peculato e tanti altri reati ancora. Riflettete a mente libera solo un attimo e provate ad immaginare cosa direbbero oggi se fossero ancora vivi Pertini, Calamandrei, Einaudi, Moro, Nenni, La Malfa e tanti altri ancora. Anche i più moderati tra loro organizzerebbero una rivoluzione e griderebbero al mondo intero lo scempio della Costituzione, dei nostri principi e dei nostri valori e condannerebbero senza appello quello che sta accadendo in questi giorni in Parlamento. Prima di distruggere la Costituzione (uso le parole di Calamandrei) “andate nei luoghi dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità della Nazione, andate là, o giovani, col pensiero, perché là è nata la nostra Costituzione”. Questo ci sentiamo di scrivere oggi al fine di evitare danni irreparabili alla Carta Costituzionale e alla democrazia rappresentativa.

  • Vincenzo Musacchio, giurista e docente di diritto penale, direttore della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise

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