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I lavori forzati nelle piantagioni di cotone in Uzbekistan. La denuncia dell’attivista Elena Urlaeva

 

Elena Urlaeva è da vent’anni un’attivista per i diritti umani in Uzbekistan. Sul sito di Amnesty International è segnalata come “individuo a rischio”. Lo scorso 31 maggio infatti, mentre cercava delle prove sui lavori forzati nei campi di cotone, è stata arrestata dalla polizia nella città di Kelec,nella parte sud-orientale del Paese. Secondo quanto riportato sul sito di Amnesty, l’attivista, durante il fermo in caserma, ha subito perquisizioni negli organi genitali da parte degli agenti, oltre a essere costretta a urinare in un prato perché le è stato rifiutato l’uso del bagno. Inoltre, la polizia ha girato un video mentre Elena subiva questo maltrattamento, con la minaccia di diffonderlo via web. Il giorno dopo, Elena ha sporto denuncia presso il Ministero dell’Interno. Sulla base di quanto letto, mi metto in contatto con lei e mi faccio raccontare tramite mail quanto accaduto e le conseguenze. L’attivista si mostra molto disponibile, e risponde con dovizia di particolari alle domande. Mi racconta che è stata arrestata alle 7 del mattino e trattenuta in caserma fino alle 18. “I funzionari erano molto aggressivi nei miei confronti-racconta Elena- perché ho fotografato i dottori che la polizia aveva fatto salire sull’autobus per andare a diserbare il cotone. I poliziotti temevano che io nascondessi la chiavetta usb e poi pubblicassi le fotografie, in modo da portare alla luce del sole i crimini relativi ai lavori forzati. Durante l’interrogatorio sono stata trattata male, i poliziotti mi deridevano, non mi permettevano di andare in bagno e mi hanno obbligata ad urinare davanti alla caserma, mentre venivo ripresa con una telecamera dagli agenti. Il trauma più grande è stato la perquisizione nei miei organi genitali per cercare la chiavetta usb, e mentre lo facevano mi trattenevano mani e piedi. L’interrogatorio è stato condotto in lingua uzbeka, che io non conosco parlando solo russo. Ho chiesto assistenza al capo della polizia, ma lui non ha reagito alla mia richiesta. In seguito, la polizia mi ha portata in ospedale, dove mi hanno fatto le lastre in tutto il corpo, perché sospettavano che avessi ingoiato la chiavetta.

Il giorno dopo ho sporto querela, ma non ho ancora ricevuto risposta.” Hai un avvocato? “ Sì, Tursuna Pulatova, che ha intenzione di presentare denuncia contro il loro comportamento e il video che hanno girato.” Dopo tutto questo però, Elena intende continuare la sua attività e mi spiega che “nonostante gli ostacoli, gli arresti, le torture, noi attivisti continuiamo la nostra campagna di difesa dei diritti umani, perché non possiamo lasciar perdere la lotta. Vogliamo fermare l’abuso e la prepotenza del potere e obbligare il governo a non violare i diritti umani.” Attualmente la polizia ti controlla? “ Sono sorvegliata dalle forze speciali, che mi seguono con due macchine e le autorità continuano a ostacolare le azioni di difesa dei diritti.” Pur essendo vietato il lavoro forzato in Uzbekistan, è frequente la pratica di mandare neri campi di cotone ragazzini, medici e insegnanti. Dal 27 al 30 settembre 2015 Elena, insieme alla giornalista Malokhat Eshonkulova, ha monitorato i lavori forzati nei campi di cotone nella regione di Khorezm. Hanno osservato che scolari della settima, ottava e nona classe, dagli undici ai quattordici anni, e i professori sono costretti a raccogliere il cotone dopo le lezioni e alla domenica. Elena conferma che “studenti e insegnanti sono costretti a questo dai direttori delle scuole, che a loro volta sottostanno agli ordini del capo amministrativo del distretto di Khzorasp, Uktam Kurbanov, che ha stabilito che ogni scuola deve consegnare una tonnellata e mezzo di cotone al giorno.Tra gli insegnanti c’è Nodira Davletova, che non può raccogliere il cotone perché soffre d’asma, ma per paura di essere licenziata, lo fa comunque, e a causa di  questo deve sottoporsi a costose cure mediche.” Elena continua, affermando che “nella regione di Khorezm vengono sfruttati anche medici e studenti universitari, costretti a dormire in condizioni antigieniche, in accampamento o garage.” Lo scorso 29 settembre Elena ha subito un ulteriore attacco, insieme ad altri attivisti e alla giornalista Malokhat. Sono state arrestate, la polizia del distretto di Khzarsp ha sequestrato le loro macchine fotografiche, oltre a minacciarle di ucciderle con il veleno per topi. Nonostante questo, Elena e la giornalista affermano di “voler continuare a monitorare lo sfruttamento di bambini e adulti nella raccolta del cotone.”

Per sapere qual è oggi la situazione in Uzbekistan dal punto di vista dei diritti umani, contatto Steve Swerdlow, ricercatore di Human Rights Watch, che si occupa in particolare di Europa e Asia Centrale. “ L’Uzbekistan, dal punto di vista dei diritti umani, è uno dei posti peggiori al mondo, avvicinandosi a stati come il Venezuela o a paesi oltranzisti dell’area islamica ortodossa. Da quando, negli anni Novanta, Islam Karimov si è autoproclamato presidente a vita, la situazione è in ulteriore peggioramento. La presenza di associazioni umanitarie è pressoché nulla e negli ultimi dieci anni si è avuta un’autentica epurazione d attivisti e una chiusura forzata di sedi. Io sono stato allontanato nel 2010. L’Uzbekistan si presenta di fatto come uno stato di polizia, con una sorta di piano per eliminare e tacitare i dissidenti. Sono oggetto di questa politica del terrore i dissidenti politici, intellettuali scomodi, giornalisti, attivisti del sociale e minoranze, inclusa la comunità gay, e non ultime, le donne. Non meno di diecimila intellettuali e dissidenti sono tutt’ora imprigionati. Un caso tra tutti è quello del giornalista Muhammad Bekzhanov, capo redattore della rivista di opposizione Erk. Ad oggi è uno dei giornalisti al mondo in carcere da più tempo, da 16 anni, cioè da quando, nel 1999 il tribunale di Tashkent, dopo un processo iniquo, lo condannò.Muhammed si proclama innocente, ma la pena gli viene allungata ogni volta che si avvicina la scarcerazione. Gli strumenti coercitivi e le torture sono tra i più atroci al mondo, sia dal punto di vista psicologico che fisico: violenze sessuali, umiliazioni, terrore psicologico, violazione del diritto dell’abitazione, assoluto potere delle squadre di polizia politica sono la regola.

Le chiavi di casa di Elena le ha la polizia, che può entrare a suo piacimento in casa dell’attivista. In particolare, sembra che sia diventata una regola, per chi è sottoposto a detenzione, vedersi, in vicinanza del termine della pena, allungarsi ingiustificatamente il periodo di detenzione.Tutta l’opinione internazionale, compresi i diplomatici americani, segnalano il gravissimo stato di violazione dei diritti umani in Uzbekistan. Ma, a causa della politica intrapresa dal paese contro l’Isis, si vive una situazione di omertà.Di fatto l’Uzbekistan ha attivamente operato come supporto logistico per i paesi occidentali nei conflitti in quell’area. Vorrei esortare gli organismi internazionali, tra cui l’Unione Europea, a prendere una posizione a riguardo, per far capire all’Uzbekistan che l’orrenda violazione dei diritti umani deve cessare, e l’unico modo è sanzionarlo dal punto di vista economico. Si deve capire che un andazzo del genere, nel mondo civile, ha un caro prezzo.” Per quanto riguarda il caso di Elena, Steve fa notare che “ rappresenta uno dei più visibili dissidenti dell’Uzbekistan. E’ di fatto metodicamente osteggiata dalle forze di polizia e dal governo, a causa della sua dedizione ai diritti umani. E’ coraggiosa, e non manca mai di rendere pubbliche le sue denunce. Ad Elena, oltre alla violenza sessuale e ai controlli invasivi nel fisico, ultimamente vengono applicati la detenzione psichiatrica, il trattamento psichiatrico coatto e l’annullamento della privacy.”

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International, concorda su quanto delineato da Steve Swerdlow. “L’Uzbekistan è uno di quei paesi nei quali la situazione dei diritti umani è pessima. Questo è tollerato per due motivi: per il ruolo che il paese svolge nelle operazioni militari in Afghanistan e perché fa parte di quei paesi dell’Asia Centrale che hanno come obiettivo il contrasto al terrorismo di matrice islamista. Viene soppressa ogni forma di pensiero critico, esiste la censura, i processi sono iniqui.L’ex ambasciatore britannico Craig Murray ha perso il posto, dopo aver pubblicato il libro “vAssassinio a Samarcanda”, nel quale venivano denunciate le forme di tortura nel paese. Nonostante questo, la comunità internazionale non si muove. La Germania continua a fare affari con l’Uzbekistan, tanto che importanti imprese tedesche hanno investito un miliardo di dollari Usa, con un incremento, nel 2014, del 10% del volume d’affari rispetto al 2013. Non a caso è stata coniata l’espressione “pazienza strategica”, a indicare la necessità per i paesi occidentali, di mantenere un buon rapporto con l’Uzbekistan.”

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