Cittadinanza, la legge slitta ancora: in aula in autunno tra le polemiche

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L’iter in commissione è ripreso proprio in questi giorni, dopo le audizioni si procederà all’ approvazione del testo unificato. Ma i nodi da sciogliere sono tanti: l’accordo c’è solo sui minori, è braccio di ferro invece sullo snellimento delle procedure per la naturalizzazione degli adulti. Le associazioni: “Non vogliamo un contentino, ma una legge seria”

ROMA –Una legge “vera e seria entro l’estate”, come promesso dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Del Rio, non ci sarà. La riforma della legge sulla cittadinanza slitta ancora: ora si parla di arrivare con un testo, già approvato in commissione Affari costituzionali, in aula in autunno, entro settembre o più probabilmente ottobre. L’ennesimo rinvio per la riforma della legge 91 del 1992, che si attende ormai da anni, non piace però alle associazioni, che ora temono una legge “contentino” anziché una riforma seria.

In aula a settembre: “Ce la faremo”
L’iter in commissione è ripreso proprio in questi giorni, con le ultime audizioni. Tra i sentiti anche il prefetto Mario Morcone. La discussione riprenderà poi martedì prossimo, quando si comincerà ad esaminare il testo, che contiene la sintesi delle 22 proposte di legge di riforma depositate alla Camera. “Si procederà poi con gli emendamenti, che saranno discussi per arrivare entro la fine dell’estate con un testo unificato approvato in commissione Affari istituzionali, in modo che a settembre, il provvedimento pronto possa approdare in aula”, spiega Marilena Fabbri, deputata Pd e relatrice di maggioranza delle legge, insieme ad Annagrazia Catania di Forza Italia. “Il nostro obiettivo è concludere la discussione nel più breve tempo possibile per arrivare ad avere una nuova norma di legge. Siamo ottimisti, ce la faremo”. Teme invece l’ennesima delusione Mohamed Tailmoun, portavoce della Rete G2 (l’associazione che riunisce i figli degli immigrati). “Siamo preoccupati del fatto che si stanno sommando ritardi su ritardi – spiega -. E non ci piace che si riparta con la discussione a pochi giorni dalla chiusura delle Camere per il periodo estivo: è il segno della poca attenzione che si dà a questo tema. Ci aspettiamo quantomeno che ne esca fuori una legge più aperta possibile, e che permetta ai figli di immigrati, nati in Italia o arrivati in tenera età, di poter finalmente essere riconosciuti cittadini italiani”. Sulla stessa scia anche Filippo Miraglia, vicepresidente di Arci nazionale (l’associazione è tra i promotori della campagna L’Italia sono anch’io, iniziativa di legge popolare per l’introduzione dello ius soli, che ha raccolto oltre centomila di firme): “A dicembre ci è stato detto che la legge sarebbe andata in aula a febbraio, poi da febbraio è slittata a marzo, poi si è parlato dell’estate e ora dell’autunno – afferma -. Quello che è chiaro è che questo tema non è una priorità del governo, nonostante si tratti del riconoscimento di diritti fondamentali”.

C’è accordo sui minori, ma è scontro sulla naturalizzazione degli adulti
In questi anni sono state depositate oltre venti proposte di legge per la riforma della 91/92. Si va dalla richiesta di uno ius soli temperato a quella dello ius culturae (mentre nessuna proposta parla di uno ius soli puro, cioè la possibilità di essere riconosciuti cittadini del paese dove si nasce a prescindere dal tempo di permanenza sul suolo dei genitori). Quello che è certo è che la riforma riguarderà i minori, nati in Italia da cittadini stranieri o arrivati da piccoli. Su questo aspetto c’è l’accordo unanime di tutte le forze politiche: la discussione in questo caso si concentrerà su come “temperare” lo ius soli (diritto del suolo che si contrappone allo ius sanguinis, diritto di discendenza) cioè in che modo permettere ai bambini nati in Italia di diventare italiani, se legarlo al tempo di permanenza legale sul suolo italiano dei genitori, o alla frequenza da parte dei bambini della scuola in Italia. Più difficile sarà, invece, riformare la parte della legge che riguarda la naturalizzazione: cioè la possibilità per gli adulti legalmente residenti in Italia di diventare cittadini. Secondo la legge attuale servono dieci anni di residenza stabile ( quattro per i cittadini di uno stato membro dell’Unione europea), ma le lungaggini burocratiche fanno in modo che dal momento della richiesta al riconoscimento effettivo ne passino ancora di più. Alcune delle proposte depositate, chiedono dunque di semplificare le procedure e di accorciare i tempi di permanenza legale. Secondo altri (il centrodestra in particolare) questa parte del testo non va assolutamente toccata. Su questo aspetto è in atto un vero e proprio braccio di ferro, che molto probabilmente porterà a sacrificare questa parte della riforma per arrivare a un accordo più rapido per quanto riguarda, invece, i minorenni.

Ius soli temperato o ius culturae?
Sono due le ipotesi prioritarie su cui si lavorerà. La proposta ufficiale del Pd è quella dello ius soli temperato, e cioè di una cittadinanza alla nascita da legare al soggiorno legale di almeno cinque anni dei genitori sul territorio italiano. Tra le forze politiche di centrodestra continua a prevalere, invece, l’idea di uno ius culturae. In questo caso si diventa italiani non alla nascita ma solo dopo aver frequentato un corso di studi nel nostro paese. Qui, però, le possibilità sono tante e differenti: si va da chi chiede la frequenza di un solo corso (i cinque anni delle elementari, per chi nasce in Italia e di elementari e medie per chi arriva da piccolo) a chi parla dell’intero ciclo della scuola dell’obbligo (5 anni delle elementari + 3 anni delle medie) fino a chi propone, oltre a tutto il ciclo di scuola, anche il superamento con successo dell’esame di terza media. Il confine su cui ci si muove dunque è molto ampio: e va da 0 (ius soli temperato) a sedici anni (ius culturae con frequenza di tutto il ciclo scolastico). Una terza via potrebbe essere rappresentata, infine, dalla possibilità di legare la cittadinanza all’inizio del ciclo scolastico, dunque a 5 anni per i bambini (nati in Italia da genitori legalmente residenti) che si iscrivono alla prima elementare, e tenere viva l’idea dello ius culturae solo per chi arriva in tenera età ma non è nato qui.

Le associazioni: “Non vogliamo un contentino, ma una legge seria”
“Sono vent’anni che aspettiamo, e dopo tutta questa attesa non vogliamo ritrovarci con un contentino, con una legge che rappresenti solo uno sconto sugli anni che dobbiamo aspettare per vedere riconosciuti i nostri diritti – sottolinea Tailmoun. La rete G2 contrasta con forza l’ipotesi dello ius culturae: “si tratterebbe solo di una riduzione della pena di due anni se si considera l’intero ciclo scolastico: anziché a 18, come è oggi, si diventerebbe cittadini a 16 – spiega- è inaccettabile. Per noi il punto fermo resta il fatto che i bambini possano entrare a scuola da cittadini italiani”. Per Miraglia legare la cittadinanza alla frequenza della scuola è come chiedere “un esame di italianità ai bambini. Una cosa insopportabile – afferma – Questi minori continueranno a nascere da stranieri in patria. Non è tollerabile”. Per l’Arci, non basta inoltre intervenire solo sui minorenni, ma bisogna rendere più agevole la possibilità di diventare cittadini per gli adulti: “altrimenti continueremo a produrre stranieri a causa di una burocrazia inadeguata. Vogliamo una riforma che tenga conto dei diritti, non delle spinte razziste che ci sono nel paese”. (ec)

Da redattoresociale


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