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Ci vorrebbe una coalizione politica

 

Di fronte a ciò che sta avvenendo in Grecia, ogni altra considerazione perde di significato. Di fronte a un simile martirio, all’umiliazione di un leader e di un intero popolo, è quasi irridente, per non dire inaccettabile, star qui a discutere di scenari nazionali, possibili alleanze, schieramenti, coalizioni e dei futuri sviluppi di una politica che ormai sembra aver smarrito la propria ragione di esistere. Tuttavia, non possiamo, non dobbiamo arrenderci: soprattutto noi giovani non possiamo permettercelo, a meno di non rassegnarci sin d’ora all’idea di essere risucchiati nel gorgo del disincanto e della disillusione collettiva che, purtroppo, va ampliandosi di giorno in giorno.

E non arrendersi, in questa drammatica stagione, significa una sola cosa: tornare a fare politica, tornare a credere nella politica, tornare ad amare la politica e dedicarvi più tempo possibile, recuperando quella passione e quell’impegno civile che sono andati tragicamente perduti nel trentennio del pensiero unico liberista e dello strapotere tecnocratico a scapito delle ragioni dei popoli.

Dal nostro punto di vista, in base alla nostra idea di società e alla nostra visione del mondo, occuparsi di politica non può che voler dire provare a ricostruire una sinistra forte e autorevole; una sinistra capace di sfidare i dogmi del mostro che sta corrodendo la democrazia e uccidendo l’idea stessa di Europa; una sinistra con un respiro di governo ma non, per forza di cose, governista perché il principio in base al quale l’unica cosa che conta è vincere, sempre e a tutti i costi, lo lasciamo volentieri a chi lo sta interpretando in questo momento a Palazzo Chigi. E, più che mai, dobbiamo immaginare una sinistra che abbia il coraggio di chiedere umilmente scusa per le proprie colpe, assumendosi la responsabilità dei cedimenti al liberismo incarnati dalla Terza via blairian-clintoniana, facendo ammenda per errori storici che alcuni osservatori non esitano a definire “crimini” e ridefinendo il proprio paradigma interpretativo dei valori contemporanei, alla luce del senso di alienazione, esclusione e crescente solitudine in cui si sentono ormai confinate milioni di persone.

A tal proposito, bisogna, dunque, ringraziare innanzitutto Nichi Vendola per la generosità con la quale ha annunciato la propria disponibilità a sciogliere SEL, con l’obiettivo di costruire una casa comune all’altezza della sfida; e bisogna dire grazie anche a Pippo Civati, Stefano Fassina e ai pochi esponenti del fu PD che hanno avuto la forza morale di abbandonare quello che ormai è diventato un comitato elettorale al servizio del leader, una straordinaria e vorace macchina di potere che non esita ad allearsi con chiunque pur di rimanere in sella, senza una visione, senza un progetto di governo, senza minimamente sapere dove condurre quest’automobile impazzita che corre a folle velocità senza accorgersi che in fondo alla strada c’è un crepaccio dal quale sarà difficile tirarsi fuori.

Bisogna sostenere, incoraggiare e partecipare a questo progetto che nasce, a quest’orizzonte che si schiude, a questa speranza che si riaccende, con l’auspicio che non venga spenta, per l’ennesima volta, dai personalismi e dalle manie di protagonismo dei singoli che troppe volte, negli ultimi vent’anni, hanno dilaniato il centrosinistra, provocandogli una crisi di credibilità che scontiamo tuttora e sconteremo ancora a lungo.

Non possiamo permettercelo, sia chiaro a tutti: chi pensa di approfittare di questo nuovo soggetto politico per consumare rivincite personali è gentilmente pregato di farsi da parte fin da subito perché, di fronte al collasso della Grecia, alla crisi dell’Europa, al baratro nel quale è sprofondata la socialdemocrazia e alla dittatura morbida che incombe ormai da anni sulle nostre teste, accantonare i “pensieri lunghi” per lasciar spazio a ripicche e insopportabili polemiche interne sarebbe davvero da irresponsabili.

Ciò detto, c’è un attore che non abbiamo ancora considerato, che continuiamo a ignorare e a dileggiare senza motivo e col quale, invece, a mio giudizio, una sinistra moderna non può non confrontarsi: è il Movimento 5 Stelle o, quanto meno, l’ala più aperta e disponibile a misurarsi con una sfida che va al di là di tutti noi, delle nostre ambizioni personali, di ciò che siamo oggi e di ciò che saremo domani. Incontrandoli, dialogando con loro e cercando di comprenderne nel profondo ragioni e sentimenti, mi sono reso conto che in quel mondo esistono una miriade di scuole di pensiero, come rivela qualunque indagine demoscopica sulla variegata composizione sociale del medesimo.

Certo, non si può non tener conto del fatto che, stando ai dati forniti dal professor Ilvo Diamanti su “la Repubblica”, solo il 28 per cento dei suoi elettori si è detto disponibile a ragionare di alleanze anche a livello nazionale, contro il 31 per cento che si è detto contrario a qualunque tipo di accordo, il 38 per cento che è disposto a cercare intese solo su specifici provvedimenti e proposte di legge e l’1 per cento che apre all’idea di alleanze ma solo a livello locale. Peccato che non si possa ignorare nemmeno il fatto che quest’eterogenea galassia raccolga ormai il consenso del 27 per cento degli italiani, attraendo ben il 33 per cento di chi si riconosce in valori di sinistra e di centrosinistra, contro appena l’11 per cento dei centristi e il 21 per cento di chi esprime idee di destra e di centrodestra. Possiamo, dunque, continuare a far finta che non esistano? Possiamo continuare a non sostenere col dovuto vigore proposte sacrosante come il reddito di cittadinanza, la tutela dell’ambiente, del paesaggio e del territorio, la lotta contro tutti gli sprechi, la rivendicazione della “questione morale” o la nomina di Besostri e Modugno alla Consulta solo perché le hanno formulate loro? Ha senso questa chiusura gretta, meschina e, oggettivamente, stupida?

L’esperienza di due anni fa, con la mancata elezione del professor Rodotà alla Presidenza della Repubblica, dovrebbe averci insegnato che erigendo muri e innalzando steccati si semina soltanto odio e disprezzo reciproco, si mina ulteriormente la già minima fiducia dei cittadini nei confronti della politica e delle istituzioni e, quel che è peggio, si spalancano praterie a soluzioni di governo che tanto noi quanto loro consideriamo dannose e insostenibili per un Paese provato da quattro anni di larghe intese e per un Parlamento ormai ridotto a mero “votificio”.

La proposta concreta, pertanto, è la seguente: creiamo un coordinamento delle opposizioni, escludendo quella “nazarena” di Forza Italia (assolutamente non credibile) e quella lepenista della Lega; un coordinamento che guardi convintamente a sinistra, a costo di scontentare una parte, peraltro calante, dell’elettorato di quel movimento, per il semplice motivo che il modello Farage non conduce da nessuna parte, se non a devastanti divisioni e a ondate di populismo delle quali faremmo volentieri a meno. Dopodiché, affrontiamo insieme la sfida referendaria che sta a cuore a entrambi: dallo Sblocca Italia al Jobs Act, senza dimenticare Italicum e Buona scuola. Infine, vediamo se sussistono le basi per giungere a candidature comuni alle Amministrative, almeno in città cruciali come Milano, Bologna, Napoli e Torino, al voto nella prossima primavera. Insomma, proviamo a costruire un percorso comune (la chiamerei “coalizione politica”, da affiancare alla coalizione sociale già costituita da Landini, il quale ovviamente era e resta un interlocutore essenziale), a misurarci su temi concreti, a combattere fianco a fianco contro il conflitto d’interessi, cercando di varare una seria legge che finalmente lo regoli o comunque di costringere l’esecutivo a uscire allo scoperto e mostrare le sue reali intenzioni sull’argomento; e poi occupiamoci della RAI, ribadendo che deve essere liberata da qualsiasi laccio politico, partitico e, soprattutto, lobbistico, che deve tornare ad essere la più grande azienda culturale del Paese, che deve incarnare una visione compiuta del modello di società che abbiamo in mente, che deve svolgere una funzione pedagogica e, al tempo stesso, porsi al passo coi tempi e con le innovazioni introdotte dalle nuove tecnologie e dal passaggio al sistema digitale. Ancora a proposito dell’informazione, combattiamo in trincea per far uscire l’Italia dall’abisso umiliante del settantatreesimo posto nella classifica di Reporter Sans Frontières sulla libertà di stampa. E poi cerchiamo un punto d’incontro sulla tragedia delle querele temerarie, sulle minacce ai giornalisti che operano in terra di frontiera, sulla necessità di illuminare le periferie d’Italia e del mondo, di contrastare le povertà e le miserie vecchie e nuove, comprese quelle morali, e sull’importanza di fare piena luce sui depistaggi, le tragedie archiviate troppo in fretta, le stragi dimenticate, a cominciare da quella delle morti sul lavoro, e quelle di cui tutti si ricordano, quelle di mafia, ma sulle quali non è stata ancora fatta minimamente chiarezza.

In poche parole, cerchiamo di rendere questo Paese leggermente migliore perché ci troviamo davvero di fronte a un bivio della storia: o ci proviamo noi (partiti, movimenti e associazioni da anni impegnati in tutte queste lotte) o non ci proverà nessun altro e allora sì che, purtroppo, avremo perso tutti. Per sempre.

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