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Caso Moro: tante le inchieste ma tante anche le palle che ci sono state raccontate

 

Mi è capitato spesso di dire a lezione: “Ci terrei molto a sapere chi ha veramente dato l’ ordine di assassinare il Presidente Kennedy. Chi ha veramento preso quella decisione e con un piano quanto mai accurato l’ ha messa in atto (Un colpevole subito trovato. Era stato in Urss, la moglie nata in URSS. Subito ucciso, prima di qualsiasi serio interrogatorio da un anticomunista). E tuttavia, nonostante la mia curiosità, per mia fortuna non lo so perché se lo sapessi sono certo che non arriverei a sera”.

C’ è un mondo privo di scrupoli che non si perita di eliminare anche persone che sembrano essere intoccabili, che non lascia mai dietro di sé nessuna traccia sicura, nessun responsabile. Solo dubbi, incertezze, misteri ambigui e inafferrabili. Un moltiplicarsi di tracce, di indizi, di sospetti che non portano da nessuna parte.

Quando ho saputo dell’atto di coraggio, straordinario coraggio, di Papa Francesco di permettere a quello che allora era semplicemente don Antonio Mennini, quasi un pretino qualsiasi, e che solo dopo la morte di Moro si è venuti a sapere essere stato il mediatore, o quantomeno il punto di contatto, tra le Brigate Rosse e il Vaticano, verrà ascoltato, per volere del Papa senza vincoli, dalla Commissione parlamentare di inchiesta, ho pensato, evidentemente per eccesso di fantasia, speriamo che prima di lunedì, o dopo, non gli capiti qualcosa.

Sul caso Moro si sono fatte molte inchieste, sono stati individuati i colpevoli e attori diretti, ci sono state condanne. Nessun dubbio sui colpevoli dei fatti concreti individuati e condannati dalla magistratura. Ma va anche detto che, al di fuori del processo, ci sono state raccontate molte palle. Ma davvero c’ è qualcuno disposto a credere quello che ci è stato detto: che un’ operazione chirurgica come quella, che ha fatto fuori tutta la scorta senza nemmeno ferire Moro, si sia preparato il sabato e la domenica sparando sulle colline dell’ Abruzzo?

Prodi tolse il segreto sulle carte che riguardavano ciò che era avvenuto e rese disponibile, credeva lui, ciò che risultava dagli archivi delle forze dell’ ordine e dei servizi segreti. Non se ne fece niente. La segretazione fu subito reintrodotta, vivente Cossiga, dal Governo Berlusconi. Ancora oggi sappiamo poco. Anche su episodi minori. Per esempio. Come vive oggi Moretti, allora capo indiscusso delle Brigate Rosse, che troncò ogni discussione sulla salvezza di Moro. Come se la passa ora, espiata la pena. Bene? Male? Visto che vivere costa. Ha un lavoro? Ha qualche soldo. Desta sempre curiosità sapere come vivono persone protagoniste di fatti avvenuti trenta/quarantenni fa. Cosa pensano? La vita cambia tutti. Sono cambiate?
Su Moro, Cossiga, all’ epoca dei fatti ministro dell’ interno, ha detto molte cose. A volte smentendo se stesso. A volte contraddicendosi. A volte fu consapevolmente esplicito e credibile.

Una volta durante un’ intervista televisiva gli fu detto: “Lei, all’ epoca, fu per la linea dura, nessuna trattativa”. Rispose. “Per la verità la linea dura fu della Democrazia cristiana. Io vi aderii quando mi resi conto che chi aveva commissionato il rapimento non voleva che Moro fosse restituito vivo alla famiglia”. Dunque, se è così, c’ era una, o più d’ una committenza.

Secondo quanto disse Cossiga prima di morire, nel 2010, la ricostruzione è del Corriere della sera, don Antonello Mennini “raggiunse Aldo Moro nel Covo delle Brigate Rosse e noi non lo scoprimmo. Ci scappò don Mennini”. Un fatto è certo. Subito dopo la morte dello statista, don Mennini entrò a far parte del corpo diplomatico vaticano (la nunziatura) e quindi, in quanto tale, in quanto diplomatico di uno stato estero, sottratto ad interrogatori e testimonianze. Intendiamoci. Mons. Mennini fa parte della Nunziatura apostolica a pieno titolo. Non foss’ altro perché è molto intelligente e parla correntemente sette lingue: inglese, francese, spagnolo, tedesco, bulgaro, russo. E del Resto il Vaticano gli ha affidato incarichi molto importanti che nulla hanno a che vedere con il delitto Moro. Certo la coincidenza temporale del suo ingresso colpisce.

Ovviamente noi speriamo che le parole che dirà alla Commissione parlamentare non vengano segretate, aggiungendo mistero a mistero, sospetto a sospetto, nebbia a nebbia. Ma quel che ci resta come un dubbio è quell’ affermazione di Cossiga: “don Mennini ci scappò”. Fu abile lui a far perdere le proprie tracce o fu distratto qualcuno che avrebbe dovuto seguirlo?

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