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Massimo “Max” Rendina, giornalista partigiano con una profonda fede di libertà

 

“Il mio nome durante la resistenza era Max. Il mio pseudonimo era Max Manara, ma mi chiamavano Max. C’erano altri Max, e allora per non fare confusione, visto che ero l’unico giornalista della mia brigata, mi chiamarono Max il giornalista. Quello alla fine fu il mio nome di battaglia. Sono stato comandante della Brigata Garibaldi. Quando durante la resistenza liberavamo le città, la prima cosa che facevamo era aprire le tipografie e fare uscire un giornale. Pubblicare alla luce del sole l’Unità, che era clandestina. Fondare giornali nuovi, le cui sedi fossero aperte alla gente. Quando con i partigiani abbiamo liberato Torino, nel 1944, io mi sono preoccupato subito di istituire una sede dell’ordine dei giornalisti, che era stato sciolto. Perché i giornalisti potessero avere una loro casa, aperta a tutti”.

Comincia così il racconto che mi ha lasciato Massimo Rendina, giornalista partigiano, e oggi lo voglio condividere con voi. Lo avevo conosciuto una quindicina di anni fa, durante una manifestazione sulla resistenza. Lui era lì con l’ associazione partigiani, col fazzoletto annodato al collo.

Era un uomo sorridente, pacifico, ma trasmetteva la forza della roccia. Durante quella cerimonia fece un intervento in cui ricordò che era stato giornalista, era giornalista, e disse: la libertà di stampa è tutt’uno con la libertà. Era stato il primo direttore del telegiornale della Rai, ma nessuno lo conosceva per questo. La Rai per prima lo aveva dimenticato. Una breve intervista, uno scambio di vedute e di numeri di telefono. Fine. Ma quell’incontro con il giornalista partigiano dentro di me lascio un’impronta.
Lo sono andata a cercare parecchio tempo dopo; una mattina di autunno del 2011 ho bussato alla sua porta.

Erano gli anni bui del giornalismo italiano, gli anni del bavaglio: nel sistema-informazione le notizie venivano nascoste, censurate, taciute; era la stagione dei telegiornali fru fru: servizi sull’ultima moda delle toilette dei cani, pur di non parlare della crisi dei problemi della corruzione e della mafia.
Un giornalismo che rischiava di allontanarsi dalla sua missione che – i padri ci avevano insegnato- era quella di controllo del potere e del racconto dei fatti al servizio dei cittadini. Alcuni di noi si sentivano come dentro a un tunnel. Il senso civico e civile del nostro lavoro rischiava di essere messo a rischio. Come pure il diritto di tutti ad essere informati, previsto dalla costituzione.

Andai a cercare Massimo Rendina perché di quella costituzione era stato padre. Andai da lui come uno che ha sete va alla fonte. Volevo capire. Volevo che mi raccontasse com’era, almeno nelle intenzioni, nei suoi programmi, il “giornalismo della liberazione”, mi parlasse dei valori di quell’informazione nata dalla resistenza di cui lui era uno degli ultimi, forse l’ultimo testimone vivente.
Come era stata possibile quella parabola discendente che dal sogno di quelli come lui ci aveva portato a sprofondare giù giù nelle classifiche mondiali sulla libertà di stampa? Perché? Dove abbiamo sbagliato? Sono andata nella sua casa ai Parioli, a Roma, e gli ho spiegato cosa volevo. Lui mi ha detto: non ho una risposta ma posso raccontarti qualcosa.

Parlami di quando facevate la resistenza: come pensavate di ridare vita al giornalismo, che era stato mortificato dalla dittatura del ventennio? Qual era il vostro modello di informazione libera, e dimmi: come mai siamo finiti così in basso. Sono andata da lui come si va da un padre. E lui, anche se era già molto anziano e malato, mi ha lasciato la sua testimonianza, come una eredità. Pregandomi solo di aspettare a farla uscire.
Andavo la mattina, per un paio d’ore, tanto da non stressarlo troppo. E registravo con l’ipad i suoi racconti sul giornalismo, sul giornalismo partigiano. Era lucido e puntuale, informatissimo su tutto, una cultura straordinaria, curioso degli sviluppi delle tecnologie, delle novità più avanzate. Quando si stancava, la voce si abbassava, e mi faceva capire che dovevo andare. Ci rivediamo martedì. Se non stava male male, mi accompagnava alla porta. Il suo racconto comincia con gli anni del fascismo e la resistenza. Non si poteva rimanere fermi e zitti. Bisognava combattere.
Le battaglie in cui era rimasto ferito sul campo, e le battaglie di tutta una vita vissuta col tesserino da giornalista in tasca, che ha tenuto fino alla fine. Le battaglie col fucile e quelle con la penna.

Mi ha parlato con un po’ di amarezza ma anche con entusiasmo quasi infantile della sua esperienza in Rai, di quando fu chiamato a dirigere il primo telegiornale in bianco e nero, nel 1956, roba da pionieri; e di quando fu cacciato dal ministro dell’interno Tambroni, che lo accusò di essere comunista.
Si sforzava di essere preciso nelle ricostruzioni e credo gli facesse piacere parlare con me. Ma non credo fosse felice. Ricordare gli faceva fatica, gli portava uno strascico di sofferenza. E a volte per questo avevo pudore a fargli altre domande, ad andare più in là.

“Ogni tanto ho un vuoto di memoria, perché a me è successo uno strano fenomeno: quello di voler dimenticare. Io ho voluto rompere con questa memoria, perché non puoi vivere nel ricordo. Mi ricordo soprattutto dei compagni che sono morti, delle azioni violente. A un certo punto tiri giù una saracinesca…”

Ero andata da lui pensando di andare alla fonte, con l’idea che c’era stato un crepuscolo di buon giornalismo in questo paese e che poi si fosse via via degradato. Lui mi ha smontato subito. No, c’è mai stato un giornalismo libero fino in fondo, mi ha detto. Neanche dopo la liberazione. E ha cercato di spiegarmi il perché.

Ma era ottimista. Pensava che le nuove tecnologie sarebbero venute in soccorso della libertà. Voi giornalisti in questi anni vi siete saputi battere, mi disse. Ricordandomi, dalle cronache di Tangentopoli in poi, i tanti casi di buon lavoro, le inchieste controcorrente, le battaglie. Avete fatto piazza del popolo, la grande manifestazione contro il bavaglio. Insomma, lui ci incoraggiava ad andare avanti nel solco di quel giornalismo della liberazione che non aveva potuto esprimersi fino in fondo ma era vivo nei suoi valori.

Qualsiasi cosa possa fare la farò, mi disse rilasciando un comunicato contro la legge bavaglio. L’informazione la dobbiamo difendere fino alla fine, perché è di tutti, è un bene comune. Abbiamo parlato di giornali e di televisione, del conflitto di interesse e di berlusconismo. Tanti aneddoti, tanti fatti, tante battaglie ma una sola profonda fede di libertà. Caro giornalista partigiano, ciao. Cercheremo di conservare quello che hai lasciato. E forse la tua storia diventerà leggenda.

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