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L’odissea ucraina e il vuoto dell’Europa

 

È inutile girarci intorno: con l’inoppugnabile vittoria dei sì al referendum tenutosi nelle regioni del Sud-est ucraino, Donetsk e Luhansk, che ha sancito l’indipendenza delle suddette da Kiev e, di fatto, l’annessione alla Russia, l’Europa ha subito un colpo che, a due settimane dalle Europee, dovrebbe indurre tutti noi a riflettere. Ciò che sorprende, anzi sbalordisce, è invece il nostro silenzio, la nostra minimizzazione, il nostro sostegno alla tesi, quella sì davvero farsesca, che si sia trattato di una carnevalata orchestrata da Putin, come se il novanta per cento di quei cittadini non avesse compiuto una scelta chiara e irrimediabile, voltando le spalle alle nostre macerie e scegliendo, di fatto, una Nazione in rapida ascesa e desiderosa di tornare a occupare il proscenio mondiale da protagonista.

Ora, lungi da noi sostenere le posizioni di Putin, il suo anacronistico zarismo, la sua ferocia e la sua abietta determinazione nel voler ricostruire l’Unione Sovietica a venticinque anni dalla caduta del Muro; fatto sta che noi siamo riusciti a far peggio, inducendo una popolazione che pure, fino a poco tempo fa, guardava al Vecchio Continente con passione e speranza a tornare fra le braccia di quella che un tempo fu la Madrepatria, spaventata dalla mancanza di prospettive, dalla strumentalità e dalle posizioni talvolta addirittura filo-naziste dei promotori dell’ingresso nell’Unione Europea ma anche e soprattutto dalla nostra totale incapacità di tendere la mano a nuovi popoli, nuove culture, nuove esperienze, preferendo rimanere arroccati nelle nostre finte e oramai erose posizioni di privilegio, chiusi, presuntuosi, incapaci di volgere lo sguardo oltre il nostro cortile tecno-burocratico, al punto di riuscire nell’impresa di far fuggire chi ci considerava un’occasione irripetibile e suscitare sentimenti di sdegno in tutti coloro che oggi percepiscono l’Europa e l’euro come prigioni dalle quali emanciparsi il prima possibile.

Perché è inutile affidarsi alle parodie del voto o raccontare la favola del despota russo che ha traviato milioni di persone: ieri, nel bacino del Donbass, è esplosa, in forma pacifica ma estremamente decisa, la rabbia di un popolo che ha scelto di voltarci le spalle, di liberarsi delle violenze di una protesta filo-europeista che è oggettivamente degenerata e di riportare indietro le lancette dell’orologio, nella speranza di conquistare condizioni di vita migliori e, finalmente, un minimo di stabilità politica.

E anche qui è ora che l’Europa si interroghi: ha davvero senso continuare a recitare questo insulso mantra della disputa fra conservatori e innovatori, fra chi vuole andare avanti e chi vuole tornare al passato, quando sono cinque anni che l’Unione Europea non fa che tornare indietro, vessare le popolazioni più deboli con pretese economiche insostenibili, negare il senso stesso del concetto di solidarietà, annullare ogni principio di giustizia sociale e spingere alla disperazione e alla miseria milioni di cittadini senza lavoro e senza prospettive? Si può davvero parlare di futuro in un Continente in cui l’età media continua ad aumentare, in cui le giovani coppie, non avendo un’occupazione, rinunciano a mettere al mondo dei figli, in cui il populismo, l’anti-europeismo e la xenofobia dilagano, in cui le forze progressiste non esprimono più un concetto di sinistra nemmeno per sbaglio, in cui i conservatori, che un tempo identificavamo con Konrad Adenauer, non si vergognano nemmeno un po’ di accogliere al proprio interno un personaggio impresentabile come Orbán e un partito come il Fidesz che sta mettendo a repentaglio i capisaldi della democrazia ungherese, in cui, con ogni probabilità, si ripeterà lo schema delle larghe intese fra socialisti e popolari, oramai diffuse un po’ ovunque, a causa dell’incapacità di entrambi di risultare convincenti agli occhi di un elettorato afflitto e senza punti di riferimento, in cui l’unica ideologia dominante è quella del denaro e in cui nessun candidato, a parte Tsipras (e anche Schulz, ma non i partiti che lo sostengono), ha avuto davvero il coraggio di mettere in discussione i disastri causati dai dogmi liberisti imperanti da almeno trent’anni?

Possiamo davvero stupirci del fatto che, alla fine, gli ucraini dell’est abbiano preferito il tacco di Mosca al nulla di un’Europa vuota e priva di valori? A rendere ancora più triste lo scenario, hanno provveduto alcune considerazioni, pure non trascurabili, sul futuro energetico dell’Unione, essendo la Russia uno dei nostri principali fornitori di gas e metano. Quello è l’unico futuro che ci sta davvero a cuore: i soldi, il riscaldamento, le ciminiere delle industrie ma non l’ambiente, non la cultura, non quella che un tempo chiamavamo “civiltà del benessere” e che insieme allo stato sociale caratterizzava il nostro Continente come il più avanzato sul piano dei diritti e delle tutele dei cittadini.

In quest’Europa inesistente sono scomparse le persone, sono scomparsi gli ideali e si è smarrita la strada di qualunque forma di effettivo cambiamento. Per questo non possiamo sorprenderci della scelta degli ucraini né del fatto che il loro referendum farà scuola ad altri popoli, stanchi di vivere in una gabbia che non offre alle giovani generazioni che un avvenire di fame e precarietà.
Se esistesse una vera sinistra, dovrebbe incaricarsi di mutare gli scenari e farsi interprete dell’ascolto dei più deboli e del dolore di chi vede di fronte a sé soltanto il baratro. Alla luce della memoria storica, poiché la sinistra contemporanea si limita a correggere lo spartito della destra e non ha la minima idea (o, forse, il coraggio, più probabilmente entrambe le cose) di proporne uno proprio, nessuna catastrofe deve, purtroppo, sorprenderci.

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