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L’anno che verrà

 

Le bocche cucite per protesta dei migranti rinchiusi nel Cie di Roma sono il messaggio politico più forte che questo fine anno 2013 ci lascia in eredità. Una bocca cucita  come gesto estremo, a significare che le parole sono state tutte spese e che non è cambiato nulla. Che per farsi sentire dai Media e dal mondo politico ,servono gesti forti, estremi. Un segno di distanza, che ci arriva da un mondo che non cerca la rottura ma,al contrario, l’ascolto per un cambiamento di rotta nel nostro rapporto tra persone. Ed è quello che non riusciamo ad esprimere,né tra di noi, né nei confronti di chi arriva qui per cercare di vivere meglio. Troppe parole al vento, pochi cambiamenti di sostanza. “Lo specchio da ricomporre” scrivevamo un anno fa esatto: ebbene non si ricompone questa nostra società, non ancora. E mentre quel grido delle bocche cucite  arriva sino al 2014 con la sua carica politica, parlando (eccome!) a tutti noi, cade proprio all’inizio del nuovo anno l’anniversario dell’assassinio di un giornalista, Pippo Fava (nella foto), al quale la mafia, 30 anni fa, volle chiudere la bocca e la voglia di denunciare, di fare informazione: per sempre, alla maniera di cosa nostra.

E’ impressionante l’accostamento tra questi due episodi che distano trent’anni uno dall’altro, rivelandoci però il segno e l’importanza delle parole: siano non dette con le bocche cucite nei Cie per protesta, che però raccontano, anzi gridano quella rabbia e quella voglia di vivere dei migranti; siano esse  quelle di Pippo Fava che ancora oggi spiegano e gridano, alla ricerca di essere ascoltati dalle coscienze dell’opinione pubblica siciliana ed italiana.

Bocche cucite. E’ quello che voleva la mafia e la politica collegata ai mafiosi trent’anni fa uccidendo Pippo Fava; è quello che ancora oggi  molti vorrebbero per quei migranti che senza colpe vengono rinchiusi in attesa di un destino che ha il sapore della deterrenza a scapito dei diritti umani, come se i confini fossero muri e barriere invalicabili per proteggere l’egoismo della spartizione del benessere , in una società, la nostra, che più è in crisi, più si chiude a difendere litigiosamente il nostro livello di vita, invece di aprirsi alle possibilità che nuove energie e forze diverse possono innestare nei nostri costumi e nella nostra economia. Per questo quelle bocche che i migranti del Cie di Roma si erano cucite,urlavano in realtà come  quelle parole che Pippo Fava scriveva, in un altro contesto di 30 anni fa, su “I Siciliani”.
Oggi viviamo una realtà diversa ma con problemi simili e ciclici,mentre la mafia sempre arrogante ed in espansione.

E’ una società in crisi e più povera quella che ci lasciamo con il 2013 in Italia: 18 milioni di persone che sono entrate o rischiano di passare la soglia della povertà. E più siamo alle prese con la Miseria Ladra dei nostri quartieri, più vediamo aumentare il divario tra i nuovi poveri e le fasce alte della ricchezza sociale, nella quale vivono anche corrotti e mafiosi;  mentre l’economia pulita soffre ,i “colletti bianchi” delle mafie  usano le proprie ricchezze per coinvolgere la parte produttiva sana (ma sofferente) nella propria rete. Usando poi i gruppi più ideologizzati e facinorosi delle persone in difficoltà, cercando di unire persone in crisi con disoccupati,  veri malati disperati ed evasori fiscali, in un assalto alla politica che sta diventando una continua e pericolosa delegittimazione delle Istituzioni Democratiche del nostro paese. Le ultime inchieste sociologiche e giornalistiche , mettono in risalto la difficoltà a vivere, insieme ad una crisi di credibilità verso le istituzioni che sale dalla pancia del nostro Paese: perché la povertà azzanna gran parte di chi prima viveva in relativo benessere. Ma anche per l’uso spesso sconsiderato, ignorante, delle parole; che pesano come macigni in queste circostanze e che vengono invece riproposte ed usate,addirittura aizzate e lanciate  da giornali,siti Web e televisioni ben sponsorizzate  ed in una logica politica, per colpire  le Istituzioni , in una pericolosa confusione che rischia di travolgere l’assetto costituzionale del nostro Paese.

Certo, la politica non ha fatto molto per uscire da questa situazione di crisi ,che non è solo economica, ma è anche sociale, di sistema. Anzi, spesso gli uomini politici sono andati a cercare il modo di apparire casta privilegiata a spese di chi già non vive bene. Ma  proprio per questo, chi vuole ricreare le fondamenta della nostra convivenza civile, basandola sulla solidarietà, sul riscatto sociale di chi soffre ed è in crisi, non può lanciare assalti verbali continui verso il “palazzo”, senza distinguere le Istituzioni che devono continuare a regolare la nostra vita quotidiana ed il nostro futuro, dalle persone che le guidano. O peggio colpendo le persone che sono oggi  a garanzia delle Istituzioni ( a partire dal Presidente della Repubblica  e dai magistrati) per abbattere le Istituzioni stesse e creare le condizioni per una crisi della democrazia in Italia.  Perché questo gioco pericoloso è lo stesso che la mafia ed i poteri occulti di questo paese hanno cercato di attuare dalle vicende del “bandito Giuliano” e della strage di Portella della Ginestra, sino agli anni scorsi dove P2,P3 e P4 hanno scandito i passaggi della nostra storia recente.

Le mafie vogliono il disordine per ricreare l’ordine dei propri affari, per cucire la bocca a chi vuol far luce sui loro traffici mandando in galera i piccoli o grandi boss ,sequestrando loro i beni che hanno sottratto con la violenza alla nostra comunità. Le parole pesano,oggi come ieri: le bocche cucite per protesta ci ricordano che la democrazia è fatta proprio di parole, discussione,decisioni ed atti concreti di accoglienza,lavoro e  distribuzione del reddito e dei servizi sociali. Questo  possiamo chiedere ,con forza, oggi a chi domani,in questo 2014 ci governerà. Scelte di condivisione e di lavoro, di lotta alla mafia e di investimenti verso i giovani, contro l’evasione fiscale e la corruzione per recuperare le risorse che servono al rilancio dell’economia e delle famiglie italiane.

Ed a tutti noi, al nostro mondo dei Media vogliamo parlare, anche nel 2014, con le nostre forze e possibilità,per raccogliere la sfida della chiarezza e del cambiamento; dell’uso delle parole giuste e vere, sapendo che, appunto pesano.  Vogliamo continuare a far emergere i problemi della violenza (sulle donne, sui bambini, sulle persone più indifese, su chi viene bollato come diverso perché  omosessuale, su chi viene sfruttato nel lavoro sino a morirci oppure perché il lavoro non lo trova), scavare nella realtà e dare sostegno a chi lotta contro  mafie, corruzione e miseria,con le armi dell’inchiesta e della conoscenza. Illuminando le zone d’ombra dove, soprattutto nelle periferie della società, si vorrebbero coprire gli affari sporchi delle mafie, camorre varie e di quei potentati economici e politici, che su quei traffici  lucrano a spese della comunità.

L’esempio della cosiddetta “Terra dei Fuochi”, deve farci aprire gli occhi ed i riflettori: quanta sordità nella stampa ,nelle tv e nei Media verso le denuncia che da anni, come Articolo21, Libera , Libera Informazione e giornalisti democratici abbiamo portato all’attenzione dell’opinione pubblica. Quanta sordità da parte di quei direttori ed editori che hanno scoperto solo ora quel disastro ai danni della terra e della salute di migliaia di persone, tentando ora di imbastirci sopra campagne improprie e/o reportage sensazionalistici quanto tardivi, senza cercare i veri responsabili di quell’accordo delittuoso tra camorra, industriali senza scrupoli e politici che si mettevano “a disposizione”,facendo guadagli illeciti, sporchi quanto spropositati sulla pelle delle persone!!  Quanta responsabilità dell’informazione che non è riuscita a fare “blocco” con le parti più sensibili della società della “terra dei mazzoni” per impedire che  diventasse terra dei roghi e dei veleni sotterrati, magari ingannando con 4 soldi i proprietari di quelle terre considerate improduttive da chi voleva solo trasformarle in discariche!!
Il filo perverso che ha legato quelle trasformazioni, può diventare un legaccio che trasforma altre situazioni sociali (dall’immigrazione alla ripresa economica) in perversi luoghi di arricchimento mafioso e corruttivo ai danni delle persone e delle comunità. E quei legami sono esistiti e possono vivere solo se manca la Politica, quella  capace di governare comunità e territori, di avvicinare le Istituzioni ai bisogno dei cittadini, di rompere i vecchi schemi egoistici delle società chiuse che si spartiscono il benessere.

Un anno di difficoltà il 2013 che ci lasciamo alle spalle; un anno di speranza mista a difficoltà,ma anche di  possibilità e potenzialità, questo 2014 che comincia, dove si continuano ad intravvedere positività e rigurgiti  populisti irrazionali, risveglio politico e culturale con una richiesta di “più merito” e più legalità, mentre in contemporanea scendono in piazza forconi sospetti e bisogni inespressi. Insomma un periodo dove solidarietà ed egoismi si alternano e fronteggiano,in un paese ancora  spezzato in tante micro-identità,come quello specchio frantumato che non riesce a ricostituire il proprio “puzzle” sociale. E’ per questa ricostruzione che  la società civile e politica deve lavorare,in questi prossimi mesi.
Uscire dalla crisi economica e sociale devono essere impegni paralleli, impegnandosi non solo nell’equità di cui parla giustamente il governo, ma nella  solidarietà; che è qualcosa di diverso e di più dell’equità. Per questo l’informazione ha un ruolo chiave nella crescita di questo paese, nella ricomposizione di quello specchio frantumato: perché solo facendo capire i fenomeni, solo fornendo dati ed opinione, è possibile aiutare chi è disorientato a farsi una propria idea, a ritrovare dialoghi e solidarietà,nel Paese e ,quindi,nelle sue istituzioni.

“Parlatene, parlatene, parlatene”: è stato uno degli ultimi appelli di Paolo Borsellino, rivolto ai giovani e soprattutto ai giornalisti, all’opinione pubblica. Parlare di mafia e mafie,far capire la loro pericolosità e  consistenza, mettere in luce, con inchieste puntuali e  periodiche, gli affari di quelle criminalità organizzate che  si insinuano con la violenza nell’economia reale del Paese, alterando il mercato e la concorrenza con un giro d’affari che, secondo la Commissione Antimafia del Parlamento, si aggira oggi  sui 150 miliardi di euro l’anno.
Eppure nonostante queste cifre siano ormai note, il tema mafia continua a non essere costantemente affrontato  dai Media italiani. Anche se l’economia sommersa illegale per evasione fiscale o fondi sottratti ed espatriati clandestinamente, supera i 120 miliardi di Euro. Aggiungendo i costi della corruzione stimati dalla Corte dei Conti in 60 miliardi di Euro, si arriva ad un ticket dell’illegalità che Avviso Pubblico ha calcolato in 330 miliardi di euro, vale a dire 5.500 euro pro capite, qualcosa come 15 euro al giorno al portafoglio di ciascuno di noi. Ed allora vale la pena far risaltare questi dati nei Media, proprio guardando al 2014, in presenza di una crisi economica molto profonda che ha bisogno di incidere e tagliare il bubbone mafioso alla radice,cioè nell’illegalità mafiosa come nel contrasto militare della violenza cruenta di queste organizzazioni.

Il nostro impegno,dopo un 2013 contrastato e difficile, anche nel campo dell’Antimafia , con tante luci ma anche alcune ombre pesanti, parte proprio da qui: contribuire ad accendere i riflettori ed a tenerli accesi ogni volta che è necessario ed importante, mettendo in risalto i fatti e le notizie,le criticità e le positività emergenti, stimolandone così la discussione e la diffusione  sino ai grandi network nazionali ed al Web.  Alimentare quindi la rete di corrispondenti e giornalisti  dai territori ,non trascurando mai gli impegni verso le istituzioni e gli enti locali per studiare e mettere a disposizione le nostre conoscenze con dossier e ricerche mirate; con un occhio sempre attento al lavoro di forze di Polizia (tutte) e  della Magistratura; ed all’esigenza di Giustizia che sale costantemente dalla società civile ed in particolare dalle vittime delle mafie. E continuare a dare assistenza a chi viene minacciato  dalle Querele Temerarie, offrendo il nostro Sportello Antiquerele a chi è precario o senza copertura di editori e direttori, per non limitare la loro libertà di inchieste giornalistiche, sapendo di poter contare su una difesa adeguata e,sinora, sempre vincente, come dimostra la recente vicenda di Ester Castano. Puntando infine ad una vera modifica della legge sulla Diffamazione che renda in futuro impossibili o poco  convenienti le Querele Temerarie.

Un lavoro che vogliamo svolgere ,nonostante fatica e difficoltà, ma avendo sempre il faro della Costituzione  e delle istituzioni democratiche ad illuminare il nostro lavoro.

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