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Miserabile quel Paese che non rispetta i propri anziani

 

È arrivato il momento di fare chiarezza, di dire la verità e di iniziare a confutare con il dovuto vigore le falsità di chi mente o per ignoranza o, peggio ancora, per crudeltà e malafede. L’argomento in questione sono gli anziani, precisamente i pensionati, da tempo sotto attacco a causa dei loro redditi differiti che, essendo in alcuni casi erogati con il vecchio sistema retributivo (di gran lunga il migliore, il più onesto e l’unico che risponda a dei veri criteri di sostenibilità e accettabilità sociale), sono oramai oggetto quotidiano di richieste di decurtazione, giustificate dall’accusa infamante di essere “pensioni d’oro”.

Ora, posto che le pensioni veramente d’oro, cioè quelle superiori ai dieci-quindicimila euro netti in su, rappresentano una percentuale minima del monte pensioni (che a sua volta è stato stimato in circa duecentosettanta miliardi, cioè circa un ottavo del PIL italiano) e posto che i venditori di fumo e gli spara-sentenze che dimorano giorno e notte nei salotti televisivi dimostrano evidentemente di non conoscere la differenza tra il reddito lordo e il reddito netto (e c’è una bella differenza), è bene smontare con altrettanto vigore l’incredibile balla di chi asserisce che le pensioni dei “nonni d’oro” siano a carico dei figli e/o dei nipoti.

Purtroppo, infatti, è semmai vero il contrario: attualmente, a causa di riforme del mercato del lavoro totalmente sbagliate quando non addirittura deleterie, sono i figli e i nipoti ad essere per lo più a carico di quei nonni che, dopo aver lavorato per quarant’anni e aver pagato fior di contributi (spesso molto più di quanto verrà loro restituito, anche nel caso dei pensionati col retributivo), si vedono costretti a mantenere, con una pensione che, per forza di cose, perde col tempo potere d’acquisto, generazioni prive di speranza, di futuro e, soprattutto, di prospettive occupazionali decenti, almeno in Italia.

Tuttavia, è bene chiarire anche che qui la posta in gioco è assai più alta di quel che vogliono propagandisticamente farci credere. La posta in gioco, difatti, riguarda il concetto stesso di pensione: non più un reddito in grado di assicurare a tutti quell’“esistenza libera e dignitosa” (e aggiungerei in linea con il tenore di vita condotto fino a quel momento) di cui parla l’articolo 36 della Costituzione bensì, al massimo, un assegno di sopravvivenza, una somma umiliante che consenta all’anziano, peraltro assai più bisognoso del giovane di affetto, cure e assistenza medica, di mangiare, bere e dormire senza accampare ulteriori pretese.

Al fine di far passare questo messaggio orribile, dunque, sono stati escogitati tutti i marchingegni più inverecondi: dall’accusa agli anziani di aver rubato il futuro ai propri figli a quella di essere dei garantiti, dei ladri, dei farabutti, di essersi mangiati tutto, di essersela spassata alle spalle delle nuove generazioni e di aver lasciato volutamente e scientemente dietro di sé la disperazione e il deserto.

Alla luce di alcune recenti stime, secondo cui i nonni da soli costituiscono un welfare di trenta miliardi (pari a circa tre volte la Legge di Stabilità recentemente varata dal governo Letta), verrebbe da ridere, se non fosse che vien da piangere e gridare, soprattutto se si pensa da quali pulpiti provengono questi attacchi.

Gli illustri sostenitori di queste tesi, infatti, sono spesso personaggi che, come detto, trascorrono le giornate a blaterare in televisione e, quando non stanno in tivù, stanno ad accapigliarsi in Parlamento o a mettere a posto il mondo in qualche redazione, in qualche centro studi o dietro qualche cattedra universitaria, comunque sempre seduti su una comoda poltrona, con i loro cinque-diecimila euro netti di stipendio mensili, un lavoro sicuro e un tenore di vita di gran lunga superiore a quello della stragrande maggioranza dei pensionati italiani.

Qualcuno potrebbe obiettare che anch’io, pur non avendo alcun posto fisso e non percependo quelle cifre mirabili, appartengo a questa speciale “casta” di privilegiati: perché scrivo sui giornali, perché faccio politica, perché partecipo spesso a seminari, incontri e convegni e perché, infine, ho avuto la fortuna di potermi iscrivere all’università proprio grazie a una discreta condizione di benessere familiare che i sostenitori del neoliberismo duro e puro vorrebbero smantellare.

Ebbene, rispondo così: questa battaglia la dobbiamo combattere tutti insieme, poveri e benestanti, perché quei signori che blaterano dalla mattina alla sera, con le loro non idee, il loro non pensiero e la loro messe gratuita di insulti e offese, costituiscono il più grave attacco non solo agli anziani, ai pensionati e ai ceti sociali più deboli ma al concetto stesso di democrazia, alle istituzioni, al valore e all’importanza della politica, spalancando le porte al dominio delle lobbies, della cattiva finanza e di altri mostri generati da trent’anni di propaganda reaganian-thatcheriana, i cui effetti li stanno pagando a carissimo prezzo coloro che hanno meno possibilità, culturali e materiali, di difendersi.

Anche perché qui non si tratta solo di persone ma di storia, di cultura, di tradizioni, del nostro passato e, soprattutto, del nostro futuro. Perché senza memoria non c’è futuro e ciò che si vuole distruggere, con questo attacco indiscriminato e sistematico contro gli anziani, non è solo la loro pensione ma ciò che essi rappresentano, i loro ricordi, il loro esempio, la bellezza di quell’Italia solidale che si teneva per mano e usciva insieme dalle macerie della guerra, la meraviglia di quelle città in cui la gente lasciava la chiave appesa nella toppa della porta, la poesia delle prime vacanze, dei primi viaggi in Cinquecento, dell’arrivo di un benessere a lungo sognato e poi conquistato con sudore e fatica. Ma, più che mai, si vuole distruggere l’Italia della Costituzione, dei diritti, di una politica in grado di suscitare passioni ed emozioni, di partiti veri in grado di confrontarsi anche con accanimento ma senza odio, senza violenza, senza il rancore devastante che ha ridotto questo Paese ad un’arena.

Ciò che veniva rimproverato a suo tempo a Bersani, ad esempio, era proprio di essere “vecchio”, di non saper parlare alla pancia degli italiani, di essere buonista quando, invece, era ed è soltanto una brava persona, incapace di essere feroce, colta, intimamente e profondamente buona, legata agli ideali della propria gioventù (che poi, se permettete, sarebbero quelli di Enrico Berlinguer) e non in grado di rispondere al populismo con altro populismo, con altra insopportabile demagogia, con i toni barbari e sprezzanti di chi, in realtà, vuole solo distruggere senza cambiare nulla.

Ha perso, certo, ha sbagliato e anche molto, ma il vero motivo per cui non è stato capito è che non può essere capito e apprezzato un galantuomo in quest’Italia sfregiata dal berlusconismo, intrisa di cattiveria, travolta dal rancore, in questa Italia senza speranza in cui qualcuno pensa di porre rimedio a tutti i problemi passando con il caterpillar e “asfaltando”.

Mi rivolgo, in conclusione, soprattutto alla mia generazione, perché si opponga a questa crociata vigliacca e selvaggia contro le uniche generazioni che veramente ci hanno teso la mano in questi anni di disperazione; le stesse generazioni che ci hanno accompagnato in corteo contro la Gelmini; le stesse generazioni che, in qualche caso, ci hanno preso per mano e condotto sui monti dove sono stati partigiani e hanno lottato contro il nazi-fascismo per un’Italia più giusta, più libera, migliore e, in particolare, democratica.

E perché tenga presente, sempre, in ogni circostanza, soprattutto chi si avvicina alla politica, che l’ultima volta che qualcuno si è scagliato contro i privilegi e le ingiustizie commesse dalle generazioni precedenti e ha inneggiato alla “giovinezza”, arrivando addirittura a definirla “primavera di bellezza”, ci sono voluti vent’anni, una guerra maledetta e un numero imprecisato di morti per liberarci di quel cancro. E a liberarci, come detto, sono stati proprio quei nonni che oggi ci raccontano le loro esperienze, animati dalla speranza di strappare dai nostri occhi la miseria e l’indifferenza di questo tempo cinico.

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