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“#Lampedusa”, il tweet del Papa, dopo il secondo tragico naufragio nel giro di una sola settimana

 

Dopo la processione in piazza San Pietro e il momento di preghiera con Papa Francesco vissuto assieme a oltre 100.000 fedeli, la statua originale della Madonna di Fatima sabato sera viene portata per la prima volta al Santuario romano del Divino Amore. Una notte “bianca” di preghiera. “Un evento storico” lo definisce il rettore del Santuario don Fernando Altieri, “Maria ci precede nella peregrinazione della fede, è bello vederla in testa al corteo dei pellegrini, gente semplice e umile”. E così la Vergine di Fatima il 12 e 13 ottobre, nelle due giornate mariane fortemente volute dal Pontefice, si fa’ pellegrina tra i pellegrini. Per rendere partecipi fedeli in ogni angolo del pianeta la recita del rosario al Divino Amore avviene in collegamento con dieci santuari mariani nel mondo. Nel maxischermo si alternano preghiere in tante lingue diverse, da Washington (Stati Uniti), Banneux (Belgio), Lourdes (Francia), Akita (Giappone), Czestochowa (Polonia), Nazareth (Israele), Aparecida (Brasile), Buenos Aires (Argentina), Vailankanni (India) e Nairobi (Kenia).  Anche le periferie oscurate indiane, africane, sudamericane vengono così illuminate dalla giornata di devozione alla Madonna. Non solo. Ci sono poi le testimonianze che dal Divino Amore, attraverso i collegamenti in diretta, raggiungono tutti i fedeli, lontani e vicini. Storie di vita vera. Di sofferenza, di rinascita, di fede.
Storie come quella del ginecologo francese Maurice Callet, ateo, che si è convertito dopo i 40 anni, durante un viaggio a Lourdes dove aveva accompagnato la moglie gravemente ammalata. Al microfono parla poi Darleine Dadahegi, ruandese. Sembra rivivere, mentre racconta, il dramma della guerra esplosa nel 1994 tra le diverse etnie del suo Paese, tutsi, hutu, twa. Lei queste differenze non le vedeva, il popolo ruandese lo percepiva unito, un unico popolo.  Lei che quando iniziarono gli scontri si trovava all’università. Volevano ucciderla. Riuscì a scappare e a salvarsi. “Immaginate”, prosegue Darleine, “se in Italia scoppiasse un conflitto tra i biondi e i bruni, tra i bassi e gli alti, tra i grassi e i magri. E’ assurdo. Mai più nessuno alimenti l’odio contro il fratello”. Ora la signora vive in Italia: arrivata qui per un tirocinio, si è sposata con un italiano con cui ha avuto tre bimbi. Torna spesso in Ruanda per aiutare i tanti, troppi bimbi orfani.

La veglia del Divino Amore illumina poi la Siria. Sull’altare ci sono Violette e Issa, coppia siriana con quattro figli piccoli. Lui è un medico che, dopo l’inizio della guerra, ha dovuto affrontare emergenze terribili. Per salvare vite, ha messo a repentaglio la sua stessa vita e quella della famiglia. Una notte, ricevuta una chiamata per una grave emorragia di una donna, ha percorso 15 chilometri di una strada intrisa di pericoli. Potevano ucciderlo. Poi la soddisfazione, grande, di averla salvata, quella donna. Issa ha macinato 2.000 chilometri in una sola settimana per raggiungere i pazienti e poi portarli da un nosocomio all’altro, in citta’ diverse. Il trasporto pubblico inesistente. La sicurezza impossibile. Un giorno, racconta il medico siriano, e’ nato un bimbo sciita prematuro. In ospedale lo hanno messo in incubatrice, la madre e’ tornata subito nel suo paese. Tutta la famiglia di quel piccolo era lontana. Cosi’ lui, cristiano, si e’
preso cura del neonato assieme a infermieri sunniti. “Quel bimbo sciita sembrava l’immagine del nostro Paese”, prosegue Issa. L’ospedale ha vissuto poi momenti di grande paura. Senza luce a volte, senza telefono e con i cellulari che spesso non funzionavano. La mamma pensava che il piccolo fosse morto. Invece dopo un mese il medico ha potuto comunicarle che era vivo e stava bene. “Per vivere queste sofferenze la preghiera e’ essenziale” spiega Issa. A mezzogiorno, racconta, in ospedale quello della preghiera per la pace in Siria e’ un appuntamento fisso. Non solo per la Siria, si prega per tutti i Paesi afflitti da guerre. Testimonianze che fanno riflettere e, ascoltandole, il pensiero corre subito alla veglia internazionale per la pace in Siria e nel mondo del 7 settembre scorso. L’invito di Papa Francesco a partecipare a preghiera e digiuno era rivolto a tutti, a prescindere dal credo religioso. Il Santo Padre, sin dall’inizio del Suo pontificato, e’
sempre molto vicino agli ultimi. A Lampedusa il suo primo viaggio apostolico l’8 luglio, due mesi dopo nella Capitale la visita al centro Astalli per i rifugiati. Lo sguardo rivolto agli invisibili per farli emergere dall’oscurita’ in cui troppo spesso vengono relegati. Dai media, dalla politica, dall’intera societa’. “Tante volte siamo accecati dalla nostra vita comoda e non vediamo quelli che muoiono vicino a noi. #Lampedusa”. Questo il tweet del Papa, dopo il secondo tragico naufragio nel giro di una sola settimana.

 

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