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Le donne indiane non sono dee

 

In risposta all’ultimo caso di stupro, avvenuto in India ai danni di una fotoreporter di ventidue anni che stava realizzando un servizio con un collega in un quartiere centrale di Mumbai, la Save Our Sisters, una iniziativa della Save The Children India che si occupa di contrastare la tratta sessuale delle donne, promuove la campagna “Abused Goddesses” in cui le tre più importanti dee dell’Induismo, Sarasvati dea della conoscenza, Lakshmi dea della fertilità e Durga dea dell’energia creativa femminile, vengono rappresentate livide, ferite e abusate. Ogni immagine riporta la scritta: «Preghiamo di non dover mai arrivare a vedere questo giorno. Oggi più del 68% delle donne in India sono vittime di violenza domestica. Domani nessuna donna potrebbe essere risparmiata. Nemmeno quelle alle quali affidiamo le nostre preghiere», ed è accompagnata da un numero di telefono dove segnalare ogni caso di violenza. La pluripremiata campagna ha fatto il giro del mondo portando l’attenzione su un problema che sembra non conciliabile con l’idea che si ha dell’India nei paesi di tradizioni molto lontane da cui si osserva solo la parte visibile di una cultura che raffigura le donne come personaggi ultraterreni, ingioiellate e avvolte in sete colorate quasi sempre poste su dei piedistalli per essere venerate, che elegge un primo ministro donna, Indira Gandhi, in tempi in cui nel resto del mondo sembra invece essere un problema, che può vantare figure femminili nei più importanti campi del sapere e nello sport e che una volta all’anno celebra il Rakhi, una festa che prende il nome dal filo con cui una sorella lega il polso del fratello che le promette protezione eterna. Nonostante il grande impatto visivo e lo scopo senza dubbio utile della campagna ci sono però dei circoli viziosi che costringono il problema all’interno di un cliché e lo privano di realtà quasi fosse “il solito problema”.

Alla base di ogni atteggiamento c’è un modo di ragionare che si è formato ricevendo degli input esterni che provengono dalla propria formazione famigliare, scolastica, religiosa e personale. Così è tutt’altro che raro che dietro un atteggiamento sessista vi sia una mentalità maschilista alimentata da un ambiente patriarcale in cui le donne sono come oggetti che possono essere promesse in matrimonio quando sono ancora in fasce. Inoltre non è una scoperta il fatto che in India la dote che la sposa deve portare con sé al momento del matrimonio sia una della principali cause di morte della stessa sventurata una volta certificato il legame coniugale. Infine gli ultimi casi di stupro, che hanno fatto indignare gli indiani e scricchiolare l’idea che da lontano si aveva di quel mondo pacifico, hanno tutt’altro a che vedere con la violenza domestica che invece denuncia la campagna della Save Our Sisters. Per risolvere il problema il primo vero grande passo da fare è prenderne coscienza e allontanare ogni ipocrita tentativo che non ha il solo scopo di proteggerci dalla dura realtà, ma anche e soprattutto di annullare l’entità del problema stesso. In questo senso si muove invece il video, immediatamente diventato un viral, del collettivo di comici All India Bachod che con ironia accusa la vittima di essere colpevole di ogni violenza subita: «It’s your fault!», è colpa tua perché parli troppo, perché ti vesti in maniera provocante anche quando sei coperta dalla testa ai piedi, in poche parole è colpa tua perché sei una donna. E questo ha poco a che vedere con l’essere una dea.

www.facebook.com/IndiaBakchod

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