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Il Premier che vorrei. Caffè greco di domenica 28 luglio

 

Sono ad Atene, come Enrico Letta ma non con lui. A una televisione greca ha detto di non volere un autunno caldo e ha promesso che il 2014 sarà per l’Europa l’anno della svolta. Ma oggi il nostro Presidente del Consiglio parlerà, in Grecia, in modo ufficiale. Ecco cosa vorrei che dicesse

“Cari concittadini, vi chiamo così perché Italia e Grecia sono unite dalla storia e dal futuro. Non lontano da qui, a Eleusi, vedrete vestigia della civiltà micenea mescolarsi con templi innalzati da imperatori Romani, in un luogo sacro già 1500 anni prima di Cristo. È ad Atene, è a Roma la linfa del nostro futuro. E a noi tocca oggi fecondare con quella linfa la patria dei nostri figli, che è l’Europa.

Lo so, certe volte non è facile vedere le cose così. Quando ci assegnano i compiti, come fossimo scolaretti, quando la Troika mostra più riguardo per una banca con i conti in rosso che per le famiglie greche e italiane senza lavoro né reddito, viene da chiedersi: ma questi chi sono? Sono, cari concittadini, europei in cerca di identità. Tedeschi che, tornati in Germania dopo essersi bagnati nel nostro mare, scaldati del nostro sole e della nostra cultura, si sono fatti prendere dall’umore nero (lo disse una volta Helmuth Kohl) e non vedono quello che è giusto, quello che può dare un senso al futuro dei loro stessi figli. Aiutiamoli a capire, a vedere senza che la volontà di potenza li renda ciechi, come purtroppo è accaduto due volte nell’ultimo secolo.

Una Europa senza Grecia, senza Italia, senza Spagna sarebbe una realtà di carta, disegnata con le linee volubili e fragili dei rendimenti e degli spread. E una Germania senza Europa, un vaso di coccio tra Oriente e Occidente. Perciò il mio Governo e, spero, il vostro, chiederanno a testa alta che si allenti il nodo scorsoio del rigore. Che si finanzi la crescita, le infrastrutture europee, la salvaguardia dell’ambiente e del patrimonio culturale  comune. Per il futuro dei tedeschi come per quello dei Greci e degli Italiani. Come fidarsi, diranno? Semplice. Come Spagnoli e nativi della Tracia si fidarono di Roma, fino a diventarne persino imperatori. Dissero cives romanus sum, e costruirono istituzioni comuni. Costruiamo anche noi un Parlamento, un Governo, un voto veramente europei.

Ma c’è qualcosa, cari concittadini di Atene, che dobbiamo fare per noi stessi, prima che per l’Europa ma senza di cui l’Europa non sarà. Combattere la corruzione, in Grecia e in Italia. È questo il vero spread, il differenziale che ci umilia. Corruzione, evasione fiscale, politica clientelare, e patrimoni immensi che si nutrono di quelle male piante. Proporrò al Governo e al Parlamento italiani misure drastiche contro corruzione, concussione, falso in bilancio, voto di scambio politico mafioso.

La Grecia e l’Italia sono proiettate verso l’altra sponda del Mediterraneo. E lì, In Tunisia, come in Egitto e a Istanbul milioni di ragazzi lottano in piazza per la democrazia. È una cosa straordinaria, una fortuna per noi Europei, una chance per il mondo intero. Superiamo odi e pregiudizi razzisti. Da noi tirano banane a una ministra con la pelle nera, da voi mentono ai disoccupati sostenendo che sono gli immigrati a rubargli il lavoro. Non è vero. Se il Mediterraneo tornerà a essere, come 2000 anni fa, il centro di una grande civiltà, saremo più competitivi in Cina, più rispettati in India e Brasile, saremo la porta che spalanca all’Africa il suo futuro.

Ateniesi, Romani, io e il collega Samaras guidiamo governi che nascono da una congiuntura eccezionale e sono sorretti da partiti che, normalmente, dovrebbero competere, non allearsi. Ma noi intendiamo durare solo il tempo necessario per aprire una finestra di dialogo in Europa, il tempo di varare misure d’emergenza contro la disoccupazione e di approvare una nuova e più democratica legge elettorale. La democrazia l’abbiamo inventata qui ad Atene e con la democrazia costruiremo l’Europa del futuro”.

Dirà queste cose Enrico Letta? Non andrebbe fuori tema. Democrazia. Il Fatto apre così. “Già 70mila firme per difendere la Costituzione”. La sensazione che il Governo usi le riforme costituzionali in parte per prender tempo, in parte per giustificare i fallimenti degli ultimi 20 anni, rischia di consegnare all’opposizione la bandiera della democrazia.

Razzismo. “Basta insulti, temo per le mie figlie”, dice nel titolo di Repubblica Cecile Kyenge. Ma aggiunge: “i razzisti non mi fermeranno”. E anche Vittorio Feltri tesse l’elogio della ministra, forse per sottrarsi all’aria plumbea a ai ricatti evidenti che traspaiono dalle pagine del giornale sul quale scrive. “-2” (al giudizio della Cassazione) “Tensione in vista del verdetto”. “Clima d’odio”. Perché il popolo viola ha annunciato un presidio davanti al Palazzaccio. “Paese normale solo se assolvono il Cavaliere” Sono gli altri titoli del Giornale.

Egitto. “Strage in piazza”, titola La Stampa. “Prova di forza dell’esercito”, il Corriere. Ma su Repubblica Bernardo Valli scrive: “l’Egitto sta vivendo la quarta fase della rivoluzione, in cui è in gioco l’irrisolta ed essenziale ruolo della religione nel mondo musulmano”. La prima fase quando i ragazzi ruppero lo schema interclassista e confessionale del nemico esterno (l’occidente e Israele) per prendersela con i loro governanti corrotti e incapaci. La seconda, del colpo di Stato dei militari, quando la piazza prese a gridare contro il generale Tantawi, erede e complice del vecchio sistema. La terza portò alla presidenza Morsi e al potere i Fratelli Musulmani. La seconda prova a emanciparsi dal potere delle moschee e di chi lo sfrutta.

Lasciatemi spezzare una lancia in difesa del Papa, perché temo che con le nostre televisioni così in ginocchio, vi possiate stancare di lui. Non si è messo in testa solo il copricapo dei nativi dell’Amazzonia, ha pure detto: “Gesù si unisce a chi è perseguitato per la religione, per le sue idee e per il colore della pelle”. Poi ha ringraziato il Cardinale Romero, quello che fu ucciso da squadroni della morte armati dagli americani. Diceva Romero: “I militari stanno uccidendo i loro stessi fratelli contadini. Nessun soldato deve obbedire all’ordine di ammazzare. In nome di Dio e di questo popolo sofferente, li supplico, li prego, gli ordino di fermare la repressione”. Da gesuita, Francesco non può abbracciare la teologia della liberazione. Ma sa rendergli onore.

da corradinomineo.it

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