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Essere o non essere. Forse sognare

 

Dopo la sentenza della Corte di Milano, che ha riconosciuto i reati di concussione e prostituzione minorile per il Cavaliere Silvio Berlusconi condannandolo a 7 anni di carcere e interdizione perpetua dai pubbilci uffici, le reazioni sono state immediate. C’è chi ha stappato bottiglie di champagne nonostante la crisi, chi ha esultato per il «settennato migliore degli ultimi tempi», chi si è lasciato andare a pianti di gioia incontenibili e chi è prontamente corso in piazza a manifestare per «l’incredibile sentenza, di una violenza mai vista» nei confronti di un perseguitato dall’evidente accanimento di certe toghe politicizzate e corrotte.
Così da una parte ci sono i vili comunisti che covano odio e rancore verso i potenti e che invece di farseli amici li vorrebbero mettere in riga, li vorrebbero uguali a loro nel bene e nel male. Invidiosi che non sono altro!
E sul fronte opposto ci sono i potenti, quelli che hanno sulla testa sempre qualcuno più potente di loro, quelli che sono pronti a sostenere l’esatto contrario di quanto hanno appena detto se il capo storce il naso. E sono proprio loro l’aspetto più tragico di questa sentenza, sono loro che si trasformano in una grottesca caricatura di un qualche ideale che ha dell’irreale, che non ha contorni e spessore e diventa fluido e confuso come il linguaggio che riempie le loro bocche ingorde. Loro scendono in piazza, il luogo compagno, sporco di polveri e sudori, di bandiere rosse e rivendicazioni collettive, ma a loro non importa perché quella piazza la si può occupare anche quando si tratta di difendere l’interesse personale di una sola persona, al diavolo le lotte sociali! E allora eccoli pronti a esibirsi in un tripudio di bandiere e nuovi inni, con palchi pieni di volti noti alla Tv e qualche curioso che da sotto scatta foto. L’importante è esserci, sia per chi afferra il microfono e incita contro la giustizia italiana e sia per chi acciuffa il proprio cellulare catturando il Vip da condividere sul proprio profilo di qualche social network.

Lo scopo di queste scorribande travestite da manifestazioni di indignazione è palese: «Ehi capo, guardaci siamo qui!». Nient’altro. Forse si può abbindolare qualcuno già abbindolato di suo con concetti brevi, semplici e ben scanditi come “giustizia INgiusta” e mandarlo a casa speranzoso che il capo da lassù abbia visto anche lui, l’ignoto povero cristo che se-arrivasse-una-bella-svolta…
Ma che non si cerchi di far passare per altro queste piece di basso teatro. Almeno non con quell’accozzaglia di simboli, di concetti, di confusione che si butta in mezzo nel pentolone come fosse un Bagaglino.
Prendiamo l’ultima esibizione, l’ultimo happening, quello messo in piedi da Ferrara proprio in occasione della condanna del capo in primo grado di giudizio. La piazza era centrale, a Roma, i personaggi illustri erano tanti, c’erano i soliti aficionados, i prezzemolini della politica da salotto televisivo e persino la riservata first lady agguerrita dietro delle sopracciglie ben delineate. Dal palco ben amplificato si ergeva imponente la sagoma cartonata di Mubarak e qualche pasionariaingioiellata e improfumata dentro una maglietta bianca su cui urlava lo slogan più discusso: “siamo tutti puttane”. Lo stesso cui anche il buon Ferrara si abbandona quasi in trance dopo essersi lucidato la bocca con un bel rossetto rosso e aver inviato un bacio al giudice Ilda Boccassini. E se ancora non fosse tutto già confuso di suo ecco la breve dichiarazione che la fidanzatina del festeggiato rilascia alla stampa: «Non sono una puttana e non lo è neppure Ruby».
Questo, che sembrerebbe il riassunto della giornata, è un tripudio di nonsensi e confusione che non ha un filo logico neppure a volerlo trovare con la forza. Partiamo con ordine.

Insistere con Mubarak dopo che poco ci manca che sia lo stesso ex presidente egiziano a dirci che Ruby è marocchina, è una mossa così poco strategica che definirla idiota sembrerebbe quasi sminuente. La maglietta “siamo tutti puttane” indossata dalla Santanchè e da qualche altra invita a rispondere in tantissimi e validissimi modi che forse il più diplomatico è questo: «Tu l’hai detto, tu ci sei» e comunque c’entra davvero poco con la dichiarazione della first lady sul suo chiamarsi fuori da questo etichettamento generale e solidale tentato da chi invece è più avvezza alle provocazioni. E ancora un altro controsenso, quel “non sono una puttana e non lo è neppure Ruby”, e allora mettetevi d’accordo un po’ tutti: Siete puttane? Non lo siete? Chi dice di esserlo in realtà non lo è? E non lo è perché era una puttana consenziente? E allora una puttana che non è consenziente come fa a fare la puttana? E che c’entra l’essere una puttana con l’essere una minorenne? Perché sapete, voi che gridate fiere di essere tutte puttane, il problema qui è che c’è una minorenne che volente o nolente, consenziente, dissenziente o addirittura indifferente, resta comunque una minorenne e in quanto tale protetta dalla legge sebbene lei possa sembrare un po’ più grande. E la prossima volta ci sarà qualche bella pasionaria ingioiellata e gonfia di botox che si affretterà a indossare la maglietta “siamo tutte minorenni”? Perché se forse questa volta è riuscita a darcela a bere, la prossima volta potrebbe risultare un po’ più arduo.

http://ilpelodelluovo.blogspot.it/2013/06/essere-o-non-essere-forse-sognare.html

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