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“Cortina di silenzio su crisi dimenticate anche quando parlano le istituzioni”. Lettera aperta alla presidente della Rai Annamaria Tarantola

 

Cara presidente, con un tempismo e un’accortezza degna di una personalità attenta al pluralismo dell’informazione e a temi di importanza sociale quali i diritti umani, lo scorso febbraio aveva risposto a un appello di Articolo 21 e di Italians for Darfur affinché la Rai dedicasse spazi informativi alle crisi dimenticate come quella in corso dal 2003 in Darfur e di cui quest’anno ricorre il decimo anniversario. Dieci anni di conflitti, dieci anni di morte, dieci anni di silenzio rotto solo da sporadici sprazzi di informazione catalizzati da volti noti, impegnati come testimonial nelle campagne di sensibilizzazione.

Nella sue parole avevamo colto il serio impegno a voler dare visibilità, attraverso la creazione di spazi ad hoc, alle tematiche finora trascurate. Lei stessa aveva affermato di aver interessato le strutture competenti dell’azienda per fa sì che si procedesse in tal senso. Ma ad oggi, a fronte di eventi recenti e iniziative di sensibilizzazione che hanno visto coinvolte le più importanti istituzioni del Paese, nulla sembra essere cambiata nelle politiche della Rai.

Certo, a volte sono le contingenze a spingere chi è di ‘line’ a scelte obbligate. Da giornalista che ha anche lavorato in Rai lo comprendo. L’instabilità politica, prima e la costituzione del governo, poi,  hanno annullato ogni possibilità di copertura dell’incontro tra la presidente della Camera Laura Boldrini e una delegazione di rifugiati sudanesi. Stesso discorso per il Global Day for Darfur che, il 28 aprile scorso, in contemporanea con altre capitali si celebrava a Roma con una manifestazione al Colosseo a cui hanno preso parte centinaia di persone. In quel caso la sparatoria a Palazzo Chigi ha fagocitato ogni spazio informativo, lasciando pochi minuti a tutte le altre notizie, sia interne che estere.

Questo nonostante personalità autorevoli come il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e i presidenti di Camera e Senato, Boldrini e Grasso, avessero inviato messaggi agli organizzatori dell’iniziativa e promotori di una petizione globale che chiedeva alla Comunità internazionale di riportare il ‘file’ Darfur tra i principali temi dell’agenda internazionale.
Tutte e tre le alte cariche del nostro Paese hanno assunto l’impegno a prendere in carico la questione affinché l’Italia, già garante dell’Accordo di pace del 2005 che pose fine a una guerra ultra ventennale tra Sud e Nord Sudan, faccia pressioni per giungere al più presto a una soluzione della crisi.
Nei tg di prima fascia, né in quelli della notte, non una parola.

Stesso discorso per le notizie sulle crisi umanitarie in Somalia, in Congo, nel Mali o in Siria, di cui si parla solo quando un italiano viene rapito.
Insomma il copione, in questo caso il sommario dei tg, non cambia. Mai.
Resta dunque più pressante che mai la necessità di creare un format, in mancanza di spazi nei telegiornali e negli altri contenitori informativi del Servizio pubblico, per le news che non trovano collocazione. Sono certa che lei abbia a cuore questi argomenti che, inoltre, qualificherebbero il servizio pubblico. L’auspicio è che nel tempo si arrivi alla costituzione di un vero e proprio osservatorio permanente capace di illuminare i mondi oscurati.

Purtroppo il nostro sistema giornalistico è condizionato da logiche che poco si conciliano con situazioni e realtà che fanno poca audience o che, quando va bene, trovano spazio nella colonna delle brevi.Logiche che chi, come me e tanti colleghi che hanno tratto ispirazione dal giornalismo anglosassone, non hanno mai assecondato.

Negli Stati Uniti, come nel Regno Unito, da sempre i media svolgono un ruolo estremamente importante nella tutela dei diritti umani. Garantiscono visibilità a chi denuncia le violazioni a danno delle minoranze o delle fasce deboli e fungono da cassa di risonanza per tutte le voci, anche quelle indigeste ai poteri forti, affinché possano essere ascoltate.

Anche quando i giornalisti sono consapevoli di rischiare sulla propria pelle, difficilmente si tirano indietro. Ho avuto la fortuna di conoscere colleghi che di fronte a situazioni di grande criticità e questioni off-limits non si sono arresi. Alcuni di questi non ci sono più. Colleghi incrociati un paio di volte, come Gilles Jacquier, foto reporter di France 2 ucciso a gennaio dell’anno scorso in Siria. O che conoscevo bene come Tim Hetherington, con il quale condividevo la passione per il Darfur, massacrato da un colpo di mortaio a Misurata, in Libia, il 20 aprile del 2011. Dai colleghi che hanno dato, o rischiano la vita, per raccontare la verità ho imparato che bisogna avere la forza di denunciare le vessazioni e gli abusi che avvengono in ogni luogo perché lasciare che essi siano perpetrati impunemente e che rimangano nel silenzio è, come diceva Martin Luther King, una minaccia per la giustizia ovunque.

Pensando a storie e persone come Tim, alla sua intensa e incondizionata capacità di raccontare le violazioni dei diritti umani, mi appare intollerabile l’indifferenza del mondo dell’informazione italiana.

* membro di Articolo 21 e presidente di Italians for Darfur

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