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2012, lettera a un anno non vissuto

 

di Roberto Bertoni
Caro 2012,
non era mai capitato, al termine di un anno, di dover tracciare un bilancio così triste e negativo dei dodici mesi che stiamo per lasciarci finalmente alle spalle; non era mai capitato di sentire nel Paese tanta disperazione, tanto dolore, tanta disillusione, uno sconforto ed una tristezza che inducono tutti noi ad interrogarci non solo sul presente ma, soprattutto, sul futuro delle nuove generazioni. Non era mai capitato, insomma, di arrivare a dicembre e dover constatare con amarezza che quest’anno non l’abbiamo vissuto ma subito, sofferto, attraversato con rabbia ed un crescente malcontento, che ci siamo sentiti ogni giorno più soli, più fragili e purtroppo, in molti casi, anche più poveri.

Penso, ad esempio, al drammatico fenomeno dell’anti-politica: è molto più di un’avversione nei confronti della cosiddetta “casta”, al punto che spesso si ha l’impressione che sia una sorta di odio nei confronti di chiunque manifesti attivamente la propria passione civile, scegliendo di impegnarsi in un partito e di sostenere i suoi esponenti. Talvolta, per dire, è capitato anche a me di dover subire frasi del tipo: “Sei un ingenuo, un povero illuso, lasciali perdere, tanto sono tutti uguali”, senza che il mio interlocutore abbia mai incontrato un parlamentare, senza che lo abbia mai guardato negli occhi, senza che ci abbia mai scambiato due parole o conosca la storia di nessuno di coloro ai quali mi sento legato da una stima ed un affetto che vanno ben al di là del semplice rapporto politico. Poi c’è questo discorso dell’ingenuità: un attributo che non mi offende affatto; anzi, a dire il vero, mi fa quasi piacere perché credo che la nostra vera rovina in questi anni sia stata proprio il trionfo del cinismo, dell’egoismo, della crudeltà, della trasformazione in valori e virtù di tutti quei sentimenti che un tempo sarebbero stati considerati disdicevoli e invece si sono affermati in nome di un falso pragmatismo che ha condotto l’intero Occidente sull’orlo del baratro. Specie nel nostro Paese, infatti, sbaglia chi pensa che a dover cambiare rotta sia solo la politica: la politica ha senz’altro le sue colpe (ed è bene ribadire, anche se può sembrare noioso, che non sono tutti uguali) ma non è che la nostra classe dirigente in generale abbia brillato per integrità e lungimiranza, come testimoniano le numerose vicende giudiziarie emerse negli ultimi anni.

Ciò che più addolora, tuttavia, è il diffuso sentimento di sfiducia e disincanto che si respira un po’ ovunque, come se la crisi fosse destinata a durare in eterno, come se il declino fosse oramai ineluttabile, come se non esistessero soluzioni e vie d’uscita da una catastrofe collettiva che, senza dubbio, ha modificato e modificherà ulteriormente il nostro stile di vita ma che deve indurci, al tempo stesso, a riflettere sugli errori commessi in passato e ad immaginare un avvenire diverso, più giusta e più solidale; un avvenire nel quale chi ha di più paga di più e chi è in difficoltà viene aiutato, confortato, accolto e non abbandonato al proprio destino come se si trattasse di un appestato.

Quest’anno spaventoso, difatti, ci ha ricordato che nessun paese al mondo, tanto meno il nostro, può pensare di farcela chiudendosi in se stesso, fingendo di non sapere di essere parte di una comunità assai più ampia e raccontando favole ai cittadini, fino a quando la realtà non prende brutalmente il sopravvento con il suo carico di complessità e problemi.
E ci ha detto anche che nessuno di noi può illudersi di essere al sicuro e che un minimo di sicurezza si può acquisire solo ricostruendo quei legami sociali e quella collaborazione tra le diverse categorie che il berlusconismo ed il neo-liberismo hanno consapevolmente spezzato, definendoli un armamentario del passato ed inducendo milioni di italiani a credere alla storiella dell’“uomo che si è fatto da solo” e che, essendosi arricchito lui, avrebbe consentito a tutti di arricchirsi perché sapeva “come si fa”. Sappiamo bene dove ci ha condotto questo decennio, siamo coscienti degli sforzi e dei sacrifici che si trovano ad affrontare, ogni mese, milioni di famiglie per far quadrare i bilanci e crediamo che la famosa “Agenda Monti” possa costituire un punto di partenza ma sia, nel complesso, assolutamente insufficiente. A tal proposito, un altro messaggio che ci consegna il 2012 è che senza solidarietà, equità sociale, crescita e sviluppo, l’Italia non ha alcuna possibilità di ripartire.

Per questo, pur esprimendo stima e gratitudine nei confronti di Monti (meno verso alcuni suoi ministri), non abbiamo mai fatto mistero della necessità che nel 2013 torni alla guida del Paese un governo politico di segno progressista. Sul punto, infatti, ha pienamente ragione Bersani: il prossimo anno non solo l’Italia ma l’intera Europa dovrà cambiare colore politico e linea economica, a cominciare da quella locomotiva un po’ solitaria che è la Germania di Angela Merkel, sicuramente virtuosa ma incapace di comprendere che, andando avanti così, rischia di perdere numerosi vagoni. Allo stesso modo, ha ragione Bersani quando sostiene che sarebbe folle promettere miracoli e prendere per l’ennesima volta in giro gli italiani, magari annunciando loro che staranno tutti meglio con un colpo di bacchetta magica. Non è così: le difficoltà rimarranno e la crisi morderà ancora per diversi anni. La sola che è lecito promettere (e doveroso mantenere), in un periodo tanto delicato, è che a pagare non saranno più sempre i soliti, che il lavoro tornerà ad avere la centralità che la Costituzione gli attribuisce, che la scuola non sarà più considerata un inutile orpello o un di più ma una risorsa imprescindibile per costruire una società aperta, inclusiva, plurale e multietnica e, infine, che ciascuno di noi potrà tornare a vivere da protagonista questo tempo che finora ha infranto i nostri sogni e le nostre speranze, senza concederci neanche un punto di riferimento.

Nel corso della campagna elettorale del 2006, Romano Prodi non esitò ad assumere l’impegno di far tornare la felicità in un Paese già allora sfibrato dalla lunga stagione berlusconiana. Quel governo, purtroppo, è durato troppo poco e l’ultimo quinquennio è storia nota ma quel proposito è tuttora valido, più che mai adesso che negli Stati Uniti è stato riconfermato un uomo in grado di porre fine alla barbarie del reaganismo e di suscitare una rinnovata volontà collettiva di uscire dal baratro tenendosi per mano.
Diceva don Hélder Câmara, arcivescovo di Olinda e Recife: “Se un uomo sogna da solo, il sogno resta un sogno, ma quando tanti uomini sognano la stessa cosa il sogno diventa realtà”. Forse, per la prima volta, di fronte al collasso di un sistema socio-economico malato da tempo, parlare di sogni e collettività potrebbe portare voti e destare entusiasmo anche in Italia.

P.S. Al termine di un anno che, come detto, è stato tra i peggiori della nostra storia recente, colgo l’occasione per augurare a tutti i lettori di questa rubrica e del sito di Articolo 21 un sereno Natale e un 2013 di rinascita personale, morale e politica. Ora più che mai, ne avremmo un gran bisogno.
Roberto Bertoni

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