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Licenza di tortura, in italia c’è e ce la fa vedere la mostra di Claudia Guido

 

La tortura vista dagli occhi dei familiari delle vittime di soprusi e violenze di stato. Venti ritratti, senza sangue o violenza diretta, ma sguardi di dolore alla ricerca di verità, che ci dicono che quello che è capitato a loro in questo paese potrebbe accadere a chiunque, spesso senza motivo apparente, nell’indifferenza e nel silenzio. Gli occhi guardano ciò che noi non vediamo, ma ora possiamo immaginare. Claudia Guido, ventinovenne fotografa di Padova, questa mostra l’ha voluta fortemente. Ha girato per due anni l’Italia, ha conosciuto le persone, ha stretto con loro anche rapporti di intima amicizia, ha raccolto fondi sul web attraverso un video, hanno risposto e donato in tanti e  dopo aver stampato e allestito i pannelli, ora ci sarà anche un catalogo.  “La prima”  e pronta  nel salone d’onore del Municipio di Ferrara dal 4 al 13 ottobre nell’ambito del Festival di Internazionale.  Accompagnano l’esposizione le didascalie di alcuni giornalisti: Checchino Antonini (Liberazione), Dean Bulletti (Chi l’ha visto), Cinzia Gubbini (Il Manifesto), mentre alcuni scrittori “di fama e di impegno civile” dopo aver inizialmente accettato, hanno successivamente rinunciato. Proprio in questi giorni il percorso della legge per l’introduzione in Italia del reato di tortura  ha subito ancora una volta un’interruzione quasi irrimediabile. Il Senato infatti , dopo quasi due giorni di discussione, ha deciso di rinviare in Commissione per «ulteriori approfondimenti» il testo di legge messo a punto dal relatore Felice Casson. A bloccare l’iter ci hanno pensato Lega, Pdl e Udc, timorose che l’introduzione del reato, così come è previsto e formulato nella Convenzione Onu ratificata dall’Italia nel 1988 e mai applicata, possa limitare l’azione delle forze dell’ordine. Particolare preoccupazione desta l’articolo 1 che parla di «reiterate lesioni o sofferenze fisiche o psichiche ad una persona». “C’è chi vuole che la tortura in Italia non sia un reato», ha commentato Felice Casson. “Non ci resta che la voce dell’arte per ridare voce alle vittime degli abusi di potere, ha scritto Patrizia Moretti, mamma di Federico,. In Italia la tortura è ancora ammessa e io e tanti altri lo sappiamo”.

“ Durante l’estate si erano accese nuove speranze, mi dice Claudia, a sentire alcuni parlamentari sembrava prossima l’approvazione della legge. Sarebbe stato bello assegnare a questa mostra il valore di una battaglia civile che aveva raggiunto positivamente l’obiettivo e invece siamo tornati indietro, anche se in pochi se ne sono accorti. Non ci stupisce, vorrà dire che avremo ancora  più voglia di portare in giro queste fotografie e di lanciare più forte la denuncia. Oggi sono andata a ritirare pannelli e stampe e provo un’emozione fortissima. Tutta la mia indignazione, la mia rabbia, la mia voglia di cambiare le cose ora hanno una forma, oltre che una sostanza. La posso toccare, guardare, spostare. Voglio mostrarvi tutto quello che io ho visto in questi due anni, voglio che vi arrivi tutto il rispetto che provo per queste persone per il loro vissuto e per la vita che li aspetta. Spero che vi arrivi tutto, perché nonostante io conosca queste foto a memoria, centimetro per centimetro, vederle stampate grandi e importanti mi ha emozionata come se non le avessi mai viste prima. Portate un amico che non sa niente di tutto questo e due anni di lavoro avranno un senso.

Perché le foto ai famigliari?
Perché il mio coinvolgimento in  queste storie era diventato inarrestabile dal momento in cui avevo conosciuto  i familiari di Federico Aldrovandi. La loro assoluta normalità mi ha colpita profondamente. Un conto è sentir parlare o leggere di un caso di cronaca, altra storia è avere consapevolezza dei suoi protagonisti.

Come ti sei avvicinata alla famiglia Aldrovandi e cosa ti ha più colpito?
Con lo zaino in spalla, un progetto in mano e in punta di piedi. Ci siamo piaciuti molto, subito. Mi colpisce ogni giorno il loro non voler essere considerati vittime o coraggiosi. Patrizia dice spesso che il problema non è quello che è accaduto a lei, ma a Federico. Io non riesco ad immaginare un amore più forte e puro di questo.

E’ nato un rapporto molto intimo, in particolare con Patrizia.  Era indispensabile alla “ tua missione” di fare foto?
Io e Patrizia ci siamo trovate, a volte mi sembra che ci siamo riconosciute in mezzo ad un milione di persone. Non era certo necessario per farle una foto significativa, anzi nell’aspetto pratico del progetto ha reso tutto più difficile: gestire emotivamente indignazione e senso civico non è come gestire sentimenti di affetto profondo e protezione. Sembrerà incredibilmente banale (ci piace esserlo) ma credo che quello che ci ha tanto unite sia la capacità che abbiamo di divertirci moltissimo insieme.

Non c’è sangue, ma i loro occhi cosa esprimono?
Sangue. Quello che hanno visto e annusato sui corpi senza vita dei loro figli, fratelli, padri.

Perché il ritratto?
Perché  si possa riflettere come di fronte ad uno specchio. Sono ritratti decontestualizzati, nulla fa capire chi sono queste persone ed è stata una scelta precisa. Chiunque può immedesimarsi in queste fotografie, spero che questo insinui almeno un dubbio su chi le guarda. Potrei essere io?

Due anni di lavoro, vissuti con queste persone, con il loro dolore e le loro ansie, come?
Come un funambolo, in bilico. Ogni tanto si cade. La rete che ti salva è quella composta dalla famiglia di fatto che si è venuta a creare in questi anni.

Fotografia come impegno?
Potrei parlare di rispetto nei confronti della fotografia, anche se suona forse altezzoso. Un mezzo così potente va usato con cautela, il suo utilizzo commerciale è prevalentemente pornografico, il suo utilizzo artistico si sta invece evolvendo in opere ben confezionate ma spesso prive di contenuti. Quando è impegno spesso è farcito di forzature. Io cerco di evitarlo: avrei potuto inserire elementi in questi ritratti che esplicitassero il messaggio, per esempio mettendo in mano alla famiglia Aldrovandi dei manganelli rotti. Sarebbe stato più “sfruttabile” ma anche patetico.

Illustri scrittori impegnati inizialmente offerto il loro contributo, ma poi sono scomparsi, perché? Cosa dici loro?
La verità è che non so proprio il perché. Quello che vorrei dirgli è semplicemente che forse hanno perso un’occasione preziosa ma alla fine ho trovato collaborazione in persone che hanno sempre avuto a cuore queste storie e il cui lavoro sia in passato che oggi aiuta davvero queste famiglie. Sono molto orgogliosa della loro partecipazione e della loro fiducia nei miei confronti.

Hai chiesto aiuto e finanziamenti dalla rete.  Quanto è stato importante, che cosa ha significato?
Salvezza? Ho iniziato questo progetto due anni fa. Lavoravo come commessa e ho finanziato tutto con il mio stipendio, per due anni. Da marzo non ho più avuto questa possibilità e davanti all’ipotesi di non concludere il progetto ho tentato l’ultima spiaggia: il Crowd Funding. Mi sono iscritta ad una  comunità di artisti e ho presentato un progetto chiedendo un finanziamento collettivo, hanno contribuito quasi un centinaio di persone,  da un dollaro fino a 500. In totale più di 3000 dollari.

Riesci oggi a scattare foto “normali”, ritratti di gente comune, di amici che si fondono in un paesaggio circostante che chiede giustizia per non meditare vendetta?
Ora che ci penso direi di no, o perlomeno in questo periodo è successo di rado che facessi foto non inerenti al progetto. Questo mi serve anche a capire dove sbaglio, non sono stata molto brava a mettere paletti, a distinguere in maniera netta ciò che è passione, lavoro, protesta, ambizioni artistiche, denuncia, dovere civico, sentimenti. Ho fatto molta confusione. Forse è il punto di forza di questo lavoro, ma è anche un limite che mi ha messo in crisi molto spesso.

Una fotografa a cui ti ispiri?
Non si tratta di sola ispirazione, preferisco pensare che Letizia Battaglia mi abbia insegnato qualcosa. Certo la considero la più grande fotografa italiana ma quello che ho imparato da lei va oltre la fotografia. Letizia Battaglia ha dato sempre priorità alla denuncia. Le è costato molto, sia personalmente (minacce di morte da parte della Mafia) ma anche artisticamente, ad oggi in Italia non gode assolutamente della considerazione che meriterebbe per il suo immenso lavoro, ma nonostante questo ha sempre continuato ad esporsi semplicemente per dovere di cittadino. E si vede in ogni suo scatto.

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Scheda Claudia Guido
Dopo il diploma conseguito al Liceo Artistico Modigliani di Padova, si è trasferita a  Firenze per studiare Fotografia alla Facoltà di Architettura, un  corso di laurea che non esiste più. Terminata l’università ha lavorato per un anno nello studio di un fotografo matrimonialista fiorentino. L’anno seguente è tornata a Padova,  partecipando  ad un Workshop di Giorgia Fiorio al Toscana Foto Festival.

Ha partecipato ad una mostra collettiva nel 2011 a Romans d’Isonzo al festival “Strofe dipinte di Jazz” organizzato dal Laboratorio d’Arte Fulvio Zonch. Nel 2012 ha partecipato al progetto “I luoghi delle emozioni” organizzato da Gi. Ar. P. (Giovani architetti Padovani). Nel 2012 ha vinto il primo premio al concorso “Avrà i tuoi occhi” organizzato nel contesto del Festival di Poesia di Treviglio.

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