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Legge truffa: la seconda volta

 

Correva l’anno 1953. La prima legislatura della Repubblica italiana volgeva al termine. Il governo De Gasperi VII godeva di una robusta maggioranza parlamentare e le elezioni incombenti si presentavano molto meno rischiose di quelle del 1948, quando il popolo italiano aveva salvato la libertà, facendo prevalere la democrazia (cristiana) sui comunisti. Tuttavia il governo era inquieto: l’opposizione, anche se sconfitta, per dare fastidio si appellava strumentalmente alla Costituzione. Pretendeva che  venisse attuata, che venisse resa operativa la Corte Costituzionale e finanche il Consiglio Superiore della Magistratura.

Come se non bastasse, l’opposizione invocava i diritti dei lavoratori e contestava persino il licenziamento delle lavoratrici, a causa di matrimonio, o degli operai, a causa dell’adesione a sindacati sovversivi. Insomma creava un disordine sociale che neanche il buon ministro dell’interno Scelba riusciva a controllare, pur avendo specializzato la Polizia al contenimento delle manifestazioni pubbliche col metodo del manganello.

A quel punto fu escogitata una soluzione geniale: una legge elettorale che assicurasse alla futura maggioranza di centro, che si apprestava a vincere le elezioni del 1953, la possibilità di “stravincere” e di avere in premio una consistente fetta di seggi che – sulla base del voto espresso dal popolo bue – sarebbero spettati alle forze di opposizione.

L’opposizione insorse contro questo furto di seggi, sia nel parlamento sia nel paese, tanto che quella legge passò alla storia con il nome di “legge truffa”.

Anche l’approvazione della legge truffa avvenne con metodo truffaldino: il Senato fu convocato per la votazione la domenica delle palme (il 29 marzo 1953) ed il giorno dopo il Capo dello Stato sciolse le Camere. Tuttavia qualcosa non andò per il verso giusto.

A quell’epoca era ancora fresco il sangue versato per la Liberazione. Gli uomini politici, che più di altri incarnavano lo spirito della Resistenza., fra i quali Ferruccio Parri e Piero Calamandrei, si distaccarono  dal Partito repubblicano che appoggiava il Governo De Gasperi e fondarono il Movimento di Unità popolare, che, presentatosi alle elezioni del 1953, raccolse 171.000 voti, insufficienti per eleggere anche un solo rappresentante in Parlamento, ma determinanti per impedire l’operatività del premio di maggioranza previsto dalla legge truffa, che non scattò per soli 57.000 voti. Di fronte a quest’insuccesso elettorale ed al discredito politico che derivava dal senso comune che aveva convalidato la qualifica di “legge truffa” affibbiata al nuovo sistema elettorale, il governo ed il Parlamento furono costretti a sbarazzarsi della legge truffa ed a tornare al proporzionale.
Il risultato fu che la Costituzione cominciò ad essere attuata e le libertà ed i diritti dei cittadini ne trassero grande vantaggio.

Correva l’anno 2012.
Una grave crisi percorreva le istituzioni e la società italiana. Fra scandali e ruberie di ogni sorta un’aria di putrefazione morale gravava sull’Italia. Il Parlamento, eletto con una legge elettorale che il suo inventore aveva qualificato come una “porcata” e composto al 100% da personaggi nominati da un capo politico o, nella migliore delle ipotesi, da una ristrettissima elite di dirigenti di partito, aveva toccato il picco più basso della fiducia popolare dalla fondazione della Repubblica ed aveva perso ogni dignità votando una mozione in cui si affermava che Ruby-rubacuori è la nipote di Mubarak.

Poiché le elezioni si avvicinavano ed il popolo italiano aveva manifestato – nei sondaggi – una forte insofferenza per la legge-porcata e per i risultati che essa aveva prodotto, l’esigenza di cambiare la legge elettorale non poteva più essere rimandata. A quel punto fu escogitata una idea geniale: una nuova legge truffa!

La nuova legge restaurò, con altre forme, il principio del furto dei seggi, prevedendo che un partito o una coalizione di partiti, scelti a caso dagli elettori, rubassero 76 seggi alla Camera e 37 seggi al Senato agli altri partiti meno fortunati.
Poiché le truffe hanno bisogno di un inganno, in questo caso l’inganno consisteva nel far credere al popolo bue che il c.d. ”premio di maggioranza” fosse un sacrificio al principio della rappresentanza, imposto dalla necessità di assicurare un governo stabile al paese.

Quando si svolsero le elezioni nell’aprile del 2013, un partito prima inesistente, che cavalcava la giusta indignazione dei cittadini verso il sistema politico, con il 27,5% dei voti, ottenne il premio di maggioranza, conquistando il 40% di seggi alla Camera ed al Senato. Il premio di maggioranza determinò l’ingovernabilità più assoluta, dimostrando la falsità della giustificazione della nuova legge.

Ma ormai era troppo tardi!

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