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La politica e lo spettro del suicidio

 

di Roberto Bertoni
L’ampio dibattito di questi giorni in merito al cosiddetto Monti-bis, cioè ad un nuovo governo guidato ancora dall’uomo che tutti i sondaggi danno in testa alla classifica dei leader italiani, è figlio di un altro dibattito, assai meno gradevole: quello sul malcostume e le malversazioni che da mesi investono la politica italiana, dal centro alla periferia, raggiungendo l’apice in quest’ultima settimana con lo scandalo che ha travolto il Lazio e costretto alle dimissioni la governatrice Polverini.

Come sempre, da queste parti, abbiamo scelto di andare al di là dei singoli casi personali, per quanto gravi, e di affrontare la questione in una prospettiva più ampia e globale, tenendo fede al desiderio di scavare in profondità, fino a comprendere le radici storiche e culturali della catastrofe che sta conducendo partiti e istituzioni al suicidio.

È, infatti, del tutto fuori strada chi pensa che lo sfascio della politica e dei partiti risalga a tempi recenti: ha almeno vent’anni, se non pure trenta, ed è iniziato con l’introduzione di tre concetti tanto elementari e semplificatori quanto deleteri. Il primo fu, per l’appunto, la semplificazione della politica, quando è noto “urbi et orbi” che la politica è un’arte complessa e difficile, al pari della pubblica amministrazione e della buona gestione dei soldi dei contribuenti. A questo, si accompagnò una tendenza che, da allora, non ci ha più abbandonato: l’esaltazione del giovanilismo, cioè di una dottrina fondata sul princìpio che “nuovo” corrisponda per forza a pulito, limpido esemplare mentre “vecchio” sia automaticamente sinonimo di colluso, opaco, corrotto, riprovevole. In quegli anni, è bene sottolinearlo, la maggior parte degli odierni “rottamatori” andava all’asilo o, forse, non era neanche nata. Infine, il peggiore di tutti: l’idea, tuttora in auge, che i partiti abbiano fatto il loro tempo e che sia assolutamente necessario trovare nuove formule, nuovi “contenitori”, nuovi format, nuovi slogan e nuovi volti per presentare il “prodotto” in televisione.

Qualche decennio dopo, ci ritroviamo così: con le istituzioni al minimo storico di credibilità, una crisi senza precedenti e una classe politica che si sposta senza remore da un contenitore all’altro, avendo ormai capito tutti che si tratta per lo più di scatole vuote, di comitati elettorali permanenti, di movimenti al massimo, ma non più di gruppi solidi, radicati sul territorio, animati da un sentire comune e da un’unione d’intenti, da una visione d’insieme della società, del mondo e della vita. Poi, per carità, ci sono anche delle positive eccezioni: partiti seri, ragazzi in gamba, esponenti politici colti, competenti e navigati che, a pensarci bene, non sono nemmeno tanto pochi, checché ne dicano e ne scrivano i cultori dell’anti-politica tout court. Fatto sta, purtroppo, che l’immagine complessiva fornita dal mondo politico non induce certo all’ottimismo, generando al contrario sfiducia, insicurezza, rabbia e disperazione.

Volendo ristabilire la verità storica, è questo il vero motivo per il quale Napolitano ha affidato l’incarico a Monti e per il quale milioni di italiani, pur non condividendo le sue idee né tanto meno l’operato del suo esecutivo, continuano a stimarlo, a fidarsi di lui e a considerarlo l’unica figura in grado di rappresentare degnamente il Paese in anni difficili come quelli che stiamo attraversando e in un contesto globale costellato di insidie.
Detto questo, però, come hanno iniziato a scrivere i commentatori più avveduti, la prospettiva di un’eventuale riproposizione del governo Monti, con tutto il rispetto per la sua persona, causerebbe la scomparsa definitiva dei partiti e della politica, aprendo delle vere e proprie praterie all’affermazione di soggetti politici e forme di aggregazione al momento poco convincenti e non all’altezza di un compito tanto gravoso come quello di guidare una potenza globale.

Personalmente, mi spingo addirittura oltre: pur condividendo la stima e la gratitudine nei confronti di Monti e del suo operato, soprattutto nel labirintico scenario internazionale, un bis di quest’esperienza provocherebbe la fine del concetto stesso di democrazia rappresentativa, decretando la scomparsa di un’intera classe politica (giovani compresi) e affermando in via definitiva il princìpio secondo il quale i partiti non sono più in grado di formare dirigenti all’altezza di assumere responsabilità e rischi immensi come quelli che attendo il prossimo Presidente del Consiglio.

E il cerchio si chiude se pensate a chi è l’unico, vero sostenitore di un’ipotesi così devastante: Silvio Berlusconi, l’inventore di un modo di fare politica che ha rivelato negli anni tutta la propria inadeguatezza e che oggi, di fronte al fallimento totale del suo modello, fa il tifo per l’unica soluzione che gli consentirebbe di limitare i danni alle prossime elezioni e di rimanere sulla scena da protagonista.
A questo punto, però, è il centrosinistra, e in particolare il Partito Democratico (che è l’unico ad aver mantenuto una struttura degna di questo nome), a dover gettare il cuore oltre l’ostacolo, opponendosi anche alla sola ipotesi di un Monti-bis e proponendo ai cittadini un programma valido, autorevole e credibile, in continuità con quello di Monti per quel che riguarda la sobrietà, il rigore e la fattività e in netta discontinuità per quel che riguarda l’equità sociale e l’attenzione nei confronti degli ultimi, dei deboli e dei ceti sociali più poveri, stremati dalla paura del futuro e da una pericolosissima miseria di ritorno.

Tuttavia, può riuscirci solo ad un patto: che elimini dal proprio orizzonte termini insulsi come “buonismo”, “stagione post-ideologica e post-moderna”, “giovanilismo” e molti altri ancora. In poche parole, se davvero il PD e il centrosinistra aspirano ad assumere le redini della Nazione, devono avere il coraggio di smantellare un universo culturale aberrante, composto da una miriade di frasi fatte, luoghi comuni e stupidaggini d’ogni sorta. E devono dimostrare di avere un coraggio ancora maggiore: quello di rimuovere un armamentario ideologico (altro che stagione post-ideologica!) e propagandistico di chiaro stampo destroide, intriso di una retorica falsa, ingannatrice ed utile solo a coloro che perseguono l’inconfessabile interesse di far progressivamente affievolire la passione civile dei cittadini, per poter instaurare più comodamente un regime non molto dissimile da quello descritto da Orwell in “1984”.

Pertanto, in conclusione, rivolgo una riflessione a chi, in tutti gli schieramenti, auspica da mesi il rinnovo dell’esperienza montiana: se veramente il prossimo Presidente della Repubblica dovesse essere costretto a riaffidare l’incarico a Monti, saremmo giunti alla quadratura del cerchio, con una politica costretta ad alzare bandiera bianca e a proclamare ufficialmente la propria scomparsa.
Roberto Bertoni

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