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Pietro e i “paladini dell’impegno civile”

 

«Salve sono Corradino la chiamo per l’intervista a Carlo Faiello». «Non è possibile, lei mente, Corradino è un uomo ed è il direttore di Articolo21».«Si, mio fratello. Io sono più piccola, meno giornalista, la chiamo da Radio Crc, per il festival». Ecco, io e Pietro Nardiello ci siamo conosciuti così, via telefono, con questo esilarante misunderstanding. Era la prima edizione del Festival dell’Impegno civile ed io curavo la parte ‘artistica’ della radio per cui lavoravo. Così mi sono imbattuta in Pietro e nelle sue incredibili idee. Già il nome, festival dell’impegno civile, atterriva chi- collega giornalista e amante dell’arte e dello spettacolo- sa bene quanto impegno  ci voglia e a quante delusioni si vada incontro se si organizza un normale festival, figurarsi quello dell’impegno civile. Ci siamo incontrati per la prima volta nel parco Rea, a Giugliano, bene confiscato alla camorra e dedicato al poliziotto Antonio Ammaturo. In quel luogo Pietro mi ha informata dell’idea di estendere il festival ai beni confiscati alla camorra dell’intera regione. E ci è riuscito, per quanto folle mi sia sembrato da subito. E poi ho avuto la fortuna di leggere il libro “Il Festival a casa del boss”- edito da Phoebus. Un libro speciale fin dall’anticopertina che informa che l’intero ricavato delle vendite andrà all’associazione in beneficenza all’associazione (R)esistenza anticamorra per permettere la costruzione di un ristorante sociale a Scampia. Il testo scritto da Nardiello e impreziosito dalle interviste dei colleghi giornalisti e di chi ha condiviso con lui questo progetto è un vero e proprio viaggio, non solo attraverso la storia del festival promosso dal Comitato di Don Peppe Diana ma attraverso la storia, la quotidianità di ognuno di noi. È un po’ l’altra faccia del festival. Il backstage, per dirla in ‘gergo’. Perché a tutti, prima o poi, capita di dover fare i conti con i conflitti interni di una società, civile e politica, che spesso usa il termine anticamorra per riempirsi la bocca di belle promesse per poi venir meno, anche fisicamente, se si tratta di praticare attivamente la stessa anticamorra.

Pietro e i ‘paladini dell’impegno civile’ ne hanno superate di difficoltà e sono riusciti a regalarci l’unico festival in Europa realizzato esclusivamente in beni confiscati. Insomma ci hanno dato la possibilità di riappropriarci, come gli stessi ideatori e sostenitori del festival ricordano, di beni che in realtà appartengono a noi, sono nostri a tutti gli effetti. Appartenuti ai boss delle nostre terre ora ritornano ad avere un senso ed un utilizzo tanto da farmi asserire con forza che forse più che il festival a casa del boss, con quello dell’impegno civile, si celebra il festival a ‘casa nostra’. Perché il senso ultimo del lavoro che emerge chiaramente dalle pagine del testo edito Phoebus è che la camorra si sconfigge innanzitutto con la speranza (come dice Peppe Barra a Mariagrazia Poggiagliolmi e come sottolinea Nardiello ricordando la concreta utopia di Latouche) e che noi per primi dobbiamo riappropriarci dei beni di chi ha tolto vite alla nostra terra, e farci festa, si. Far festa perché la gioia di condividere e realizzare qualcosa di positivo deve sempre essere più forte della volontà di cedere alle difficoltà. Questo è forse il valore più bello che il festival regala a ognuno di noi.

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