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Riscopriamo il valore della fratellanza

 

di Roberto Bertoni
In questa fase di scompaginamento delle forze politiche, nella quale tutto cambia e tutte le carte si rimescolano, è più che mai opportuno riflettere su un valore troppo a lungo ignorato o considerato secondario: quello della fratellanza.
Ci siamo soffermati già altre volte sui danni prodotti da questo decennio neo-liberista: dalla scomparsa di parole e significati alla loro manomissione, senza dimenticare l’accantonamento di princìpi morali dei quali oggi ci accorgiamo di non poter fare a meno.

Invece, soprattutto per chi si riconosce nelle idee dell’area progressista, il concetto di fratellanza dovrebbe essere sempre al centro del dibattito politico e sociale, evitando di concedere ulteriore spazio all’avanzata di un certo populismo e di certe forme di demagogia che possono rivelarsi letali per la tenuta stessa della democrazia.
Nel formulare queste riflessioni, penso in particolare al centrosinistra italiano, nel quale per parecchio tempo abbiamo discusso su come ci dovessimo chiamare, dimenticandoci del fatto che a scuola, nella maggior parte dei casi, i nostri compagni erano anche i nostri amici più cari, quelli ai quali confidavamo i segreti più intimi che mai i genitori avrebbero dovuto conoscere.

Non so se sia giusto chiamarci “fratelli” (per quanto mi riguarda, l’appellativo di “democratico” mi va benissimo), ma di sicuro questo termine costituisce un profondo legame tra le culture che stiamo faticosamente cercando di far amalgamare.
Si tratta, infatti, di un’espressione molto cara sia ai laici che ai cattolici, senza contare che è la prima parola del nostro Inno nazionale, il concetto fondante dell’Inno dei lavoratori, uno dei cardini del pensiero illuminista e il propellente che animò la Rivoluzione francese.
Inoltre, è un valore che ne racchiude in sé molti altri, non meno importanti: la solidarietà, il rispetto, l’accoglienza, l’integrazione, la giovialità, la bontà d’animo, la socialità che prevale sull’egoismo e sull’individualismo.
Per questo, è stato per anni irriso e riposto in soffitta dalla destra e purtroppo, va detto, anche se è triste doverlo ammettere, non sufficientemente difeso da noi che pure non lo abbiamo mai tradito e ne avremmo avuto un gran bisogno nei passaggi più delicati di un periodo così difficile.
Per questo, dovrebbe entrare a far parte del nostro programma elettorale ed esserne, anzi, lo spirito guida, la chiave per aprire le troppe porte che sono ancora chiuse, l’ispirazione etica di quei progetti concreti dai quali una proposta seria non può prescindere.
Sul piano pratico, difatti, fratellanza significa introduzione dello “Ius soli temperato” per i figli degli immigrati che risiedono onestamente in Italia da un certo tempo: un provvedimento che il PD propone da anni e che fino a pochi mesi fa veniva costantemente ignorato dal centrodestra che, naturalmente, non si curava (e non si cura tuttora) del disagio avvertito da tutti quei ragazzi nati e cresciuti in Italia, che tifano per squadre italiane e parlano la nostra lingua talvolta meglio di noi, ma costretti a considerarsi stranieri fino a diciott’anni, al punto che abbiamo dovuto assistere alla tragica farsa di Mario Balotelli che, proprio per questo, ha dovuto saltare tutta la trafila nelle giovanili della Nazionale.
E ancora: significa concedere il diritto di voto alle Amministrative anche a coloro che risiedono sul nostro territorio pur non possedendo la cittadinanza italiana, per il semplice fatto che vivono, lavorano, mandano i figli a scuola, pagano le tasse qui e hanno, dunque, tutto il diritto di scegliere da chi farsi rappresentare e amministrare.
Per non parlare poi del mondo della scuola, dove fratellanza significa venire incontro ai problemi e alle esigenze di chi è più debole, di chi è rimasto indietro, di chi da solo non ce la fa; senza pregiudizi, senza deriderlo, senza fargli pesare come una colpa le sue carenze che, per lo più, sono momentanee.

Infine, nel mondo del lavoro, significa diritti, rispetto, salari adeguati; significa adempiere al dettato costituzionale che prevede come condizione indispensabile per la piena realizzazione dell’uomo la possibilità di condurre un’esistenza dignitosa.
Molti commentatori che oggi si interrogano sulle sorti del Paese e vaticinano un improbabile esito greco della nostra crisi, sono gli stessi che in un numero imprecisato di occasioni ci hanno raccontato che star lì a perder tempo con dissertazioni in merito a princìpi etici fosse inutile e allontanasse i cittadini dalla politica.

Probabilmente, non lo capiranno mai che ad allontanare milioni di persone dalla politica è stato proprio il loro cinismo, misto a quello di una parte della nostra classe politica che pendeva dalle loro labbra e dalle loro colate di pericoloso pragmatismo.
Lo abbiamo detto tante volte e lo ribadiamo: senza una visione d’insieme non può esistere un progetto credibile, meno che mai nel campo progressista, perché viene meno l’idea di quale sia il proprio ruolo nel mondo e di quale posto si voglia attribuire ad un popolo alla disperata ricerca di qualcuno di cui potersi fidare.

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