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La storia di Miriam

 

Chi come me ha letto con interesse  ed ha conosciuto (una sera a Roma, ricordo, a casa di Eugenio Scalfari quando scrivevo sul quotidiano da lui diretto) e una certa partecipazione emotiva il Diario italiano che l’editore Laterza ha pubblicato sei anni fa e nella quale la giornalista de La Repubblica aveva raccolto accuratamente cronache e commenti di oltre trent’anni di storia italiana sui grandi e piccoli problemi del nostro paese e della società italiana,oggi è triste per la scomparsa di Miriam.

A rileggere quel volume, scritto con fretta giornalistica ma con  sicura onestà giornalistica(una merce oggi, così mi pare, meno frequente di qualche anno fa) si ritrovano tutte le questioni ancora irrisolte nella penisola:da quello della laicità dello Stato che persino  molti ex dirigenti del PCI sembrano aver dimenticato, alla legge sulla fecondazione artificiale che la destra al potere, negli ultimi vent’anni, ha di fatto conculcato con singolare assiduità, all’agonia e quasi alla morte dei partiti politici, quelli che avrebbero dovuto continuare ad essere i pilastri della nostra democrazia repubblicana ed ora  boccheggiano,alle divisioni interne prima tra le forze della sinistra e dell’Ulivo di Prodi, quindi alla difesa dei diritti dei lavoratori che stanno  vivendo oggi un amaro tramonto.
Della Mafai ricordiamo oggi  l’intelligenza vivace,la simpatia umana   e la forte  passione politica di quella ragazza  che era nata a Roma il 2 febbraio 1926,figlia del pittore Mario Mafai e della scultrice Maria Antonietta Raphael, tra i fondatori della corrente artistica della Scuola Romana  negli anni duri della lotta contro la dittatura fascista.
Prima di arrivare a quello che oggi è il più diffuso quotidiano italiano, aveva lavorato molto giovane, negli anni Cinquanta, a Parigi per il settimanale Vie Nuove,vicino al quotidiano comunista che fu allora una voce decisiva della cultura e della politica italiana.Quindi,dalla metà degli anni Sessanta al 1970, era stata direttore del settimanale Noi donne e poi inviata speciale di un giornale importante e anticonformista come Paese Sera.
Nel 1948, giovane funzionaria del PCI, aveva sposato Umberto Scalia, segretario della Federazione comunista dell’Aquila,e quindi diventa assessore del Comune di Pescara a contatto con gli sfollati della guerra e i bambini più poveri di una città a sua volta colpita dal conflitto.Poi nel 1962  incontra Giancarlo Pajetta,l’ex partigiano piemontese  Nullo che sarà, per oltre trent’anni, il suo amore(Pajetta muore a 79 anni nel 1990) e che era un uomo per come anch’io lo ricordo,di carattere non facile ma di grande simpatia umana.
Anche un grande giornalista,senza dubbio conservatore ma non privo di intelligenza e di penetrazione umana,aveva apprezzato il libro che Miriam aveva scritto “Botteghe oscure addio”(edito da Mondadori negli anni novanta) qualche anno dopo lo scioglimento del partito comunista italiano perché-come tutti quelli della Mafai che anch’io ho letto- era onesto e sincero, attento a raccontare quello che ero successo e non a procacciarsi, come avviene oggi  in maniera frequente, posti e prebende più o meno a portata di mano.
Si era accorta, negli ultimi anni della sua vita,  che i tempi erano cambiati, che la corruzione stava diventando uno sport molto diffuso, che l’Italia- come oggi si dice a bassa voce ma con insistenza- era un paese in declino.
Un paese sempre più vicino ai suoi mentori più popolari superficiali  e alle tv pubbliche e commerciali, con sempre minor differenze tra le une e le altre, finendo così per dar ragione all’antipolitica e a quelli che, da sempre, guardavano con diffidenza alla politica come se fosse un lusso per i ricchi o ancora peggio. Piuttosto che all’arte più difficile e più nobile.

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