Emfa, la grande incompiuta

La notte dei potenti

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Sono le tre del mattino quando da Palazzo Chigi esce la solita velina d’agenzia. L’ennesimo decreto d’urgenza infilato di notte nelle maglie della Gazzetta Ufficiale, mentre il Paese dorme o conta gli spicci della pensione. Dentro ci sono il nuovo reato per chi protesta, l’inasprimento delle pene per le occupazioni e la fattura degli scontri di piazza spedita direttamente a casa delle famiglie dei minorenni. Ma questo non è un normale decreto legislativo, è un verbale di Questura trasformato in legge dello Stato. Quando una classe dirigente non ha un’idea di futuro né un quattrino da mettere sui salari, sulle case popolari o sulla sanità, sceglie la scorciatoia più vecchia del mondo, ovvero speculare sul disagio. Stiamo brancolando nel buio, ed è un buio fabbricato a tavolino. Se le famiglie non arrivano alla terza settimana del mese e il carovita morde le caviglie, la ricetta di palazzo è spostare il mirino. Fabbricare la paura a reti unificate. Spaccare il Paese tra chi sta a casa a contare le rate del mutuo da pagare e chi scende in strada perché la banca non sa nemmeno cosa sia. Ma per far funzionare l’ingranaggio serve anche carne da macello. E le telecamere dei talk show vanno a caccia di mostri lungo i binari delle stazioni e nei palazzoni della cintura urbana, per poi inseguirli quando calano in massa tra le vetrine del centro fino alle questure, da Milano a Torino. Una telecronaca del disagio totalmente asservita alla propaganda.
Il bersaglio del momento sono i ragazzini con le tute da ginnastica, la musica trap a palla e la pelle un po’ più scura, marchiati con l’etichetta di “maranza”. Quelli che andrebbero remigrati tutti, come recitava pochi giorni fa uno striscione dei giovani leghisti che hanno sfilato per le vie di Milano. Ma nessuno in TV racconta che quei disordini d’asfalto sono il sottoprodotto diretto di trent’anni di abbandono dei quartieri-ghetto recintati dall’indifferenza delle istituzioni. La politica crea l’emarginazione per sfinimento e poi pretende di domarla mandando le camionette della Celere, svuotando i centri di aggregazione per riempire le celle di San Vittore e del Beccaria. È la grande rimozione della cittadinanza. Centinaia di migliaia di ragazzi nati qui, cresciuti con il nostro accento, andati a scuola con i nostri figli, che la burocrazia dello Stato tratta da stranieri. Li trasformano in fantasmi in casa propria e poi chiedono il pugno duro quando quei fantasmi iniziano a fare rumore. Ma questa cappa di ordine pubblico nostrana non è che la provincia di un’oscurità più grande.
La stessa cultura della forza, del disprezzo per la vita e della sproporzione penale si rivede identica a livello globale. Lo si vede negli Stati Uniti, da Guantanamo fino alla Florida nel nuovo parco divertimenti di Trump, l’Alligator Alcatraz, dove i migranti catturati dall’ICE vengono gettati in un’area isolata circondata da paludi popolate da alligatori e coccodrilli. E lo si vede soprattutto tra le macerie vere dei palazzi sventrati a Gaza, nel cemento sbriciolato della Palestina, tra i corpi sotterrati dai bombardamenti. È il fallimento della diplomazia e del diritto, spazzati via dalla complicità di un Occidente che guarda altrove mentre si consuma il massacro. C’è però una lezione che la cronaca della strada ci insegna sempre. Quando un potere deve ricorrere al reato d’urgenza, alla caccia al capro espiatorio, alla polizia nelle periferie e ai blindati di fronte ai cancelli, non sta dimostrando forza. Sta mostrando il suo panico. Dietro le porte chiuse dei palazzi, dietro la muscolarità delle direttive di Pubblica Sicurezza e l’arroganza della propaganda, gli unici che tremano davvero sono i potenti. Gli autocrati d’inizio secolo e i governi senza futuro, costretti a scommettere sulla paura e sulla guerra pur di ritardare il giorno in cui qualcuno chiederà loro conto del vuoto che si lasciano alle spalle.


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