Ogni inizio ottobre assistiamo alla solita, ormai noiosissima, strumentalizzazione politica di Norma Cossetto. È il rito della memoria a senso unico, una liturgia dell’estrema destra orchestrata per risciacquare la storia e trasformare la complessità delle vicende del confine orientale in un rassicurante e manicheo scontro tra il bene assoluto e il male partigiano. I post pubblicati in queste ore dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal Presidente del Senato Ignazio La Russa sulla figura di Norma Cossetto rappresentano la sintesi perfetta di questa operazione politica.
Da una parte la retorica del dolore e dell’identità nazionale, dall’altra l’amnesia su tutto ciò che la ricerca storiografica e l’analisi rigorosa dei documenti cercano di spiegare da anni.
Non si tratta di negare il rispetto umano dovuto a una giovane vita spezzata — principio che appartiene all’etica democratica e che nessuno si sogna di mettere in discussione. Il punto è un altro: il modo in cui le più alte cariche della Repubblica strumentalizzano questa vicenda per puro revisionismo. Nei post di Meloni e La Russa, da Santa Domenica di Visinada scompare del tutto il ventennio di fascismo di confine, scompare la violenza dell’italianizzazione forzata, scompare persino l’inquadramento politico della famiglia Cossetto — il cui padre era podestà fascista e dirigente della Milizia.
Tutto viene appiattito e ridotto alla categoria della “barbarie comunista titina” contro gli italiani “in quanto tali”. Una narrazione tossica che mira a vittimizzare il blocco del regime e a criminalizzare il movimento partigiano da cui è nata la nostra Costituzione. A farne le spese come al solito è la verità storica, come ben spiegato negli approfondimenti d’inchiesta e negli studi di ricercatori e storici come Claudia Cernigoi e Angelo d’Orsi. Le ricostruzioni istituzionali assumono per certe e verificate narrazioni sulle violenze e sugli stupri che non trovano riscontro nei verbali dell’epoca né nei documenti d’archivio, ma che sono state fabbricate nel dopoguerra per finalità di propaganda neofascista.
Perché dunque insistere su questa figura di martire?
La risposta è semplice. Per abbattere il primato dell’antifascismo come valore fondante della Repubblica. Si vuole imporre un’equiparazione morale tra chi combatteva dalla parte sbagliata della storia e chi si è sacrificato per restituire la libertà a questo Paese. Quando chi guida il Governo e la seconda carica dello Stato usano i canali ufficiali non per unire la memoria nazionale intorno ai valori della Carta costituzionale, ma per promuovere una propaganda di parte che delegittima la Resistenza, non siamo di fronte a una semplice commemorazione. Siamo di fronte a un’aggressione culturale al patrimonio democratico dell’Italia. E davanti a questo, voltarsi dall’altra parte non è consentito.
