Nelle prossime ore si potrebbe concludere presso l’ottava commissione del senato – con il voto sul testo- la prima fase della cosiddetta riforma della Rai. Gli emendamenti proposti dalle opposizioni vengono bocciati senza un battito di ciglia. Verrà dato mandato ai relatori di svolgere la relazione in aula nel più totale disinteresse per l’infrazione europea prossima ventura. L’articolato, infatti, confligge platealmente con il dettato dell’articolo 5 del Media Freedom Act di Bruxelles, che mette in chiaro la necessità di rendere autonomi e indipendenti i servizi pubblici radiotelevisivi. Ma, si sa, la destra al governo ritiene di scarso rilievo l’osservanza delle regole e si avvale di qualche amicizia con l’attuale leadership della Ue. Di qui la sfrontatezza e la noncuranza su una questione essenziale per la bilancia tra i poteri di un sistema democratico.
Voci di dentro dicono che non si è neppure voluto provare ad intavolare un dialogo con le opposizioni, che pure sarebbero state interessate (e verosimilmente lo sarebbero ancora) a discutere di un bene comune da liberare da asfittiche ingerenze partitiche o lobbistiche. Tant’è che in questo caso il campo largo è diventato larghissimo, essendo stati firmati gli emendamenti oppositivi da ben sei gruppi parlamentari (Alleanza Verdi e Sinistra, Azione, 5Stelle, Italia Viva, partito democratico, +Europa).
Tuttavia, la maggioranza ha persino peggiorato il testo iniziale sia con i capziosi ritocchi sull’ammontare del canone di abbonamento sia immaginando il voto a pura maggioranza semplice del futuro presidente nonché dell’amministratore delegato. Quindi, con una discreta faccia tosta, si suppone di raggirare la normativa europea facendo rientrare dalla finestra la (presunta) uscita dalla porta principale del governo. È una vera e propria regressione, visto che quarant’anni di giurisprudenza costituzionale hanno sempre ribadito il ruolo primario del parlamento.
Il disegno è chiaro: la Rai ritorna un carrozzone di Stato diretto da palazzo Chigi con il ministero dell’economia e l’essere un servizio pubblico non conta. Inoltre, l’intreccio con la controriforma elettorale fa sì che si preparino le prossime elezioni con una legge autoritaria sorretta dalla propaganda asfissiante di TeleMeloni e del rinnovato polo RaiSet.
Chissà come va a finire, poi, la delicata vicenda della commissione parlamentare di vigilanza, che il presidente del senato La Russa vorrebbe ricostituire di ufficio, per preparare il colpetto di mano sul gradimento verso l’eterna candidata al vertice della Rai Simona Agnes. Così pare, dunque. In queste ore la realtà dei fatti ci racconterà la verità. In sintesi: si attende un attacco senza mezzi termini all’articolo 21 della Costituzione e i numeri stanno dalla parte della destra.
Già, ma i numeri possono al massimo portare ad una classicissima vittoria di Pirro. Se le attuali opposizioni diventeranno al prossimo voto maggioranza l’eventuale approvazione del progetto sarà un atto effimero e transeunte. Perché, allora, non fermare la macchina in corsa e rimettere in ordine gli addendi, riscrivendo il testo in conformità con l’articolo 5 dell’Emfa?
Potrebbe apparire un’ipotesi ingenua e irrealistica. Sarà. Però , l’eccesso di furbizia è più ingenuo ancora. Giorgia Meloni si avvierebbe alla fine della legislatura con un’ulteriore infrazione europea, dopo quella formalizzata lo scorso 15 luglio per il mancato recepimento della direttiva della Ue che tratta delle querele temerarie. Per l’intanto, le opposizioni avrebbero il diritto-dovere di inserire nel programma elettorale il tema cruciale dell’informazione nell’età delle intelligenze artificiali. In simile contesto proprio un servizio pubblico di nuova generazione svolgerebbe un ruolo importante. Se, al contrario, la mediocre e perniciosa proposta della maggioranza andasse avanti comunque, ci si aspetti una possente ribellione delle associazioni della società civile e delle persone che vorrebbero palinsesti di notizie e di inchieste coraggiose. Non una Garlasco non stop.
(Da Il Manifesto)
