Emfa, la grande incompiuta

Con gli occhi colmi di stupore. Incontro con Nawal, sopravvissuta alla strage di Sabra e Shatila

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“Per 40 ore continue, tra il tramonto di giovedì 16 settembre e mezzogiorno di sabato 18 settembre 1982, ebbe luogo il massacro di Sabra e Shatila, uno dei più barbari del ventesimo secolo. Via Sabra e il Campo di Shatila si trovano in una popolare zona residenziale di Beirut, dove in realtà sono presenti diversi piccoli quartieri messi insieme. Tuttavia, a causa della presenza del Campo di Shatila nel suo mezzo, l’intero distretto divenne noto come ‘i Campi di Sabra e Shatila’. Fu il destino di questo distretto diventare l’arena del massacro. Il Campo di Shatila fu uno dei primi campi ad essere fondato a Beirut. La maggior parte dei suoi residenti proveniva originariamente dalla costa palestinese e dall’Alta Galilea, essendo tra coloro che furono costretti a cercare rifugio in Libano, sia via mare verso i porti più vicini, sia via terra attraverso il confine palestinese-libanese, sulla scia della guerra del 1948. Questa guerra è indicata dagli arabi come la Guerra di al-Nakba (Catastrofe), e dagli israeliani come la Guerra d’Indipendenza. Shatila è anche tra i più piccoli campi palestinesi e, con l’aumento del numero di residenti di anno in anno, giunse il momento in cui non poté più accogliere nuovi arrivi. Era possibile, tuttavia, per le umilissime case di rifugiati, estendersi oltre i confini del campo fissati dal governo libanese a metà del ventesimo secolo. Un risultato di questo incremento dei rifugiati palestinesi, e della reciproca interazione (specialmente dagli anni ’70 in poi, con i libanesi che vivevano nelle vicinanze) fu la trasformazione del distretto dei Campi di Sabra e Shatila in un luogo che attraeva lavoratori e famiglie da molti paesi – il fattore comune era la povertà, che unisce popoli e nazioni. Così accadde che i residenti non fossero più semplicemente palestinesi o libanesi, ma iniziarono a includere anche siriani, egiziani, giordani, pakistani, bengalesi, iraniani e algerini. Le vittime del massacro rappresentavano tutte queste nazionalità. Il 6 giugno 1982, circa tre mesi prima del massacro, l’Esercito israeliano invase il Libano, muovendosi verso nord in direzione della capitale. L’assedio di Beirut durò più a lungo di qualsiasi altro precedentemente sperimentato da una città araba nell’intera sequenza delle guerre arabo-israeliane. Per gli arabi questa invasione fu nota come la Sesta Guerra Arabo-Israeliana, o la Perfida Invasione Israeliana del Libano, mentre gli israeliani la chiamarono Pace per la Galilea.” Ricavo questa ricostruzione dall’introduzione al libro di Bayan Nuewayhed al-Hout, “Sabra and Shatila, September 1982” – ed. Pluto Press, 2004. Il volume è frutto di un progetto di storia orale avviato dal novembre 1982, con la raccolta di testimonianze dirette di famiglie e sopravvissuti, spesso registrate di nascosto o trascritte a mano per evitare confische. In primo luogo, l’Autrice si dedicò alla raccolta dei nomi: In risposta alle cifre fuorvianti del Rapporto Kahan, ha cercato attivamente elenchi di vittime, ottenendo documenti ufficiali dalla Croce Rossa Internazionale e dalla Protezione Civile Libanese grazie all’aiuto di funzionari fidati; è stato un progetto di studio sul campo, con la distribuzione di 530 questionari statistici nel distretto per raccogliere dati dettagliati su martiri, rapiti e dispersi (età, genere, luogo, professione, ecc.). Un lavoro certo non definitivo, poiché la storiografia dei massacri è un processo continuo, che si scontra con la segretezza e il trauma, e richiede il passaggio di intere generazioni prima che tutti i testimoni e i carnefici raccontino la loro versione.

Nawal

Abbiamo incontrato Nawal, come se uscisse dal libro di Bayan, il 14 settembre 2026, nel corso del viaggio che la delegazione dell’Associazione “Per non dimenticare Sabra e Shatila” ha compiuto in Libano in occasione del 44° anniversario del massacro. Nawal ci ha accolto con il suo figlio più piccolo nella sua casa nel cuore del campo di Shatila. E ci ha raccontato. Nawal era molto giovane quando è avvenuto il massacro. Aveva una bambina, e una sua zia perse circa cinque componenti della famiglia. Suo padre continuava a rassicurarli: diceva di non avere paura, che nessuno sarebbe entrato ad attaccarli. In casa misero un telo bianco sul terrazzo perché i bambini vedendolo erano più calmi e perché Israele capisse che non volevano essere attaccati. Il padre diceva che non sarebbe successo nulla, che non dovevano spaventare i bambini. Poi, però, iniziarono a uccidere. Il padre le disse di andare da sua sorella. La sorella aveva diciotto anni ed era incinta di otto mesi. Durante l’attacco, Nawal fuggì e perse sia il padre sia la sorella. Sua madre morì d’infarto, distrutta dal dolore e dalla gravità della situazione. Israele lanciava bombe illuminanti, e l’aria si faceva chiara come se fosse giorno. Lei riuscì a raggiungere la casa della sorella, dove pensava di trovare rifugio, ma la sorella era già stata uccisa: le avevano tagliato la pancia e ucciso il bambino. I falangisti, o quelle divisioni di destra, le avevano perforato lo stomaco. Quando lei arrivò, non poté fare altro che constatare che era morta. In una stanza non molto grande c’erano circa cento persone. Vi rimasero per tre giorni, per proteggersi dagli attacchi esterni. Al terzo giorno arrivarono i miliziani: presero i giovani, li portarono fuori e li uccisero uno a uno con le asce. Parlavano arabo molto bene, non ebraico. Nel campo erano entrate le forze libanesi e i falangisti, e parlavano arabo; vicino allo stadio, nella zona di Al-Madina Al-Riyadiah (la Città dello Sport), c’erano invece gli israeliani, e lì si parlava ebraico. Quello era il luogo dove stava Sharon. Dopo il massacro, arrivarono gli italiani. Si presero cura di loro, iniziarono a insegnare, a giocare con i bambini. Ma Nawal insiste: il crimine principale è di Israele. Non si possono negare le cose che stanno accadendo a Gaza, i bambini che muoiono, le scene terribili. Israele sta combattendo contro tutto il mondo solo per sé, ma i palestinesi hanno la loro terra. I suoi nonni lasciarono la Palestina nel 1948, e ciò che accadde allora si sta ripetendo a Gaza. Furono costretti ad andarsene con la forza. Lei è di Haifa. Molte famiglie che vissero il massacro andarono in Svezia, Danimarca, Germania. La moschea dove lei cercò rifugio era fuori dal campo, a circa cinquecento metri o un chilometro.

La strada era piena di persone uccise. Nawal passò anche per un mercato. Camminando, lei iniziò a riconoscere persone che conosceva. A un certo punto vide una donna con le gambe aperte e capì che era stata violentata e uccisa dai falangisti. Riconobbe anche un uomo morto a gambe larghe, poi un vicino. Un miliziano puntò l’arma verso di loro e disse che, se non si fossero mossi, li avrebbero uccisi. Così continuarono a camminare. In una piazza vicina presero circa trecento giovani e li uccisero uno a uno. I capelli strappati con le asce rimasero lì per molto tempo. Ancora oggi lei teme di passare per quella via, perché le riporta alla memoria tutto ciò che ha visto. Dentro Shatila c’erano moschee. Non erano luoghi del tutto sicuri, ma di solito i miliziani non entravano nelle moschee. Se tutti i palestinesi fossero andati in moschea, forse si sarebbero salvati. Nel campo c’erano circa duemila libanesi e duemila palestinesi. Anche i libanesi arrivarono nella strada in mezzo al campo, ma non entrarono all’interno. I falangisti vennero da quella strada, uccisero i libanesi e poi si diressero verso i palestinesi. I miliziani furono addestrati e supervisionavano il massacro; Sharon era presente. Nawal crede in Dio e crede che Israele non vivrà più di ottant’anni. Tra poco nessuno sosterrà Israele; nemmeno i paesi europei, ormai falliti. Nel 2001 o 2002, doveva andare in Belgio per vari incontri. Con Stefano Chiarini lavorarono per aprire il processo. Quando tutto fu pronto, il testimone principale morì in un incendio. Erano loro ad aver aperto il procedimento legale in Belgio. Fu portato anche un avvocato per ascoltarla e aprire il processo. Nawal ringrazia per tutte le mobilitazioni, per le navi che hanno cercato di raggiungere Gaza. Alla fine invita a non dimenticare la memoria collettiva di ciò che è accaduto.

 

 

 


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