Giornalismo sotto attacco in Italia

Sotto la vernice del potere: la violenza che abita lavoro e spazio pubblico 

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C’è una violenza che non lascia lividi immediatamente riconoscibili, che non irrompe con il clangore dell’emergenza ma si deposita, giorno dopo giorno, come polvere sottile sulle superfici del vivere comune. È la violenza che abita lo spazio pubblico, e in particolare quello del lavoro: un territorio che dovrebbe essere regolato da diritti, competenze, pari dignità, e che invece troppo spesso si rivela un laboratorio di disuguaglianze normalizzate. Come scriveva Hannah Arendt, “la forma più radicale del male è quella che diventa banale”: non perché sia lieve, ma perché non viene più interrogata.

Come certi affreschi antichi che decorano i palazzi del potere, la violenza nei luoghi di lavoro vive spesso sotto uno strato di vernice: è visibile a tutti, eppure nessuno la guarda davvero. Figure note, gesti ripetuti, posture ereditate. L’occhio si abitua, il giudizio si assopisce. E ciò che dovrebbe scandalizzare diventa arredo. Nel cosiddetto “spazio pubblico” del lavoro – uffici, fabbriche, redazioni, cantieri, aule universitarie – la violenza e l’abuso non si presentano sempre con il volto esplicito dell’aggressione. Più spesso assumono la forma sottile dello stereotipo, del linguaggio tollerato, del gesto che “non voleva dire nulla”, della battuta che pesa come una sentenza, della carriera rallentata, della credibilità erosa. È una violenza che si nutre di consuetudine e si legittima nel silenzio. Gli stereotipi di genere sono la sua grammatica più antica: l’idea che l’autorevolezza abbia voce maschile, che la leadership sia per natura assertiva fino alla durezza, che la disponibilità femminile sia una risorsa accessoria, un contorno emotivo al lavoro “vero”. Sono narrazioni sedimentate, trasmesse come verità neutre, quando in realtà costruiscono gerarchie invisibili e autorizzano l’abuso. Dove una donna deve sempre dimostrare di più, giustificare di più, sopportare di più, l’abuso non è un incidente: è un esito.
Non si tratta solo di molestie, pur gravissime. Si tratta di potere. Di chi può interrompere senza conseguenze e di chi no. Di chi può alzare la voce e di chi viene etichettata come “isterica”. Di chi sbaglia e viene perdonato, e di chi sbaglia e viene definita. La violenza nel lavoro è spesso una pedagogia implicita: insegna a stare al proprio posto.
Questa riflessione non può che rivolgersi, con fermezza e rispetto, alle coscienze maschili: non per attribuire una colpa indistinta, ma per chiamare a una responsabilità concreta. Perché il privilegio più insidioso non è l’abuso attivo, ma l’inerzia di chi assiste, minimizza, sorride, distoglie lo sguardo. Perché il potere maschile, nei luoghi di lavoro, si esercita anche e soprattutto quando sceglie di non intervenire.
È tempo di riconoscere che la neutralità non esiste perché ogni ambiente professionale è un campo morale. Ogni parola detta o taciuta contribuisce a definire ciò che è accettabile e smascherare gli stereotipi di genere non è un atto ideologico, ma un dovere civile: significa restituire dignità allo spazio pubblico del lavoro, renderlo finalmente luogo di competenza e non di sopraffazione.
Agli uomini chiediamo allora un passo ulteriore: ascoltare senza difendersi, interrogarsi senza giustificarsi, usare il proprio ruolo non come scudo, ma come leva di cambiamento. Perché la vera autorevolezza non nasce dalla forza esercitata sugli altri, ma dalla capacità di rendere giusto lo spazio che si occupa.
Se il lavoro è uno dei luoghi in cui una società si racconta, allora tollerare la violenza significa accettare una narrazione impoverita, ingiusta, disumana. Cambiarla è possibile. Ma richiede coraggio morale, lucidità e una scelta quotidiana: non essere più parte dell’affresco, ma mano che lo restaura. E finalmente, lo trasforma.

Da qui occorre andare oltre, allargando lo sguardo. Perché la violenza di genere nello spazio pubblico non nasce nei luoghi di lavoro: vi arriva già legittimata da un immaginario che continua a pensare le donne come presenze provvisorie nella sfera comune. Corpi in prestito, competenze “aggiuntive”, carriere subordinate a una presunta vocazione naturale alla cura, o peggio presenze sessualizzate da abusare. L’eco più persistente di questo immaginario è l’idea che il luogo “proprio” delle donne sia ancora la casa, il tempo “vero” quello dedicato ai figli, mentre il lavoro resta una concessione, una parentesi, talvolta un capriccio.

Simone de Beauvoir lo aveva detto con chiarezza disarmante: “Donna non si nasce, lo si diventa”. E si diventa tali anche attraverso una disciplina sociale che insegna fin dall’infanzia chi può occupare lo spazio e chi deve chiedere permesso. Nei luoghi di lavoro questa disciplina assume forme sofisticate: politiche aziendali apparentemente neutre, valutazioni di merito che ignorano il carico di cura, modelli di successo costruiti su biografie maschili senza interruzioni, senza maternità, senza penalizzazioni.

La violenza, allora, non è solo l’atto eclatante, ma l’architettura che lo rende plausibile. È l’organizzazione del tempo che punisce chi ha figli. È la riunione fissata a orari impossibili. È il sospetto automatico verso l’ambizione femminile. È la domanda — mai rivolta agli uomini — su come si concilierà il lavoro con la famiglia. Virginia Woolf parlava di “stanze tutte per sé”: oggi potremmo dire che la posta in gioco è avere spazi pubblici che non siano ostili, che non costringano le donne a scegliere tra presenza e dignità.

Sono una giornalista ma un editoriale femminista, oggi, non può limitarsi alla denuncia. Deve esercitare immaginazione politica per rivendicare un’idea di lavoro come bene comune, non come arena di dominio. Deve affermare che la cura non è un ostacolo alla produttività, ma una competenza sociale fondamentale, e che relegarla alle donne significa impoverire l’intera collettività.

La violenza di genere nello spazio pubblico si combatte anche così: smontando le narrazioni che la sostengono, restituendo complessità alle vite, pretendendo istituzioni e luoghi di lavoro all’altezza della loro funzione democratica. Non è una battaglia identitaria, ma una questione di civiltà. Perché, come ricordava Audre Lorde, “non esistono lotte a tema unico, perché non esistono vite a tema unico”. E finché metà dell’umanità continuerà a muoversi nello spazio pubblico sotto il segno della tolleranza condizionata o – peggio- del ricatto, la democrazia resterà incompiuta.

Questo articolo è parte della campagna 2026 cui hanno aderito scrittrici e giornaliste italiane per denunciare la violenza di genere e nominarla. #Unite #rompiamoilsilenzio


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