La chiamano post-verità. E’ quell’arte sottile di dare i numeri e, di fronte alla logica dell’evidenza e financo dello schizzo di sangue, della perizia balistica o della geometria della meridiana, spegnere il cervello, chiudere gli occhi e dire: “No, non è vero”. Perché quello che hai visto, registrato, sentito, odorato, possibilmente provato sulla tua pelle, è falso. Perché il problema sei tu che non capisci. Magari sei cieco. Oppure sei sordo. O hai un difetto cognitivo, neurovegetativo. Esattamente come una vittima di stupro, che magari ti hanno stuprato perché dipendeva da come eri vestita, dal profumo che hai indossato. In ogni caso, te la sei andata a cercare. Cornuta e mazziata. O, ancora – costruzione sublime – sei duro di comprendonio perché non hai capito chi comanda. Di più, magari lo hai capito e in te c’è il dolo: sei un bugiardo e ti devi vergognare. Infine, la devi pure pagare perché fai camminare il cervello e hai anche il coraggio di dimostrarcelo.
La post-verità è una bella arma in mano alle persone giuste ma veramente giuste: Donald Trump e Karoline Levitt, ad esempio, sono i campioni del genere. Così la collega della CNN Kaitlan Collins, alla richiesta a Trump di commentare il proprio coinvolgimento, quello di Musk e di un altro suo advisor negli Epstein files, prima ha detto che sarebbe meglio che i cittadini statunitensi si occupassero di altro; poi le ha sibilato “ma sai cosa? Sei la peggiore reporter. Sei una giovane donna che non sorride mai. La tua organizzazione deve vergognarsi di impiegati come te”. Prendi e porta a casa, Kaitlan. A Collins è andata bene: per una volta, l’uomo più potente del mondo non le ha dato della “porcellina” come fece con Catherine Lucey di Bloomberg.
Non va meglio all’altra metà del cielo (quella che si è sempre pensata giusta), di questi tempi. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, si è scaldata più volte durante le conferenze stampa della sera: è ben nota, tra le altre, la volta in cui il giornalista del New York Times Shawn McCreesh ha chiesto a Leavitt di articolare qualcosa sui commenti di Trump su Fox News, secondo cui non avrebbe chiamato Putin mentre era con i leader europei perché riteneva che sarebbe stato “irrispettoso”. “Con tutto il rispetto, solo un giornalista del New York Times farebbe una domanda del genere, Shawn”, ha ribattuto Leavitt.
Anche il nostro Nello Scavo è caduto dritto dritto in questo clima da post-verità, e ci dispiace molto. E’ stato accusato di dare letteralmente i numeri, anzi di averli dati con dolo, pur sapendo di utilizzare una fonte di “dubbia provenienza” e, di più, di averli messi in bocca allo Stato di Israele. I numeri sono i 70mila morti a Gaza, dichiarati più volte quantitativamente tali dal Ministero di Hamas (inaffidabile per partito preso anche perché, diciamoci la verità, come si può credere a uno Stato terrorista? E poi non è nemmeno uno Stato, dimenticavamo). Peccato che questi numeri valgano anche per “un alto funzionario della sicurezza che, in un briefing ai giornalisti israeliani, ha affermato che circa 70.000 palestinesi sono stati uccisi dagli attacchi israeliani sul territorio dall’ottobre 2023, escludendo i dispersi” (circa 10mila sotto le macerie, ndr). Senza scomodare il quotidiano ribelle Hareetz (ahi i comunisti), a nulla vale il fatto che lo abbiano scritto, citando la stessa identica fonte (anonima e del COGAT, ossia dell’ente che gestisce qualsiasi cosa strisci sulla Striscia e che non è esattamente disinformato sui fatti), Times of Israel, The Jerusalem Post, Kan 11 e una serie di media israeliani che ripetono fedelmente quanto dichiarato dall’IDF da almeno due anni e che ritengono molto giusta la strategia adottata da Netanyahu, Smotrich e Ben Gvir. Nello Scavo riprende la notizia e un avvocato che sa leggere bene i giornali, sicuramente meglio di noi, fa partire un esposto al Consiglio di Disciplina della Lombardia. A scoppio ritardato, dopo più di 24 ore, il 30 gennaio, il colonnello portavoce dell’IDF, Nadav Shoshani, sul suo account X, smentisce il conteggio della fonte del COGAT dicendo che “non riflette i dati ufficiali”.
Mettetevi d’accordo, amici miei, ci vien da dire. Altrimenti ci troviamo alle solite scene dove il bue rischia di dire cornuto all’asino e ci fate confondere, noi imbecilli giornalisti. Invece, adesso ci tocca sottolineare che no, che quel conteggio non è così preciso perché i morti palestinesi non sono 70mila ma 67.799, per esempio, oppure 55.555 o anche 33.333. No, scusate: la cifra ufficiale è 22mila combattenti, 1600 terroristi e una media di tre civili per un terrorista perché gli facevano da scudo umano. Chi può dirlo con certezza? Ma, certo, ce lo dice l’IDF. Soprattutto, bisogna sbracciarsi a sottolineare che la cosa importante, in tutta questa storia, è riportare la cifra precisa (?), ossia quella dell’IDF. Attenti però a non ricordare che IDF non vuole farci verificare di persona sul campo quanto accade da due anni perché ci tiene alla nostra sicurezza. Dunque, non ci fa entrare a Gaza: non sia mai che un giornalista muoia laggiù, per carità di Dio.
E così, continuiamo a trastullarci con i decimali, con i millimetri, con la pagliuzza invece della trave nell’occhio, mentre abbiamo conteggiato, visto, ascoltato migliaia di morti in diretta per due anni e il motore di ricerca di Google cancella gli archivi video delle violazioni sul canale YouTube delle tre organizzazioni umanitarie palestinesi al-Haq, al-Mezan Centre for Human Rights e Palestinian Centre for Human Rights perché sanzionate dall’amministrazione statunitense. Ma sì, cosa vuoi che sia: tutto questo è giusto.
Dunque, continuiamo a ripetere che la poeta Renee Good se l’è cercata da sola a Minneapolis e che si meritava di essere ammazzata dagli agenti dell’Ice. Che l’infermiere Alex Jeffrey Pretti aveva in mano una pistola che, però – surprise! – era un telefono e che con quello avrebbe potuto uccidere un agente della medesima agenzia. Che Hind Rijab, a cinque anni, avrebbe potuto alzarsi in piedi sui sedili stando ben dritta sul cadavere di zii e cugini e sparare dalla sua auto crivellata di colpi una bella scarica di mitraglia verso i soldati dell’IDF mentre attendeva che un’ambulanza della Mezzaluna Rossa (che non è mai arrivata ) venisse a prenderla a Gaza City per salvare la mini terrorista; che la giornalista di AFP Mariam Abu Dagga era una terrorista più adulta con la macchina fotografica, pronta come un cecchino a rubare il segreto di pulcinella di un finto genocidio in diretta Instagram dall’ospedale al Nasser di Khan Younis.
Non dimentichiamoci che tutte queste cose non sono iperboli: le hanno dette nero su bianco le fonti ufficiali. A loro dobbiamo credere perché loro sì che sono buoni e che vegliano su di noi. Loro vogliono il nostro bene e la nostra sicurezza: ce lo ricordano sempre. E pazienza se abbiamo girato dieci video da diverse angolazioni che provano il contrario. Noi gli dobbiamo credere perché sono anche i depositari della Rivelazione nell’era della post-verità.
Basta faticare. Basta sforzarsi di unire i puntini della logica e dell’evidenza. Basta farsi domande e praticare la skepsis. Rifugiamoci nel messianismo che ci salverà. Siamo ancora in tempo. Riconosciamo umilmente di non avere capito nulla perché siamo daltonici, perché siamo discalculici. Avete ragione voi: noi non sappiamo vedere, non sappiamo contare. E siamo anche inaffidabili. Eh sì, tocca dircelo battendoci il petto, contriti: noi siamo tutti Nello Scavo.
Laura Silvia Battaglia, giornalista, direttrice responsabile Cartadiroma.org
