In un panorama culturale saturo di celebrazioni per il 250° anniversario della nascita di Jane Austen, il saggio di Giancarlo Zappoli e Claudia Bersani si propone come un intervento necessario e ambizioso. “Jane Austen, una penna per lo schermo“, edito da Book Time per 220 pagine, non è l’ennesimo omaggio a una delle icone intoccabili della letteratura inglese, ma una mappatura critica del suo secondo, e forse più pervasivo, trionfo: quello sul grande e piccolo schermo. L’unione di un critico cinematografico e di una studiosa di letteratura non è casuale, ma costituisce la premessa metodologica di un’opera che intende analizzare l’adattamento non come una semplice traduzione, ma come un atto interpretativo autonomo e, talvolta, sovversivo.
Il saggio si distacca con decisione dalle tradizionali analisi comparative focalizzate sulla “fedeltà” all’originale, un concetto che gli autori relegano a una critica ormai superata. La tesi portante è ben più sofisticata: Zappoli e Bersani sostengono che ogni trasposizione cinematografica o televisiva non si limita a “illustrare” Austen, ma la “riscrive”, proiettando sul testo le ansie, le ideologie e i linguaggi del proprio tempo. Il libro, la cui argomentazione è solidamente organizzata in un’introduzione e due parti suddivise in dodici capitoli, si sviluppa seguendo una doppia traccia, tematica e cronologica, che svela come le opere austeniane siano diventate uno specchio in cui la cultura occidentale ha ripetutamente interrogato se stessa su questioni di classe, genere e desiderio. Da questo punto di vista, l’analisi di opere apparentemente “infedeli” come “Bridget Jones’s Diary” o “Clueless” diventa il cuore pulsante del saggio, dimostrando con acume come queste riscritture postmoderne, lungi dal tradire lo spirito originario, ne esaltino l’ironia e la critica sociale, rendendole accessibili a un pubblico che altrimenti percepirebbe il romanzo ottocentesco come un reperto museale.
Il pregio maggiore del volume risiede nella sua capacità di elevare l’adattamento da mero esercizio di stile a vero e proprio atto ermeneutico. Zappoli e Bersani utilizzano l’osservazione di Virginia Woolf — secondo cui la grandezza di Austen sta nel guidare il lettore “verso ciò che non dice” — come una bussola critica. Mostrano come il cinema, con i suoi strumenti specifici (la scelta di un’inquadratura, il non detto di un dialogo, la colonna sonora), abbia il potere di rendere esplicite le tensioni e le ambiguità che nella pagina scritta restano latenti. L’analisi non si ferma ai dialoghi o alla trama, ma scende in profondità, esaminando la regia, la fotografia e la performance attoriale come elementi di un discorso critico sull’opera originaria. Questa metodologia permette al saggio di offrire spunti illuminanti, soddisfacendo tanto l’esegeta letterario quanto lo studioso di media, e si configura come un ponte robusto tra due discipline che troppo spesso procedono su binari paralleli.
“Jane Austen, una penna per lo schermo” si impone quindi come un contributo fondamentale e tempestivo al dibattito critico. La sua importanza non risiede tanto nell’offrire un catalogo ragionato degli adattamenti, quanto nel proporre un metodo, un nuovo modo di guardare a un classico. Zappoli e Bersani non si limitano a celebrare un anniversario; sfidano il lettore a riconsiderare cosa significhi “leggere” un autore nell’era della convergenza mediatica. In definitiva, il libro è un manifesto intellettuale che argomenta con forza come Jane Austen non sia un monumento da venerare a distanza, ma un fenomeno culturale vivo, un testo aperto la cui scrittura continua a generare significato proprio attraverso il dialogo incessante con le immagini che ne rinnovano l’essenza.
