C’è una paura che attraversa il nostro tempo con passo silenzioso ma costante: la paura dell’informazione. Non dell’errore, non della menzogna, non dell’eccesso di opinioni — ma della conoscenza che interroga, del giornalismo che scava, della parola che non si lascia addomesticare. È una paura antica e sempre nuova, che riaffiora ogni volta che la libertà di stampa smette di essere considerata un bene comune e viene trattata come un costo da tagliare, una voce di bilancio da “dismettere”.
La notizia della “dismissione immediata” di Repubblica, La Stampa, Huffington Post e delle radio Deejay, Capital e m2o ha il suono cupo degli eventi che segnano un’epoca. Non è solo una scelta industriale: è un atto simbolico. È il segnale che qualcosa di più profondo si sta incrinando nel rapporto tra potere, informazione e democrazia. Lo ha detto con parole nette il Comitato di redazione della Stampa, parlando di un esito “sconcertante, sconfortante e umiliante”, privo di qualsiasi garanzia sul futuro della testata, sull’occupazione, sulla solidità del compratore, sulla possibilità stessa di continuare a fare giornalismo con la dignità e la qualità che 150 anni di storia impongono.
In gioco non c’è soltanto il destino di alcune redazioni, né il legittimo timore di centinaia di professionisti che vedono il proprio lavoro sospeso nel vuoto. In gioco c’è l’idea stessa di informazione come infrastruttura democratica. A Repubblica, alla Stampa, all’HuffPost lavorano alcuni dei migliori giornalisti e delle migliori giornaliste di questo Paese. Sono voci che hanno raccontato l’Italia, ne hanno denunciato le ombre, ne hanno illuminato le trasformazioni. A loro va la solidarietà non rituale, ma civile, di chi sa che senza un giornalismo libero non esiste cittadinanza piena.
Tornano alla mente le parole di Eugenio Scalfari sul progetto originario del giornale: una redazione giovane, animata da parole chiave che oggi suonano quasi sovversive per la loro semplicità — solidarietà civile e sociale, laicità, costruzione dell’Europa, stato di diritto. Il tutto, scriveva Scalfari, “animato dallo spirito della libertà”. È legittimo domandarsi se la dismissione in blocco di queste testate non sia anche la dismissione collettiva di quel progetto, figlia di una disaffezione progressiva verso i quotidiani e di campagne sistematiche di delegittimazione della stampa portate avanti, negli ultimi quindici anni, da una politica sempre più insofferente al controllo.
Si dice che il “business” dei giornali non regga più. Ma forse il vero affare ritenuto perdente è un altro: quello della democrazia. Perché cittadini informati — che fanno lo sforzo di andare oltre le notizie selezionate dagli algoritmi, di confrontare fonti, di costruire una visione complessa delle comunità in cui vivono — sono cittadini più difficili da governare con la paura, il populismo, la semplificazione. Sono cittadini che sanno controllare il potere, riconoscere gli abusi, sviluppare anticorpi contro l’autoritarismo.
Non è un caso che la nostra Costituzione abbia voluto sancire questo principio con parole chiarissime. L’articolo 21 recita: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure». Non è una formula retorica: è una clausola di garanzia contro ogni tentazione di silenzio imposto, contro ogni forma — anche economicamente mascherata — di censura.
La storia insegna che quando l’informazione arretra, non lo fa mai da sola. Si ritira insieme ai diritti, alla partecipazione, alla possibilità stessa di immaginare un futuro condiviso. George Orwell lo aveva colto con lucidità spietata: «La libertà è il diritto di dire alla gente ciò che non vuole sentirsi dire». Ed è proprio questa libertà che oggi appare scomoda, costosa, perfino pericolosa agli occhi di chi preferisce un’opinione pubblica stanca, frammentata, disorientata.
Difendere le redazioni, oggi, significa difendere qualcosa che va oltre i singoli giornali. Significa difendere lo spazio pubblico del confronto, la fatica del dubbio, la complessità contro la propaganda. Significa ricordare che l’informazione non è un lusso per tempi migliori, ma una necessità vitale, soprattutto quando i tempi peggiorano. E che chi ha paura dell’informazione libera, in fondo, è nemico delle cittadine e dei cittadini.
