Bisogna stare attenti. Di fronte all’avanzata delle destre neo-naziste e neo-fasciste, non solo in Germania, alle minacce relative a una guerra ibrida già in atto e al sostanziale fallimento della strategia post-’89 di democratizzare la globalizzazione attraverso il progressivo inserimento dei paesi dell’ex Patto di Varsavia nel contesto occidentale, ci troviamo a dover fare i conti con la pretesa di Putin, ormai neanche più celata, di infliggere all’Occidente una sorta di ’89 al contrario, attraverso il finanziamento dei suddetti partiti e una serie di ingerenze volte a destabilizzare un’Unione Europea tuttavia non certo esente da colpe per lo sfacelo cui sta andando incontro.
Federico Fubini, collega del Corriere della Sera, ha da poco dato alle stampe “Imperi allo specchio. Dovevamo cambiare la Russia. La Russia ha cambiato noi” (Mondadori – Strade Blu): un saggio in cui, con la competenza che gli è propria, analizza Russia e Stati Uniti in una fase di svolta per entrambi. La prima al bivio fra il proseguimento dell’esperienza putiniana, ormai quasi trentennale, e una svolta democratica di cui, però, non sembrano esserci le premesse e i secondi alle prese con le elezioni di mid-term del prossimo 3 novembre, decisive per comprendere il destino di un paese in guerra con se stesso, in cui il vecchio GOP è diventato MAGA e i democratici devono decidere se compiere la svolta verso il socialismo dei Mamdani e delle Ocasio-Cortez o affidarsi ancora alla Terza via della stagione clintonian-obamiana.
Una crisi d’identità, dunque, al centro della quale si trova il Vecchio Continente, mai come ora vaso di coccio tra vasi di ferro, in crisi demografica, con il rischio che salti addirittura l’euro e alla vigilia di un anno elettorale dal quale potrebbero dipendere le sue sorti.
Nulla sarà più come prima. Nulla lo è già più adesso.
