Emfa, la grande incompiuta

Albania, segreti di stato e potere: l’inchiesta che scuote Tirana

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Tirana- L’inchiesta sull’ex direttrice del Servizio Informativo dello Stato Vlora Hyseni, i rapporti con l’imprenditore Ergys Agasi, il procedimento sugli appalti pubblici, informazioni riservate finite al centro dell’indagine e le verifiche che hanno coinvolto altri esponenti degli apparati di sicurezza. Sullo sfondo, le proteste contro il governo di Edi Rama e una questione che va oltre i singoli indagati: la fiducia nel funzionamento delle istituzioni di uno Stato membro della NATO nel cuore dei Balcani occidentali.

Per capire perché il caso che coinvolge Vlora Hyseni stia assumendo in Albania un peso politico e istituzionale molto più ampio di una normale inchiesta giudiziaria, bisogna partire da una circostanza semplice: Hyseni non è una funzionaria qualunque. Fino a pochi giorni fa dirigeva il Servizio Informativo dello Stato, l’organismo di intelligence albanese, incaricato di raccogliere e analizzare informazioni rilevanti per la sicurezza nazionale.

Il 21 settembre 2026 la Corte speciale albanese ha disposto nei suoi confronti gli arresti domiciliari e la sospensione dall’incarico, nell’ambito di un procedimento condotto dalla Procura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità Organizzata. Il 22 settembre il presidente Bajram Begaj ha formalizzato il suo licenziamento, su proposta del primo ministro Edi Rama. Le accuse indicate dagli inquirenti riguardano, tra l’altro, il favoreggiamento di un autore di reato e la divulgazione di atti o dati segreti; si tratta naturalmente di contestazioni nell’ambito di un procedimento ancora in corso e non di una condanna definitiva.

È questo il punto da cui la vicenda cambia dimensione: quando un’inchiesta sulla corruzione negli appalti pubblici arriva a coinvolgere il vertice dell’intelligence, la domanda non riguarda più soltanto i rapporti personali o professionali fra due individui, ma il modo in cui funzionano i confini tra potere economico, apparati pubblici, informazioni riservate e autorità politica.

L’INCHIESTA CHE HA PORTATO L’INTELLIGENCE AL CENTRO DELLA SCENA

L’indagine nasce da un procedimento più ampio legato agli appalti e alla gestione delle infrastrutture digitali dello Stato, settore nel quale opera l’Agenzia Nazionale per la Società dell’Informazione, l’organismo che gestisce una parte importante dei servizi pubblici digitali e delle infrastrutture informatiche albanesi.

All’interno di questo procedimento compare il nome di Ergys Agasi, imprenditore al centro dell’inchiesta e per un periodo ricercato dalla giustizia albanese, prima di essere arrestato il 26 agosto. Secondo Reuters, il procedimento sugli appalti dell’Agenzia Nazionale per la Società dell’Informazione aveva già coinvolto diversi funzionari e imprenditori, con contestazioni relative all’utilizzo di fondi pubblici.

È proprio il rapporto fra Agasi e Hyseni ad aver spostato il caso su un terreno completamente diverso.

Secondo gli elementi dell’inchiesta resi pubblici dai media albanesi, tra il 28 giugno e il 26 agosto sarebbero state registrate 508 forme di comunicazione tra i due, comprendenti telefonate, messaggi, comunicazioni vocali e videochiamate. Gli investigatori utilizzano questa documentazione per mettere in discussione la versione secondo cui Agasi sarebbe stato semplicemente un collaboratore dell’intelligence. Hyseni, interrogata dagli inquirenti, ha riconosciuto l’esistenza di una comunicazione continuativa, ma ha negato che Agasi avesse ottenuto informazioni dall’intelligence e ha respinto l’interpretazione secondo cui il rapporto avrebbe avuto la funzione di aiutarlo a sottrarsi alla giustizia.

CHI È ERGYS AGASI E PERCHÉ LA SUA POSIZIONE È CENTRALE

Agasi non entra nella storia come semplice imprenditore casualmente incontrato dall’intelligence. Il suo nome è legato a un’inchiesta più ampia sugli appalti pubblici e sull’Agenzia Nazionale per la Società dell’Informazione, un settore particolarmente delicato perché riguarda una parte dell’infrastruttura digitale dello Stato.

La sua posizione assume ulteriore rilievo perché, secondo la ricostruzione investigativa, il rapporto con Hyseni sarebbe continuato anche mentre Agasi era ricercato. La Procura interpreta la frequenza delle comunicazioni come un elemento incompatibile con una relazione esclusivamente istituzionale; Hyseni, invece, ha sostenuto che Agasi le avesse offerto collaborazione.

Questa differenza di interpretazione è uno dei nodi fondamentali dell’inchiesta. Stabilire se vi fosse un rapporto operativo con l’intelligence, un rapporto personale, un canale informale o una combinazione di questi elementi spetta alla magistratura. Ma sul piano istituzionale il semplice fatto che il capo dell’intelligence intrattenesse una comunicazione così intensa con una persona ricercata dalla giustizia costituisce già un problema di controllo e di trasparenza che l’inchiesta deve chiarire.

All’interno dello stesso quadro investigativo sono emersi anche nove documenti stampati di grande formato, sequestrati in un veicolo riconducibile ad Agasi. Secondo gli atti riportati dalla stampa albanese, si tratterebbe di diagrammi contenenti dati simili a materiali prodotti dal Servizio Informativo dello Stato. Agasi avrebbe sostenuto davanti al tribunale di aver lasciato deliberatamente quei materiali nel veicolo affinché venissero trovati dagli investigatori. Hyseni, invece, ha negato che Agasi avesse ottenuto informazioni dal servizio e ha dichiarato di essere disponibile a fornire una risposta ufficiale e classificata sull’origine dei diagrammi. La questione centrale è proprio da dove provenissero quei materiali, chi li avesse prodotti, come fossero arrivati nel veicolo e chi avesse avuto accesso alle informazioni.

Se l’inchiesta dimostrasse che informazioni classificate sono effettivamente uscite dal circuito autorizzato, il problema non sarebbe limitato alla responsabilità individuale di una persona. Entrerebbe in gioco l’intera catena di sicurezza: accesso ai documenti, gestione delle informazioni, controllo interno, tracciabilità, protezione delle fonti e supervisione politica dell’apparato.

NON SOLO I SERVIZI: L’INCHIESTA TOCCA ALTRI APPARATI DELLO STATO

Uno degli aspetti che rende la vicenda particolarmente delicata è infatti l’allargamento dell’indagine ad altri settori dell’apparato pubblico.

Secondo le informazioni rese pubbliche dalla Procura e riportate dalla stampa, nell’ambito dello stesso procedimento sono state adottate misure nei confronti di altri soggetti, mentre sono state autorizzate perquisizioni nei confronti di un ex alto dirigente della Polizia di Stato. L’ex direttore generale della Polizia Ilir Proda è stato sottoposto a perquisizione e gli è stato sequestrato il telefono, senza che nei suoi confronti risultasse, al momento delle informazioni disponibili, una misura cautelare. Altri due soggetti sono stati invece sottoposti a custodia cautelare in carcere.

Questo passaggio è politicamente più significativo della singola relazione Hyseni-Agasi, perché indica che l’indagine sta verificando una rete di rapporti che attraversa diversi segmenti dello Stato: intelligence, polizia, magistratura, apparati tecnici e settore degli appalti pubblici.

EDI RAMA E LA RESPONSABILITÀ POLITICA

Il nome di Edi Rama entra inevitabilmente nella vicenda perché Rama è il primo ministro dell’Albania e il capo del governo ha un ruolo diretto nella gestione politica dell’intelligence.

Per comprendere fino in fondo la posizione di Vlora Hyseni bisogna ricostruire anche il percorso che l’ha portata alla guida dell’intelligence albanese. Prima di arrivare a Tirana, Hyseni aveva ricoperto incarichi di rilievo nell’Agenzia d’Intelligence del Kosovo, dove era stata responsabile delle relazioni esterne e, dal febbraio 2019, vice direttrice. Il 30 giugno 2021 fu rimossa dall’incarico dall’allora presidente del Kosovo Vjosa Osmani e dal primo ministro Albin Kurti. Le autorità kosovare, nel comunicare la decisione, non indicarono pubblicamente una motivazione specifica, limitandosi a richiamare le disposizioni della legge sull’Agenzia d’Intelligence del Kosovo.

Il passaggio successivo è però politicamente significativo. Dopo l’uscita dall’apparato kosovaro, Hyseni entrò nell’orbita istituzionale di Edi Rama, diventando sua consigliera per le questioni di sicurezza. Nel marzo 2023 fu lo stesso Rama a proporla al presidente della Repubblica albanese Bajram Begaj come nuova direttrice del Servizio Informativo dello Stato. Rama accompagnò la proposta sottolineandone la preparazione, l’esperienza maturata nel settore e i rapporti con la comunità internazionale dell’intelligence. Il 3 aprile 2023 Begaj formalizzò la nomina, portando Hyseni al vertice dell’intelligence albanese.

Questa sequenza oggi assume un peso particolare perché la persona scelta dal governo di Tirana per guidare uno degli apparati più sensibili dello Stato era arrivata direttamente da un’esperienza controversa sul piano politico in Kosovo. Il punto non è quindi stabilire un collegamento automatico tra la precedente rimozione e l’attuale procedimento giudiziario, collegamento che non è dimostrato, ma chiedersi quali valutazioni abbiano accompagnato la scelta di Rama e quali informazioni fossero state considerate nel processo che portò Hyseni alla guida dell’intelligence albanese.

È proprio questa parte della storia a rendere oggi più importante il dibattito sulla responsabilità politica delle nomine e sui meccanismi di controllo degli apparati di sicurezza.

Rama ha dichiarato che tutti devono essere considerati innocenti fino a una sentenza definitiva, ma che nessuno è al di sopra della legge. Dopo l’esplosione del caso ha annunciato la rimozione di Hyseni e l’avvio della procedura per la nomina di un nuovo vertice dell’intelligence. Il presidente Begaj ha poi formalizzato il licenziamento il 22 settembre, sulla base della proposta del primo ministro. La questione politica è piuttosto capire come sia stata esercitata la supervisione sulle istituzioni di sicurezza, quali meccanismi di controllo abbiano funzionato e quali eventualmente no. In un sistema democratico, il problema non riguarda soltanto chi commette un eventuale illecito, ma anche la capacità delle istituzioni di impedirlo.

E POI C’È LA PIAZZA 118 GIORNI DI PROTESTE

Lo scandalo arriva inoltre in un momento nel quale l’Albania è già attraversata da una mobilitazione politica e civile significativa.

Dal 31 maggio si sono susseguite a Tirana manifestazioni nate inizialmente dalla contestazione di alcuni progetti edilizi e infrastrutturali nell’area di Zvërnec e della laguna di Narta, nell’Albania meridionale. Il movimento, denominato dai suoi promotori “Flamingo Revolution”, ha progressivamente ampliato le proprie richieste, includendo questioni ambientali, contestazioni sulle politiche governative e richieste politiche rivolte al governo Rama. A settembre le proteste hanno superato i cento giorni e hanno assunto anche momenti di forte tensione davanti al Parlamento. i.

Da una parte c’è la società civile che contesta decisioni del governo e chiede maggiore trasparenza; dall’altra una magistratura anticorruzione che indaga su rapporti fra imprenditori e apparati dello Stato.

C’è poi un elemento che un lettore italiano non può ignorare: l’Albania è membro dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord dal 1° aprile 2009. L’ingresso nell’Alleanza è avvenuto insieme alla Croazia dopo un lungo processo di riforme nel settore della difesa e della sicurezza e più in generale delle istituzioni.

L’intelligence di un Paese membro di un’alleanza militare non opera in isolamento. La sicurezza nazionale moderna dipende dalla capacità degli Stati di proteggere informazioni, collaborare con partner, mantenere procedure affidabili e garantire che gli apparati di sicurezza siano sottoposti a controlli istituzionali.

Per questo una crisi di fiducia all’interno del vertice dell’intelligence non è soltanto una questione domestica. La NATO considera ancora oggi i Balcani occidentali una regione di importanza strategica e mantiene una presenza significativa nell’area attraverso la missione KFOR in Kosovo e le attività legate alla stabilità regionale. È sufficiente osservare che la credibilità delle istituzioni di sicurezza di uno Stato alleato fa parte del più ampio problema della fiducia tra partner.

L’Albania occupa inoltre una posizione particolare nella regione. È membro della NATO, è candidata all’Unione europea e si trova in un’area nella quale le questioni di sicurezza, le tensioni politiche, la criminalità organizzata e i rapporti fra Stati continuano a intrecciarsi.

La stessa NATO, ancora nel settembre 2026, ha definito i Balcani occidentali una regione di importanza strategica per l’Alleanza, ribadendo il proprio impegno per la stabilità regionale e per la sicurezza del Kosovo.

In questo contesto, il funzionamento delle istituzioni albanesi assume un valore che va oltre i confini nazionali. Non perché ogni scandalo interno diventi automaticamente una questione internazionale, ma perché la stabilità regionale dipende anche dalla solidità degli Stati che ne fanno parte.

Ed è proprio questo che rende il caso Hyseni-Agasi più delicato di una normale indagine per corruzione.

LA VERA QUESTIONE È LA TENUTA DELLO STATO

Alla fine, il punto non è soltanto stabilire che cosa sia successo tra Vlora Hyseni ed Ergys Agasi. Bisogna capire come sia stato possibile che un rapporto fra il vertice dell’intelligence e una persona sottoposta a indagine giudiziaria si sviluppasse in quel modo; da dove provenissero le informazioni sequestrate; quali altri funzionari siano entrati nel perimetro dell’indagine; quali controlli interni abbiano funzionato e quali no; e quale sia stato il livello di supervisione politica sull’intero apparato.

Sono domande alle quali dovrà rispondere la magistratura per la parte penale e la politica per quella istituzionale.

Per l’Albania, la questione più importante è quindi più profonda dello scandalo del momento: la capacità dello Stato di garantire che le istituzioni di sicurezza, la magistratura, la pubblica amministrazione e il potere politico funzionino secondo regole riconoscibili e controllabili.

È questa, in ultima analisi, la posta in gioco anche per i partner europei e atlantici di Tirana. Ed è proprio per questo che il caso Hyseni-Agasi, nato dentro un’inchiesta sulla corruzione e sugli appalti pubblici, è arrivato a toccare il punto più sensibile dello Stato albanese: la fiducia nell’apparato che dovrebbe proteggere lo Stato stesso.

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