C’è un momento preciso in cui la fantascienza smette di essere un esercizio di stile su astronavi e motori a propulsione per diventare uno specchio dell’anima umana. Project Hail Mary compie questo miracolo, partendo da una premessa scientifica tanto rigorosa quanto apocalittica: il sole sta morendo, ma non perché abbia esaurito l’idrogeno, ma per essere stato infestato da una forma di vita unicellulare chiamata Astrofago – microbi che migrano tra il sole e il pianeta Venere consumando la radiazione solare (i fotoni), per immagazzinarla sotto forma di energia termica che usano per riprodursi assorbendo una quantità massiccia di luce solare, osservabile sotto forma di un fascio di luce infrarossa, una nuvola di microbi, la “linea Petrova”.
Inizia così una corsa contro il tempo tra calcoli orbitali e biochimica per salvare il pianeta.
Il protagonista di questo salvataggio è un brillante biologo molecolare, Ryland Grace (Ryan Gosling) che si è dedicato all’insegnamento in una scuola media dopo aver abbandonato la ricerca accademica a causa delle critiche ricevute per aver sostenuto una teoria fuori dagli schemi, molto controversa, ma che è in grado, forse, oggi, di spiegare la biologia degli Astrofagi quando questi iniziano a consumare il Sole.
Eppure, il film diretto da Phil Lord e Christopher Miller – Project Hai Mary – nelle sale italiane dal 19 marzo distribuito da Sony Pictures/Eagle Pictures – ci porta altrove.
Difatti, se la missione spaziale è il motore dell’azione — con una ricostruzione della tecnologia NASA e delle leggi della fisica che farebbe invidia a un documentario — il vero cuore pulsante della pellicola è la fratellanza. In un universo vasto, freddo e indifferente, il protagonista Ryland Grace scopre che la sopravvivenza non è un’equazione solitaria.
Il film si trasforma, sequenza dopo sequenza, in un’ode commovente alla cooperazione tra mondi diversi, alla capacità di comunicare oltre le barriere del linguaggio e della specie. È la dimostrazione che, davanti all’estinzione, l’unica tecnologia che conta davvero è l’empatia. La “scienza estrema” del libro di Andy Weir viene qui tradotta in immagini potenti, dove ogni scoperta tecnica diventa un mattone per costruire un ponte verso l’altro.
Non ci sarebbe però emozione senza la prova monumentale di Ryan Gosling. In un ruolo che lo vede per lunghi tratti come unico volto umano sullo schermo, Gosling compie un vero miracolo attoriale, mettendo a nudo una vulnerabilità brillante e una verve ironica che ricorda il miglior cinema d’avventura degli anni ’80. È lui a tenere in piedi l’intera architettura del film: la sua ironia smorza la tensione, il suo terrore rende reale il vuoto cosmico, e il suo stupore infantile davanti alla scoperta dell’“altro” diventa il nostro.
Gosling non interpreta solo un astronauta; interpreta la nostra curiosità, la nostra paura di fallire e, soprattutto, il nostro bisogno viscerale di non essere soli. Senza la sua capacità di rendere credibile un dialogo con il nulla, il film sarebbe rimasto un freddo trattato di astrofisica. Invece, grazie a lui, usciamo dalla sala con una certezza: possiamo anche aver risolto come salvare le stelle, ma la vera scoperta è che abbiamo bisogno di un amico per poterle guardare.
Project Hail Mary è un film raro. È cinema che ti fa sentire intelligente perché ti spiega la scienza, ma che ti fa sentire vivo perché ti ricorda che nessuno si salva da solo. Un’opera maestosa dove lo spazio profondo serve solo a ricordarci quanto sia grande il calore di un abbraccio… o di qualunque cosa gli somigli.
