Non può piacere a questo governo una fiction come Mare Fuori, i cui protagonisti, non a caso, sono stati tenuti ben lontani dal palco dell’Ariston e le cui puntate della sesta stagione, solitamente trasmesse su Raidue nel cuore dell’inverno, quest’anno andranno in onda a primavera inoltrata, dunque assai dopo il referendum costituzionale su cui saremo chiamati a esprimerci domani e lunedì e sperando, pensiero inconfessabile ma che secondo noi alberga in qualche testa, che una parte del pubblico si sia già posta in modalità estiva. Certo, su Rai Play è disponibile da alcune settimane e i giovanissimi, come sempre, lo hanno saccheggiato; certo, sui social non si parla d’altro, in particolare su alcuni canali; certo, YouTube pullula di video dedicati all’argomento, con la figlia di Bocelli che intona l’Hallelujah di Lucy Thomas trasformata in pochi giorni in una star mediatica; tutto vero, ma questo è l’universo giovanile e chi ci governa sa bene che vota poco, pesa poco essendo demograficamente esile e non è particolarmente politicizzato.
Ah, se solo la sinistra avesse oggi un Enzo Biagi o un Umberto Eco! Ah, se solo ci fosse qualcuno in grado di far comprendere alle masse, possibilmente senza annoiarle, la portata rivoluzionaria di uno sceneggiato di questo livello! Ah, se non fossimo diventati così autoreferenziali, al punto di non capire che non bastano filosofi, sociologi e immortali principî per parlare al Paese ma servono innanzitutto il costume, i luoghi e i temi di cui il Paese reale si occupa quotidianamente. E non c’è dubbio che una serie comunque seguitissima nella quale, nell’arco di pochi anni, prima il figlio del clan Di Salvo, Carmine (interpretato da Massimiliano Caiazzo), e poi la figlia del clan Ricci, Rosa (interpretata da Maria Esposito), anziché proseguire l’attività criminale dei genitori e dei fratelli, decidono di riscattarsi, non c’è dubbio che tutto questo vada nella direzione opposta al cattivismo predicato giorno e notte dall’attuale esecutivo. Per dire, basta una fiction del genere per dimostrare l’assurdità e l’inutilità del Decreto Caivano; basta una fiction del genere per mettere a tacere i manettari di tutte le risme; basta una fiction del genere per far comprendere la funzione rieducativa e costituzionale della pena. E basterebbe organizzare proiezioni pubbliche e adeguati dibattiti in merito, magari nelle sezioni, magari in qualche piazza, per prepararsi al meglio alla campagna elettorale che ci vedrà impegnati l’anno prossimo. Perché qui ormai si tratta di una sorta di “scontro di civiltà”: con questi non si può discutere o trattare, meno che mai adesso; bisogna porli davanti al loro fallimento epocale e spiegare alla cittadinanza che, pur con tutti i nostri difetti, noi siamo altro e siamo migliori. Senza superbia, senza arroganza, senza paternalismi di sorta ma senza tirarsi indietro per l’ennesima volta.
Prendete, come detto, Rosa Ricci. La scena in cui rinnega il cognome paterno e dice di voler essere solo Rosa, la scena in cui parla agli altri detenuti e detenute e li esorta ad abbandonare la via della malavita per abbracciare quella di un’esistenza onesta e dignitosa, la scena in cui dice ad Annarella, ragazza difficile cresciuta nel suo mito e ora in cella con lei, che l’unica cosa che conta davvero non sono i soldi o il potere ma l’amore, insomma tutta la sua evoluzione e il suo percorso basterebbero da soli per mettere in minoranza Meloni e soci. Proprio come il percorso compiuto da Carmine Di Salvo sarebbe bastato a contrastare l’abisso di una deriva securitaria e panpenalista che, ahinoi, è piaciuta tanto, nel corso dei decenni, anche a vasti settori della sinistra, evidentemente ignari della nostra storia o, peggio ancora, pronti a calpestarla.
E che dire di Alina, ragazza ucraina con un passato difficilissimo che si riscatta e infine muore sventando un attentato di Samuele (interpretato da Francesco Luciani) ai danni della direttrice, non prima di aver aiutato Stella (interpretata dalla figlia di Bocelli) ad ambientarsi nell’IPM, dimostrando di possedere valori umani straordinari?
Senza contare “Micciarella” (interpretato da Giuseppe Pirozzi), il cui percorso di redenzione è, a sua volta, esemplare: partito da una situazione familiare impossibile, con una madre tossicodipendente e un fratello maggiore che lo ha condotto sulla cattiva strada, mette la testa a posto e compie discorsi sull’assunzione di responsabilità e sulla possibilità di cambiare davvero che, in alcuni passaggi, mettono i brividi.
Come si fa, dunque, a non capire la portata pasoliniana di uno sceneggiato del genere? Certo, magari PPP lo avrebbe girato con meno “chiattilli” e figli di e qualche “accattone” o detenuto effettivo in più, ma il fatto che sia pop e in grado di giungere dritta al cuore di un pubblico spoliticizzato e sottoposto da ormai quattro decenni al lavaggio del cervello compiuto dal liberismo globale non è un fatto da poco.
Ciò che sconcerta è la nostra incapacità di leggere i fenomeni, di porci al passo con la realtà, di guardare una serie di questo calibro con gli occhi della politica, di coglierne la portata rivoluzionaria e di utilizzarla, senza strumentalizzazioni, per ricordare alla gente l’importanza dell’articolo 27 della Costituzione.
Sceneggiatrici e sceneggiatori, ma soprattutto gli interpreti, hanno realizzato il miracolo laico di dar vita a un intreccio di storie realistiche senza essere strappalacrime, commoventi senza scadere nell’eccesso, profonde quanto basta per indurre chiunque a riflettere e intrise di una speranza che, di volta in volta, si trasforma in energia positiva. E così abbiamo il riabbracciarsi di Rosa e Carmine, il dolore smisurato di Pino (interpretato da Artem), cui la vita sembra riservare solo sofferenze, lo strazio di Lino (interpretato da Antonio De Matteo), l’agente penitenziario corrotto che viene sopraffatto dai suoi stessi errori, più una serie di personaggi negativi che quasi sicuramente avranno una loro evoluzione nelle prossime serie o usciranno di scena, in qualche caso anche in circostanze tragiche, perché la fiction è realista e parte dal presupposto che non si possano salvare tutti ma ci si debba comunque provare, l’opposto di ciò che pensa, dice e fa l’attuale esecutivo.
In conclusione, c’è un aspetto che non possiamo non sottolineare. Guai a lasciarci sfuggire un simile gioiello, a non organizzare in merito delle discussioni adeguate, a non approfittarne per trovare un terreno di confronto con le nuove generazioni e a pensare che sia un qualcosa di secondario o addirittura in grado di generare processi emulativi, perché è vero, ci sono state fiction pessime che hanno finito col compiere una sorta di elogio della criminalità organizzata ma non è questo il caso. Qui il vero dramma è costituito
