Giornalismo sotto attacco in Italia

Guerra Trump-Iran: una pace che con me non inizierebbe mai

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La narrazione di Donald Trump, fondata sullo slogan “sotto di me nessuna guerra sarebbe mai iniziata”, si sta infrangendo contro la realtà fisica di movimenti navali operati davanti a tutti e che il mondo non ha voluto vedere, di attacchi a sorpresa facilmente prevedibili e da tutti ignorati, di ritorsioni imprevedibili e infatti non previste. Eppure Trump non stava spostando la portaerei USS Gerald Ford e tutto il resto per una posa fotografica!

Oltretutto che un gruppo d’attacco come quello che si è mosso contemporaneamente, dal Mar della Cina verso il Golfo Persico e dal Golfo dei Caraibi verso il Mediterraneo, non comportava solo un segnale diretto a chi l’avrebbe dovuto comprendere, e quindi palese, ma anche un enorme costo, non visibile ma facilmente intuibile che ammonta a milioni di dollari USA in carburante, scorte, logistica, manutenzione, supporto aereo e navale e mantenimento di uomini e mezzi: una simile forza in assetto da combattimento è semplicemente vertiginoso. Nessuna amministrazione, nemmeno quella di Trump, brucerebbe miliardi di dollari di budget della Difesa solo per una posa fotografica. Trump avrà certamente studiato i suoi piani con i suoi esperti e consiglieri (che come quelli di Hitler nella Seconda Guerra Mondiale si guardavano bene dal contraddirlo), ma vista l’incertezza successiva al primo micidiale strike della sua personalissima blitz krieg che ha fatto pensare tutti a qualcosa di improvvisato e non definito nelle sue inevitabili conseguenze, sembra aver applicato il metodo usuale di ogni Apprendista diventato Maestro del caos (del resto il suo programma di successo si chiamava The Apprentice): ha ammassato forze imponenti simulando una disponibilità al deal (accordo), quando l’obiettivo reale era già l’aggressione preventiva. Mentre Trump twittava di essere pronto a un “accordo storico” con la Guida Suprema Ali Khamenei, le navi americane avevano già preso posizione e stavano per attaccare l’IRAN congiuntamente alle forze armate d’Israele.

Putin l’altro Apprentice, che abbiamo purtroppo dovuto recentemente conoscere, ce lo ha insegnato: l’ammassamento di truppe crea una propria inerzia politica. Una volta che hai portato migliaia di soldati e tank, oppure di portaerei sul posto, il “costo economico” dello spostamento e il “costo politico” di ritirarsi a mani vuote diventano, nella mente di questi geni del male, superiori al costo previsto (e ignorato) della guerra stessa in capitali, mezzi, armamenti e vite umane dirette e indirette. Per Trump come per Putin, tornare indietro senza un risultato eclatante sarebbe stato percepito come una sconfitta umiliante davanti ai suoi sostenitori e al mondo. La logistica, in questo senso, è stata la vera dichiarazione di guerra di Trump: due portaerei cariche di missili non attraversano gli oceani per trattare, ma per imporre un esito già deciso a tavolino molto tempo prima (solo il momento dell’attacco non era deciso perché dipendeva dalle informazioni d’intelligence ottenibili solo nell’imminenza dello strike circa gli spostamenti della Guida Suprema Ali Khamenei).

In questo scenario di escalation palese, il caso di un ministro italiano è assurto a simbolo dell’impreparazione europea, non solo italiana perché poteva riguardare uno di qualsiasi dei ministri tenuti all’oscuro dei piani dettagliati, non solo il più sprovveduto.  Spesso “cadere in una trappola” non dipende dal fatto di “confidare” troppo nella pace, ma nella speranza ingenua e disperata che il peggio non debba accadere. Gli alleati europei e le nazioni del Golfo hanno, nella loro quasi totalità, creduto o finto di credere alle trattative tra Stati Uniti e IRAN, e del dispiegamento di forze come arma di pressione, per guadagnare tempo, perché non avevano alternative di forza per fermare la macchina bellica statunitense o perché erano inadeguati. Poi ci sono alcuni, più ingenui degli altri, che ci hanno creduto veramente, questa volta è toccato all’Italia.

Il caso del Ministro della Difesa Guido Crosetto (che vanta una lunga esperienza nel settore della difesa e dell’industria bellica, ma che come politico parla e agisce come un Apprentice, che il Trump nel suo programma televisivo avrebbe fired, cioè licenziato), sorpreso in vacanza nel Golfo Persico proprio mentre si sapeva che la miccia sarebbe stata presto accesa, non è solo un ingenuo errore di tempismo: rappresenta emblematicamente il fallimento di un’intera classe dirigente europea che ha preferito ignorare l’evidenza, non solo dei radar e dei servizi d’intelligence, ma quello più terra terra (si fa per dire) dei reportage giornalistici o dei telegiornali, per cullarsi nell’illusione instillata da Trump di una diplomazia che non esisteva più — insomma, lo spostamento della flotta USA era visibile a chiunque. — Mentre il “Cowboy” di Washington posizionava il lazo e montava sul toro che tutti prevedevano presto si sarebbe scatenato nel rodeo del Golfo Persico, l’Europa rimaneva paralizzata, incapace di leggere i segnali metallici di un conflitto imminente e vittima di una dipendenza psicologica dagli ordini di una Casa Bianca sempre più solitaria al comando del mondo.

È incomprensibile come i governi europei e la stessa EU abbiano potuto davvero credere alla narrazione di Trump del “faccio un po’ di rumore per ottenere un accordo”, pensando che la forza bruta fosse solo un complemento della diplomazia. La storia militare insegna che la logistica non mente mai. Spostare un Carrier Strike Group come quello delle due portaerei non è un atto di “noise marketing (fare rumore)”, ma una manovra dal costo politico ed economico talmente alto che il mancato utilizzo della forza, dopo un simile dispiegamento, verrebbe percepito come una debolezza fatale. Il precedente di Putin ce lo insegna: le esercitazioni “Запад (Zapad, cioè Occidente)” di fine 2021 inizio 2022 al confine ucraino (con 13.000 militari dichiarati, ma di fatto circa 200.000 reali secondo le stime NATO) erano il preludio logistico dell’invasione e le smentite russe solo mera ipocrisia (Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, e lo stesso Putin parlarono ripetutamente di “isteria” dell’Occidente mentre stavano preparandosi ad invadere di lì a poco). Ma Putin non era il primo, nel 2003 c’era stato il precedente di Bush jr., con lo spostamento massiccio di truppe nel Golfo che non lasciò mai spazio a una reale via diplomatica: la macchina era troppo grande per essere fermata. E veniamo a Trump: lui ha dimostrato più volte che quando muove gli assetti pesanti — come accaduto con l’Iran già nel suo primo mandato (il caso Soleimani), o col Venezuela (il caso Maduro), e adesso con l’operazione Khamenei su vasta scala — l’obiettivo è il risultato di forza, non la firma di un accordo: le trattative, lo capirebbe anche un bambino, sono apertamente un bluff.

L’Iran, tuttavia, in questo caso ha dimostrato di aver imparato la lezione del nemico. Consapevole di non poter opporre alla strapotenza statunitense una forza militare simmetrica, Guida Suprema Ali Khamenei (e oggi Mojtaba Khamenei, da tempo considerato il figlio più influente di Ali, e possibile successore del padre) ha attivato un astuto piano di resistenza preparato in anticipo dal suo predecessore (come fosse un testamento politico-militare, ben sapendo di poter presto perdere la vita in un attacco aereo rivolto specificatamente alla sua persona e al suo entourage). Teheran ha trasformato lo Stretto di Hormuz in una ghigliottina economica bloccando il transito del greggio e colpendo contemporaneamente le infrastrutture energetiche globali. L’Iran ben interpretando l’insegnamento “geoeconomico-militare” trumpiano ha imposto al mondo un “dazio” sotto forma di “inflazione energetica” (petrolio oltre i 150 dollari). La strategia è chiara: logorare il consenso interno ed esterno di Trump colpendo le tasche dei suoi elettori e quelle degli elettori dei suoi alleati sovranisti. La “guerra infinita” che gli Stati Uniti credevano di poter gestire a distanza è diventata un’emorragia finanziaria globale che rischia di affossare l’Occidente prima che il regime iraniano possa cadere.

Sullo sfondo, il cinismo dei grandi patti: la “Formula di Anchorage” del 2025 tra Trump e Putin, che ha verosimilmente barattato il Venezuela e l’Iran con l’Ucraina, ha lasciato Teheran isolata ma ha anche svelato l’inaffidabilità totale degli USA di Trump come alleati. Questo errore macroscopico del tycoon — basato solo sulla forza bruta e privo di una raffinata strategia per dividere le due formazioni militari eternamente rivali all’interno dell’IRAN (gli Artesh o militari regolari e i Sepah-e Pasdaran-e Enqelab-e Eslami, noti ufficialmente come il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) — avrà delle conseguenze. È strano che i consulenti militari di Trump non lo abbiano informato. La competizione tra i due corpi si fonda sulla storica diffidenza della leadership religiosa verso l’Artesh, visto come un potenziale sostenitore del ritorno del successore del monarca, lo Scià di Persia (Mohammad Reza Pahlavi) fuggito in esilio nel 1979, Reza Ciro Pahlavi. Nel tempo, i Pasdaran hanno ottenuto privilegi economici e accesso a tecnologie avanzate (come il programma missilistico), marginalizzando spesso l’esercito regolare nella gestione della strategia di sicurezza nazionale. Attaccare indiscriminatamente l’IRAN come hanno fatto gli USA e Israele, provocando ingenti vittime nella popolazione civile, non fa che compattare queste forze rivali, mentre eliminando soltanto i Pasdaran avrebbero potuto creare una sponda nell’esercito regolare, l’unico in grado di operare un regime change (cambiamento di regime) poiché presente con i boots on the ground (scarponi sul terreno), quelli che gli USA dopo i disastri passati in Afganistan non sono più disposti a mettere sul territorio del Medio Oriente. E sappiamo che senza i boots on the ground nessuno strike aereo, seppur prolungato potrà mai determinare un cambiamento, prolungando all’infinito la guerra, l’incertezza dei mercati e in definitiva facendo vincere all’IRAN la guerra geoeconomico militare basata sull’insostenibile “dazio sul greggio”.

Questa confusione organizzativo-strategica sta agendo da driver, ora non ancora molto evidente, per un’accelerazione via via sempre più percettibile nella direzione di una maggiore integrazione europea. Di fronte a Stati Uniti che scavalcano i partner e provocano disastri economici permanenti, l’Europa è prevedibile che sarà spinta verso la ricerca di una difesa reale sempre più integrata, verso la messa a fattor comune di molti suoi asset strategici nazionali (non esclusa in futuro la deterrenza atomica di Francia e Gran Bretagna, come avanzato ultimamente presso la base navale di Île Longue dal presidente francese Emmanuel Macron: una svolta storica nella dottrina nucleare francese che ipotizza il passaggio dalla tradizionale “sufficienza stretta” alla strategia di “deterrenza avanzata”).

La crisi iraniana potrebbe, paradossalmente, essere l’atto di nascita di un’Europa che non deleghi più la propria sopravvivenza a un alleato diventato imprevedibile e inaffidabile.


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