In un articolo precedente spiegavo come la narrazione di Donald Trump, fondata sullo slogan “sotto di me nessuna guerra sarebbe mai iniziata”, si stesse infrangendo contro la logistica dei movimenti navali delle portaerei USS Gerald Ford e USS Lincoln che comportavano, per chi avesse voluto scorgerli, un segnale diretto di una guerra in preparazione, perché una simile forza in assetto da combattimento con i vertiginosi costi connessi non sarebbe stata mossa solo per simulare una disponibilità o un “incoraggiamento” a raggiungere un accordo, ma per lanciare, senza riguardi per l’etica militare d’un tempo, un attacco appena giunta a destinazione. Cosa che si è puntualmente verificata nel giro di un paio di settimane da quando le navi erano salpate, con tutti gli sviluppi di cui i media ci hanno ampiamente edotti.
Oggi, come apprendiamo dal sito Euronews.com gli Stati Uniti stanno inviando verso il Golfo Persico forze, inclusa una nave con un corpo di spedizione di circa 2.200 Marines, con l’obiettivo dichiarato di “proteggere le rotte petrolifere e contrastare le azioni dell’Iran nello Stretto di Hormuz”. La flotta, che include gruppi anfibi e caccia F-35, è segnalata in avvicinamento, con le operazioni che si intensificano a seguito delle tensioni esplose a fine febbraio 2026. I media, ancora una volta hanno riportato la notizia con poca enfasi e altrettanto poche analisi prospettive. Invece noi, che siamo sospettosi, già leggiamo in questi avvenimenti qualcosa che ci fa rizzare i peli sul collo.
La nave principale, la USS Tripoli (LHA-7), che è un’unità d’assalto anfibio e funge da comando di un gruppo comprendente altre navi d’appoggio, e i circa 2.200 Marines che trasporta, come riporta fra gli altri The Japan Times, sono partiti dalla loro base operativa nelle vicinanze della piccola e graziosa cittadina portuale di Sasebo (dal poetico significato di “castello del vento del nord”), nella prefettura di Nagasaki sull’isola di Kyūshū nel Giappone meridionale, e che al momento, cioè il 17 marzo, è stata tracciata vicino a Singapore. Quanto ai Marines, appartengono alla 31ª Marine Expeditionary Unit (MEU), che ha la sua base principale nell’isola di Okinawa (il che lascia intuire un precedente trasferimento deciso già qualche settimana fa).
Vale la pena ricordare che nell’area verso cui la Tripoli è diretta già opera o sta per operare un ingente dispiegamento di forze: la USS Abraham Lincoln (CVN-72) che da gennaio è di stanza nel Mar Arabico e funge da perno centrale delle operazioni, accompagnata da almeno otto cacciatorpediniere; la USS Gerald R. Ford (CVN-78), che è la portaerei più moderna degli Stati Uniti, la quale il 5 marzo ha attraversato il Canale di Suez, e al momento sta operando nel Mar Rosso. In movimento ci sono la USS George H.W. Bush (CVN-77) che il 6 marzo era data per aver completato le esercitazioni pre-operative e il cui arrivo nel Mediterraneo orientale è previsto entro 10-12 giorni, infine la Tripoli di cui si diceva prima, il cui dispiegamento per unirsi alle altre forze operanti nel Golfo è previsto entro una o due settimane. Questo è il quadro della situazione e la prospettiva di inizio di una possibile escalation: un paio di settimane al massimo.
Nel frattempo, il Ministro della Guerra USA, Pete Hegseth (inutile continuarlo a chiamare Ministro della Difesa perché credo che tutti oggi abbiano capito che ciò che interessa Trump non ha nulla a che vedere con la pace e la sua difesa, sebbene si ostini ad aspirare al Nobel), sta avanzando richieste di fondi straordinari al Congresso (già oggi, a causa dell’intensità delle operazioni aeree e navali, l’offensiva stia costando circa un miliardo di dollari al giorno), proprio per sostenere le operazioni previste in impiego per le navi suddette. Tali richieste riguardano: 50 miliardi di dollari per sostenere l’offensiva contro l’Iran già in atto e coprire le perdite di equipaggiamento finora subite (stimate nei soli primi giorni in circa 2 miliardi); 901 miliardi di dollari per aumentare il budget del Ministero della Guerra, la più grande di sempre, ma Trump ha già indicato di voler arrivare a 1.500 miliardi per il prossimo anno. Tutti questi fondi, come riportato fra gli altri dal Corriere della Sera, servono specificamente per il dispiegamento delle portaerei, il rifornimento di munizioni di precisione e il mantenimento della logistica per gli oltre 50.000 soldati ora impegnati nella regione.
Al momento, dato che i Marines sono addestrati per operazioni “Visit, Board, Search, and Seizure” (VBSS, cioè Visita, Abbordaggio, Ricerca e Sequestro), cioè per salire a bordo di navi di cui l’Iran si è impossessato o per proteggere i mercantili, la probabilità di un loro impiego direttamente sul terreno (boots on the ground) rimane moderata, ma in crescita. Questo poiché per questa crisi la dottrina Trump (“Massima Pressione 2.0”) punta sulla coercizione navale più che sull’invasione di terra (sebbene qualora i Marines non fossero impiegati per rafforzare le basi in Kuwait e negli Emirati Uniti, esiste il rischio che lo siano per operazioni destinate a neutralizzare postazioni missilistiche iraniane sulle isole che minacciano il traffico petrolifero). In questo senso, la probabilità di utilizzo di piccoli gruppi di Marines o altre forze speciali per raid mirati su coste o piattaforme (“mordi e fuggi”) è considerata alta se l’Iran dovesse tentare di bloccare lo Stretto.
Se nei prossimi giorni vedessimo lo spostamento di unità logistiche pesanti verso il Kuwait, la probabilità di un intervento di terra aumenterebbe drasticamente, ma in assenza, è più probabile che inizialmente le “forze” siano impiegate dal cielo (decollando dalla Tripoli che non è solo un trasporto, ma una “portaerei leggera” dotata di propri caccia F-35B), piuttosto che tramite uno sbarco anfibio sulle spiagge iraniane, che porterebbe a un’escalation difficilmente gestibile.
Parallelamente, al momento assistiamo a un’intensa attività di rifornimento per le navi già presenti, ma non vediamo ancora lo sbarco di migliaia di carri armati sulle coste del Golfo, quindi possiamo rasserenarci un po’ (ma senza esagerare). Per ora la strategia sembra essere: colpire duramente dal mare e dal cielo, mantenendo la logistica pesante “a portata di mano” in caso di ritorsione iraniana via terra verso i vicini alleati (come l’Arabia Saudita). Per non esagerare con la tranquillità, i segnali da monitorare attentamente sono quelli di spostamento delle unità logistiche pesanti che per ora sono solo parziali ma significativi, e indicano, al di là delle azioni “mordi e fuggi”, una preparazione per un conflitto che potrebbe diventare prolungato. Nelle ultime 48 ore sono stati segnalati movimenti presso l’area di Camp Arifjan, in Kuwait, che è il cuore logistico degli Stati Uniti nella regione: ancora non c’è un “ponte aereo” massiccio, ma nel frattempo è in corso un pre-posizionamento di munizioni e carburante su larga scala.
Quindi, quando dovremo preoccuparci? Alcune unità della classe Watson (enormi navi cargo che trasportano interi battaglioni corazzati) sono state avvistate in uscita dai porti della costa orientale degli Stati Uniti e dal porto di Diego Garcia nell’Oceano Indiano, queste navi puntano verso il Mar Arabico. Dovremo preoccuparci quando il loro arrivo fosse concomitante con quello della Tripoli: esso indicherebbe la volontà di sostenere un’operazione di terra o di difesa costiera a lungo termine. Ciò sarebbe ulteriormente confermato se altri due fattori si verificassero: lo spostamento di unità della Sanità Militare (leggi: ospedali da campo) e del Genio (ovvero: piste d’atterraggio o fortificazioni). In tal caso l’operazione “terrestre” non sarebbe più un’opzione remota e i nostri sonni tranquilli sarebbero un ricordo.
Al momento, il 512° Field Hospital (Ospedale da Campo) ha solo condotto esercitazioni critiche per testare la capacità di spostare feriti su lunghe distanze in scenari di combattimento su larga scala, nulla che faccia pensare a un trasferimento in zona: il Ministero della Guerra non ha ancora autorizzato nulla che lo faccia presumere imminente, sebbene esperti suggeriscano l’invio della nave ospedale USNS Comfort a Dubai come supporto logistico e umanitario. Inoltre, i Marines sulla Tripoli, come riporta il Middle East Forum, già possiedono capacità mediche organiche in modo autonomo. Quanto alle unità del Genio, dal The Times of India leggiamo, che gli Army Corps of Engineers per ora non sono stati spostati, mentre le navi cargo strategiche in viaggio suggeriscono la preparazione di infrastrutture logistiche che sarebbero necessarie se il conflitto dovesse estendersi sulla terraferma.
In sintesi, nel Golfo gli Stati Uniti stanno costruendo una “fortezza galleggiante”. La logistica è pronta, i finanziamenti sono in discussione e i Marines sono a pochi giorni di navigazione dal fronte (la finestra temporale non supera i 14 giorni). La domanda non è più “se” gli USA agiranno, lo abbiamo già visto al momento dello spostamento delle portaerei, ma quanto in profondità decideranno di colpire, con quale intensità, per quanto tempo si preparano (o saranno obbligati) a restare, e quali alleati volenti o nolenti riusciranno a coinvolgere.
Per ora gli investitori internazionali hanno perso solo una parte dei guadagni che avevano accumulato. Essi avrebbero dovuto leggere i segnali già al momento del primo attacco congiunto con Israele e disinvestire quando Trump aveva ordinato lo spostamento delle portaerei perché era chiaro che dato il costo non le avrebbe spostate per un viaggio di piacere, ma per usarle, cosa che si è puntualmente verificato. Oggi la cosa si ripete, ed entro le 2 settimane di viaggio previste ci sarà una nuova escalation del conflitto, con riflessi ancora peggiori sull’economia, le borse, l’inflazione. Cosa fare?
Se all’interno della finestra temporale il mercato realizzerà che l’arrivo della Tripoli può coincidere con l’inizio di una fase terrestre o di un blocco navale totale (che oggi ancora non vediamo ma di cui percepiamo e temiamo i segnali di preparazione), la volatilità su petrolio (Brent) e titoli della difesa salirà bruscamente, specialmente se i Marines avranno il compito di contendere fisicamente lo Stretto di Hormuz, e se la prevedibile controffensiva iraniana obbligherà Trump a perdere la faccia quale vincitore di rapide e chirurgiche operazioni militari e sarà trascinato in un nuovo Viet Nam. In tal caso il petrolio non solo continuerà la sua ascesa iniziata con l’avvio dell’operazione “Furia Epica”, ma si attesterebbe ai massimi storici, alimentando una inflazione globale insostenibile. I mercati hanno spesso una “inerzia” cognitiva, sperando che lo spostamento di truppe sia solo un segnale politico (al quale ormai nessuno di noi crede), ma se le unità logistiche pesanti, la Sanità e il Genio accennassero a muoversi, la logica politica cederebbe il passo a quella militare. Con le unità pesanti in movimento verso Camp Arifjan e i Marines in avvicinamento, la prudenza finanziaria non è solo consigliata, ma necessaria almeno per preservare il capitale, se non le plusvalenze accumulate fino all’inizio dell’operazione. Delle cosiddette casualities (cioè delle perdite di vite umane) che non saranno una casualità ma una certezza matematica, a Trump interessa poco o punto. Se ha già deciso questa escalation nulla riuscirà a fermarlo. A meno che il Congresso avesse un sussulto e riesca a fermarlo. Eventualità remota al momento, almeno fino a che il tycoon sia giudicato dai votanti e questi rafforzino il Partito Democratico, l’unico in grado di metterlo sotto stato d’accusa. Ma per questo occorrerà aspettare fino a dicembre. Troppo lontano per evitare i disastri che ci aspettiamo a breve.
