Quando morì, nell’ottobre del 2016, il Fatto Quotidiano gli dedicò una memorabile prima pagina: “Vota Fo”.
Oggi Dario Fo avrebbe compiuto cento anni ed è doveroso rendergli omaggio partendo dal risultato elettorale di ieri. Innanzitutto, perché sappiamo bene che è stato tra i primi a votare, lassù, nel seggio allestito apposta per lui e Franca Rame in Paradiso: figuriamoci se un personaggio del genere si è astenuto dalla lotta, figuriamoci se non ha detto la sua, probabilmente litigando anche con qualcuno dei vicini, troppo incline a slinguazzare il potente di turno, salvo poi cambiare padrone! A occhio, son cose che avvengono anche in mezzo ai santi, come il giullare Fo, col suo sberleffo, ci ha insegnato nel corso di un’esistenza straordinaria. E poi perché vuoi mettere la gioia di ricordarlo col sorriso sulle labbra dopo una bella vittoria, magari canticchiando il motivetto simbolo della sua compagnia teatrale o ripensando ai giorni della Comune, quando l’Italia era attraversata da un vento del cambiamento mai visto in precedenza e per questo represso nel sangue delle ingiustizie e delle stragi.
Se abbiamo votato NO, sia chiaro, è anche perché vogliamo continuare ad avere una magistratura indipendente che indaghi sulla “morte accidentale di un anarchico” e non si lasci intimidire dal don Rodrigo di turno. E nessuno ce l’ha insegnato meglio di lui e di sua moglie Franca, che per il suo coraggio politico e civile dovette affrontare persino il dramma di uno stupro compiuto da uomini in divisa, dunque doppiamente grave, in quanto frutto di un odio fascista che assumeva le sembianze di chi avrebbe dovuto proteggerci e garantire la nostra sicurezza e invece lordava in maniera indelebile la propria divisa.
Caro Dario, non credo che ti saresti divertito granché in questo decennio. Partendo dalla politica spicciola, il tuo M5S è cambiato parecchio. Grillo si è, di fatto, ritirato dalla politica e oggi, come saprai, lo guida un avvocato e professore universitario, una brava persona, che gli ha dato finalmente un gruppo dirigente all’altezza, una collocazione chiara nel campo progressista e una cultura di governo della quale aveva un gran bisogno. Sì, lo so che tu sei sempre stato refrattario a ogni compromesso col potere, che le tue simpatie, in fondo, andavano agli anarchici e che hai sempre preferito il grido e la battuta irriverente alla pacatezza che, a tratti, sa di ipocrisia, ma fidati: è meglio così, per loro e per chiunque non voglia vedere al governo una destra che va ancora in giro con il busto del Duce e un’insana nostalgia per il periodo più buio della nostra storia.
A livello mondiale, invece, “la Signora”, come la chiamasti già nel ’67, oggi è davvero “da buttare”. All’epoca te la prendevi con l’America per via del suo bellicismo spinto e, in particolare, per la guerra del Vietnam; oggi alla Casa Bianca risiede un soggetto che sarebbe finito di diritto in una delle tue commedie ma ti avrebbe anche inquietato, e non poco. E chissà cosa avresti detto dei vari tecnoligarchi che tengono le redini del potere e infestano il pianeta con una serie di diavolerie in grado di farli arricchire a dismisura, mettendo a repentaglio la democrazia, chissà come li avresti messi in scena! Ecco, la democrazia: anche lei se la passa piuttosto male a ogni latitudine, per quanto qualche sacca di resistenza esista ancora e non sia certo il momento di alzare bandiera bianca.
Guerre ovunque, crisi, pandemie, violenze verbali e fisiche, fascisti che avanzano dappertutto e, quel che e peggio, una totale assenza di ironia, di libertà, di leggerezza, di gioia di vivere, di passione e di poesia: questo è lo scenario attuale.
Caro Dario, lasciami dire che questo mondo proprio non ti sarebbe piaciuto, anche se va detto che pure quello in cui vissuto novant’anni non ti andasse propriamente a genio, come dimostrano la tua produzione artistica, il tuo impegno politico e la tua lotta incessante contro ogni ingiustizia.
Consentimi, in conclusione, un ricordo personale. Non dimenticherò mai quel pomeriggio di dicembre in cui mi rilasciasti un’intervista. Avevo sedici anni e tu eri già un premio Nobel: avvertii la tua grandezza proprio perché facesti di tutto per non farmela pesare.
Non ti chiamo maestro, altrimenti ti arrabbi. Al contrario, festeggio insieme a te il fatto di aver salvato, ancora una volta, la nostra Costituzione, per giunta grazie al voto decisivo di una miriade di ragazze e ragazzi. Per dirla in breve, abbiamo votato Fo!
