Quando pensiamo a Umberto Eco, ci viene subito in mente la sua passeggiata lungo i corridoi di una libreria sterminata, composta da circa sessantamila volumi, e una frase che era solito ripetere: “I libri non letti mi ricordano tutte le cose che ancora non so”. È inutile star qui a ricordare chi sia stato il professore di Alessandria, di cui ricorre il decimo anniversario della scomparsa, anche perché rischieremmo di fornirne una definizione incompleta. Eco, infatti, è stato un grande semiologo, un grandissimo scrittore, un corsivista di vaglia per l’Espresso, un disegnatore, un battutista, un cultore della parola, uno che si divertiva a inventare giochi linguistici e a mescolare idee e linguaggi differenti, un innovatore e un visionario; insomma, una personalità poliedrica che ne racchiudeva altre mille e si divertiva a dispensare pillole di sé a seconda di come gli andava quel giorno. Anche per questo la sua rubrica sull’Espresso, intitolata “La bustina di Minerva”, era un qualcosa di unico: tutti gli altri editorialisti si sapeva più o meno dove sarebbero andati a parare – il che non inficiava in alcun modo la qualità della loro scrittura e delle loro analisi, sia chiaro – Eco no.
Da lui potevi aspettarti una riflessione su Dylan Dog o una su Aristotele, una considerazione su qualche antico scritto medievale o un commento relativo al costume nazionale. Del resto, era stato fra i primi a sdoganare a sinistra un argomento quasi tabù come quello della televisione, scrivendo la “Fenomenologia di Mike” quando il popolare presentatore non era considerato un argomento da salotto letterario e nemmeno da dotta dissertazione. Non a caso, Eco fece tutt’altro: si affidò all’ironia, proprio come in “Apocalittici e integrati” e in molti altri suoi scritti che, se si trattasse di Pasolini, non esiteremmo a definire “corsari”. Perché l’uomo era sbarazzino, irriverente assai, a tratti anche impertinente: si divertiva un mondo a riflettere e provocare, a far crepitare i tasti della macchina da scrivere prima e del computer poi, e nessuna novità lo metteva di malumore, meno che mai in ambito tecnologico. Non sappiamo, ad esempio, cosa avrebbe detto e scritto a proposito dell’intelligenza artificiale; di sicuro, però, non l’avrebbe demonizzata. Sfidata sì, da gran guascone qual era, e magari si sarebbe divertito a mettere a confronto un capitolo scritto da lui e uno scritto da questa diavoleria. Ecco, se dovessimo definirlo, potremmo allora affidarci all’idea di un intellettuale labirintico: un personaggio che sembrava uscito dalla penna di Borges, letterario ben prima di andarsene, degno di un film o addirittura di uno sceneggiato televisivo e poco adatto ai convegni, che non a caso ha chiesto di non organizzare su di lui prima del decennale della scomparsa, proprio per consentire alla memoria di sedimentarsi e alle parole di scorrere limpide, senza enfasi e senza la retorica tipica di una certa aristocrazia culturale, ahinoi incline a ergersi sempre sul piedistallo.
Un’altra caratteristica di Eco era quella di parlare tanto del mondo e quasi mai di sé; o, per meglio dire, di raccontarsi attraverso i suoi scritti, che fossero trattati, saggi o romanzi. Sosteneva, difatti, che chi a settant’anni non avesse letto avrebbe vissuto solo la sua età mentre un lettore avrebbe potuto attraversare un lasso temporale di cinquemila anni, e tanto ci pareva che avesse vissuto quest’uomo in grado di dare del tu a Tutankamon e a D’Alema, di analizzare la filosofia e la teologia, di immergersi in manoscritti medievali e di farci sorridere con considerazioni relative ai nostri vizi e alle nostre virtù contemporanee. Arcitaliano però non lo è diventato mai, intellettuale di corte men che meno. Ha mantenuto fino alla fine il distacco critico necessario per esercitare il ruolo di intellettuale e se n’è andato, a ottantaquattro anni, dopo averci regalato un ultimo romanzo degno della sua fama, “Numero zero”, in cui analizzava la crisi del giornalismo con leggero anticipo rispetto all’inizio del disastro definitivo. Ci manca, dunque, la sua preveggenza, come la volta che parlò del “fascismo eterno” che pervade il nostro Paese o la volta che rifletté sul tema della costruzione del nemico. Ci manca, poi, la sua capacità di essere serio senza mai scadere nella seriosità. E ci manca, infine, la sua refrattarietà a qualsivoglia forma di vanagloria o di mondanità: non perché non sapesse stare sotto i riflettori o non avesse un discreto gusto per quello che potremmo chiamare pomposamente “jet set”, ma perché ci teneva a mantenere la sua personalità in ogni circostanza, risultando per questo ancora più affascinante.
Dieci anni senza l’Umberto e dai nostri occhi sgorga una lacrima di solitudine.
Abbiamo corredato questo ricordo con le riflessioni di Roberto Cotroneo, responsabile per oltre un decennio delle pagine culturali dell’Espresso e amico personale di Eco nonché autore di “Umberto” per La nave di Teseo (casa editrice che Eco contribuì a fondare, insieme a Furio Colombo, Elisabetta Sgarbi e altre importanti personalità della cultura italiana) nel 2015, in contrasto con la fusione fra Mondadori e Rizzoli che, a suo dire, affievoliva la libertà di pensiero e lo spirito critico in un Paese che già ne era deficitario. Un precursore anche in questo.
