“Compagnia Godot” di Bisegna-Bonaccorso.
“Maison Godot”, Ragusa.
Costumi di Federica Bisegna.
Scena e regia di Vittorio Bonaccorso.
Con Tiziana Bellassai, Federica Bisegna, Benedetta D’Amato.
L’opera di Pessoa è, innanzitutto, un esercizio di stile. Non fine a sé stesso, ma che trova nella forma il compimento del suo contenuto. Il suo essere un “dramma statico”, con l’azione pressochè assente, “costringe” chi la mette in scena su un terreno di continua invenzione delle modalità dell’articolazione della parola in uno spazio. In questo senso, la maestria di Vittorio Bonaccorso è stata assoluta. Il regista ragusano ha realizzato come una sorta di monologo suddiviso in tre parti, ognuna legata al vissuto delle tre sorelle protagoniste (interpretate dalle straordinarie Tiziana Bellassai, Federica Bisegna e Benedetta D’Amato, da sx a dx nella foto), che, attraverso un flusso di coscienza tutto joyceiano, approda ad un’unica visione della realtà, configurata nella sua inevitabile scissione rispetto al sogno. Le tre sorelle vegliano una giovane morta durante la notte. Sulla nuda scena, esaltata da un biancore scenografico tutto bergmaniano, le tre girano bendate, come cieche dinnanzi ad una realtà che mai cattureranno, intorno a questo corpo inerme, che sembra ispirare loro inquietudine. Bonaccorso si muove a metà tra Shakespeare e Beckett. La realtà indecifrabile del drammaturgo irlandese sembra fondersi magicamente, attraverso la grande poesia filosofica di Pessoa, con l’onirismo del Grande Bardo. Il risultato si sostanzia in una espansione “mentale” dello spazio scenico, che accoglie il progressivo moltiplicarsi del “sogno dentro un sogno” attraverso la magia della parola. E’ la “narrazione” la grande protagonista del dramma di Pessoa, il racconto come sostanza vitale della parola, ultimo baluardo dinnanzi all’evanescenza della realtà. Ognuna delle tre sorelle amplifica o restringe, a turno, il dire dell’altra. Quando la figura del marinaio irrompe sulla scena, attraverso il racconto onirico di una delle tre, l’equilibrio tra le sorelle sembra rompersi, quel monologo prima condiviso inizia a frantumarsi, annullando ogni tentativo di interpretazione del se’. Pessoa ci pone dinnanzi alla consapevolezza dell’impossibilità di poter comunicare la nostra interiorità, il nostro “Io” più profondo, tema che sarà proprio di tutto il teatro “muto” di Beckett. L’incondivisibilità dell’esperienza personale, quella più intima, che in Pessoa riguarda il rapporto stesso dell’Uomo con una realtà sempre più fantasmatica, si impone in maniera assoluta, fino a sfiorare, nel pre-finale, la lucida follia di una delle tre protagoniste. L’evanescenza della parola diventa così la “spiegazione” della Morte attorno a cui le tre sorelle continuano a muoversi come a volerne trarre una ragione o un senso, che mai ci verrà dato. La scrittura di Pessoa si fa “verbo” dell’umano che insegue vanamente la propria condizione. Vita e morte coincidono, fino a diventare un tutt’uno quando il grande poeta portoghese ci lascia con il dubbio che sia proprio la giovane vegliata a star sognando le tre sorelle, che altro, forse, non sono che la proiezione di un sogno destinato a non chiudersi mai. Non esiste presente nè passato per Pessoa, per lui tutto si risolve in una memoria che vuole ingannare la realtà da cui proviene perchè tanto dolorosa da accettare. Il continuo alternarsi di realtà e sogno rimanda, inevitabilmente, al cinema di David Lynch, soprattutto al suo capolavoro assoluto, “Mulholland drive”, dove la continua negazione di entrambe le condizioni rimanda ad una percezione inconscia dell’esistenza, vista come un continuo moltiplicarsi di esperienze, di ragioni o sentimenti, che non possono essere collegate tra di loro, talmente è infinito e frantumato il vissuto interiore dell’Uomo. Pessoa sembra suggerire al grande regista americano che la messinscena del sogno altro non è che il tentativo di spiegare allo spettatore quanto si trovi immerso dentro una incognita da cui mai riuscirà a tirarsi fuori. Non c’è inizio, non c’è fine, tutto è insieme inizio e fine.
Grandi applausi per regista e interpreti, capaci di tenerci con il fiato sospeso dentro 55 minuti di emozioni e commozione che avremmo voluto non terminassero mai.
