Giornalismo sotto attacco in Italia

Ddl stupri, le donne dicono no

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In commissione Giustizia al Senato è passato un testo base del ddl Bongiorno che peggiora la normativa attuale. L’intento dell’accordo Meloni-Schlein era quello di far fare un passo avanti alla normativa sulla violenza sessuale. Quello scritto dall’avvocata, nonché senatrice leghista, Buongiorno è  invece un pericoloso arretramento che, per giunta, si cerca di mascherare. Afferma, infatti, la senatrice che nella sua proposta c’è un inasprimento delle pene e che quindi non capisce perché le donne siano contrarie. Occorre spiegare a Buongiorno, dunque, che aumentare le pene non serve a nulla, se nelle aule di tribunali le donne si rendono vittime per la seconda volta visto che spetterebbe a loro – se quel testo passasse – dimostrare di aver espresso il dissenso. Il punto è tutto qui: deve essere chiaro ed esplicito il consenso, se invece spetta alle donne dimostrare di aver dissentito allora meglio nessuna norma. Questo è quanto ritengono le esponenti dei centri antiviolenza e molte donne dei movimenti femministi.
“Siamo di fronte ad una politica che si rende corresponsabile della persistenza di un costrutto culturale che legittima una sessualità maschile di tipo predatorio” dichiara Cristina Carelli, presidente D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza. “Si dà per scontata la disponibilità sessuale delle donne, a meno che lo stupratore non capisca chiaramente un no. Sappiamo bene che il consenso non sempre è mancanza del no: o la modifica dell’articolo 609 bis del Codice penale va nella direzione del consenso, oppure non ci deve essere”, continua Carelli. “Solo così potremo proseguire il difficile percorso di emersione della violenza sessuale e il superamento di una cultura che limita la libertà delle donne attraverso una minaccia costante ai loro corpi e alle loro vite”, conclude la presidente.
Ma c’è qualcosa di più profondo che ha portato alla rottura del patto tra Meloni e Schlein, lo sottolinea Maura Cossutta presidente della Casa Internazionale delle donne di Roma: “Nel Ddl stupri sparisce la parola ‘consenso’, sostituita da ‘dissenso’. Non è una sostituzione terminologica, è una torsione totale di significato. Cambia tutto. È un ritorno indietro, una scelta politica, prona all’ideologia misogina della Lega, alla pressione della ‘Lega dei padri separati’, dei mariti violenti i cui avvocati sdoganano la Sindrome di alienazione parentale nei tribunali; e una scelta culturale, con effetti giuridicamente pesanti per le donne che denunciano una violenza sessuale, ma anche con effetti culturali che cancellano anni di lotte delle operatrici antiviolenza, del pensiero femminista”.
E già, quel che di cui non si è resa conto Meloni, o forse sì ma non la preoccupa – è che un patto tra donne è stato inficiato dagli uomini più pregni della cultura patriarcale della sua coalizione. E ciò che davvero fa “scandalo” e che una avvocata che si dice dalla parte delle donne, si sia prestata alla riscrittura di quel testo. Ma questa è la destra che ci governa.
Chi lavora sul campo conosce la differenza tra consenso e dissenso. Lella Palladino è una sociologa che a Casal di Principe, in un bene confiscato alla Camorra, ha fondato la Cooperativa Sociale Eva, che attraverso il lavoro dignitoso restituisce alle donne vittime di violenza e di tratta dignità e futuro. Ed è netta nel commentare ciò che sta accadendo: “Il consenso è il solo criterio possibile se si vuole davvero porre un limite alla vittimizzazione delle donne nelle aule dei tribunali, e se si vuole finalmente dotare anche l’Italia di una norma sulla violenza sessuale conforme alle disposizioni della Convenzione di Istanbul”. E aggiunge: “La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni si rimangia la parola data qualche giorno prima del 25 novembre. La proposta avanzata dalla senatrice e avvocata Giulia Bongiorno continua a scaricare sulla vittima l’onere di dimostrare il proprio dissenso, lasciando un ampio margine all’interpretazione delle ‘circostanze’ ed esponendo donne e ragazze che denunciano uno stupro a un altissimo rischio di vittimizzazione secondaria”.

(Da Collettiva)


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